La paura del dentista: tra genetica e odontofobia

Diciamoci la verità: andare dal dentista non è esattamente una delle gioie della vita; al tempo stesso è un importante appuntamento per la nostra salute. Che si tratti del controllo di routine o – ahinoi!- di un’emergenza , evitare di andarci potrebbe peggiorare la situazione. In molti casi la paura nasce da esperienze negative passate, ad esempio cure dentali cui siamo stati sottoposti durante l’infanzia.
Finché la situazione è comunque gestibile e , seppur di malavoglia, riusciamo ad andarci, ci limitiamo a parlare di paura.
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Secondo una recente ricerca, sembrerebbe che tale paura possa avere anche una causa genetica. Lo studio, a cura dei ricercatori della West Virgina University Cameron Randall e Daniel McNeil  dimostra che la paura del dolore, correlata ma separata dalla paura del dentista,  è ereditaria. Si tratta di una scoperta che potrebbe contribuire a una maggior consapevolezza da parte dei professionisti della salute dentale di ciò che fa più paura ai loro clienti e di cosa fare per poterli rassicurare maggiormente.
Esiste invece una fobia vera e propria, catalogata anche dall’ OMS, che si chiama odontofobia. Avere una fobia significa sperimentare un’intensa paura (anche con attacchi di panico) nei riguardi di una situazione, un oggetto, un evento specifico: in questo caso si tratta del dentista e tutto ciò che lo riguarda. Si stima che ne soffra circa il 15-20% della popolazione.
L’odontofobico razionalmente sa benissimo che la sua paura è sproporzionata ma non può fare a meno di angosciarsi e di mettere in atto una serie di strategie di evitamento quali:
  • rimandare le visite di controllo;
  • in caso di emergenza, evitare di prendere appuntamento tentando di automedicarsi (assumendo per esempio antidolorifici);
  • fissare l’appuntamento e non presentarsi;
  • abbandonare la sala d’aspetto prima del proprio turno;…
Questi comportamenti rischiano di far peggiorare il problema, con il rischio di provare ancora più dolore e andare incontro a complicazioni (pensiamo ad esempio a un’infezione trascurata nel tempo).
Se per cause di forza maggiore si trova lo stesso sulla poltrona del dentista, chi soffre di questa fobia potrà provare un’angoscia così forte da sentire sintomi fisici di una certa importanza come tachicardia, tremori, sudorazione, iperventilazione,… Non solo questo stato aumenta la percezione di allarme e quindi l’angoscia, ma può far sì che ogni manovra del professionista venga percepita come estremamente dolorosa. Ad esempio, si sentirà dolore al solo udire il rumore del trapano, anche se non si è stati nemmeno sfiorati; si avrà una rigidità muscolare tale da rendere più difficile il trattamento, e  così via…
Per affrontare la paura del dentista possono essere messe in atto alcune strategie:
  • affidarsi a un dentista di fiducia con cui condividere le proprie paure;
  • porre domande sulle varie fasi del trattamento, chiedendo che tipo di sensazione sarà avvertita ( stringere, premere,…)
  • programmare, laddove possibile, le sedute con un certo anticipo e farsi spiegare bene cosa verrà fatto e come;
  • informarsi con lo specialista sulle tecniche per diminuire il dolore e sulla possibilità e opportunità di usare anestesie a seconda del lavoro da svolgere;
  • farsi accompagnare da una persona cara all’appuntamento;
  • confrontarsi in maniera sana con chi ha già svolto trattamenti simili e può rassicurare, evitando i pareri di chi cerca solo di spaventare;
C’è da dire che ormai la gran parte dei dentisti ha una formazione specifica sulla gestione dell’ansia nei pazienti: non c’è nulla di vergognoso nel comunicargli le proprie paure, anzi! Un professionista adeguatamente formato descrive spontaneamente le caratteristiche di ogni cura, concordando col il paziente un segnale di “stop” con cui fermarsi immediatamente (di solito è un cenno della mano).
Se questi accorgimenti non bastano e/o si è in presenza di una vera e propria fobia, è opportuno considerare l’ipotesi di rivolgersi a uno psicologo. Insieme si lavorerà sulle origini del problema, sulle strategie per affrontarlo e sulle tecniche di rilassamento da praticare in prossimità della seduta dal dentista. Per prenotare un appuntamento presso il mio studio a Torino ( o per chi fosse impossibilitato, una consulenza online), potete telefonare al numero 3454551671 o scrivermi dal modulo presente in questa pagina.
Ho personalmente sperimentato per anni la paura del dentista, purtroppo a causa di brutte esperienze pregresse. Anche io mettevo in atto alcune delle strategie sopra citate, come saltare i controlli di routine (peggiorando sicuramente alcuni problemi che sarebbero stati di lieve entità se trattati in tempo!!).
Da qualche mese a questa parte sto seguendo un ciclo di cure presso un centro con professionisti preparati, comprensivi e molto empatici. Quasi ridendo li ho messi al corrente dei miei timori, credendo di fare brutta figura proprio in virtù della mia professione! Invece non solo sono stata accolta, ma sono stata rassicurata e in ogni seduta so già cosa succederà e che in caso di disagio posso chiedere una pausa.
Non solo le mie paure sono praticamente scomparse, ma in un paio di sedute ho persino rischiato di addormentarmi sulla poltrona, tale era la mia condizione di rilassamento!
…sconfiggere le proprie paure è un’esperienza bellissima e rinvigorente 🙂

Sulla sedia del paziente

Qualche giorno fa avevo una questione che mi preoccupava: in sé non era nulla di grave ma sentivo che mi mancava la tranquillità per valutarne con calma i vari aspetti.
Ci ho pensato lungo il tragitto verso il mio studio, dove sono arrivata carica di pensieri e punti interrogativi.
Ho aperto la porta, appoggiato la borsa e sistemato un po’ di cose nella stanza.
Dopo pochi minuti, quasi come un automatismo, mi sono seduta sulla sedia su cui faccio solitamente accomodare i pazienti. Mi sono detta , scherzosamente, “chissà che non mi venga un’ intuizione!“. In effetti, dopo un averci pensato un poco ho trovato la soluzione al problema che mi stava dando da pensare.

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Questo piccolo episodio mi ha dato modo di riflettere su quali possano essere i vissuti di chi si accomoda su quella sedia. Metaforicamente, è un contenitore di aspettative, timori, ansie, preoccupazioni per il futuro, dubbi su se stessi, pensieri, fatiche e perplessità.
Mi piace pensare che rialzandosi, i miei pazienti lascino andare via un po’ alla volta le emozioni negative per riscoprirne altre positive, liberandosi di pesi e fardelli.

 

Abbi cura di te

C’è una formula di saluto, che ho notato soprattutto nella corrispondenza scritta con persone statunitensi, che mi ha sempre colpita: “Take care (of you)“, cioè abbi cura di te.
Se il più delle volte può suonare come un cortese automatismo, trovo queste parole molto evocative di qualcosa che spesso dimentichiamo di fare. Siamo di corsa, abbiamo altre priorità, gli altri vengono prima… Quando è stata l’ultima volta che hai avuto cura di te?

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Ci si può prendere cura di sé in tanti modi:

Corpo
L’igiene personale, non a caso, è uno dei principali indicatori dello stato di salute dell’individuo. Il corpo non è semplicemente un involucro; è la nostra presenza nel mondo, lo “strumento” con cui ci muoviamo e interagiamo con altre persone. Curarsene significa imparare ad ascoltarlo, non forzarlo, trovare il tempo e le energie per ricaricarlo, adottare uno stile di vita sano.

Mente
Spesso si usa l’espressione “nutrire la mente“: cos’è l’alimentazione se non uno dei primissimi atti di cura materna?
Esistono tante attività per prendersi cura della propria mente, molte talmente a portata di mano che quasi non ce ne accorgiamo, a prescindere da livello di istruzione conseguito. Leggere un libro o una rivista, giocare con un’app, imparare una parola nuova, praticare un’attività manuale…sono tutti piccoli gesti di cura quotidiana.

Spirito
Non è necessario essere religiosi per avvertire in sé uno spazio di spiritualità. Si tratta di una dimensione fatta di ricerca di sé, di esperienza, di connessione. Ci si può prendere cura del proprio spirito immergendosi nella natura, trascorrendo del tempo con persone con cui stiamo bene, vivendo opportunità di crescita, visitando un posto nuovo

Infine…quando è stata l’ultima volta che hai detto a una persona “abbi cura di te”?

Intraprendere un percorso di psicoterapia è uno dei gesti più profondi di cura di sé: puoi prendere un appuntamento presso il mio Studio di Torino telefonando al numero 3454551671 o scrivendo un messaggio attraverso i recapiti presenti in questa pagina.

La prima volta che ho messo gli occhiali

Quando mi chiedono a che cosa serva la psicoterapia, utilizzo un aneddoto della mia infanzia.

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Avevo iniziato le scuole elementari e faticavo a leggere alla lavagna. Le lettere (per quanto grandi) mi apparivano tutte un po’ sfuocate. Il mondo in generale non aveva contorni ben definiti: in parole povere, ero miope!
Ovviamente avevo raccontato ai miei genitori di questa difficoltà e prontamente ero stata portata da un oculista. Speravo tanto mi prescrivesse gli occhiali (ero piccola ma sapevo che servivano a vederci meglio) ma disse di aspettare qualche tempo, forse mi affaticavo a fare i compiti, forse tutto si sarebbe sistemato.
Intanto le cose e le persone non ne volevano proprio sapere di ritrovare i loro contorni. Se avessi potuto avrei preso un bel pennarello nero e li avrei tracciati io uno per uno.
Dopo qualche tempo tornai a controllo: ricordo che c’erano alcun lettere sul tabellone che erano davvero troppo piccole affinché potessi leggerle, eppure anche stavolta niente occhiali.
Così anno dopo anno, finché a un controllo in prossimità dell’inizio delle scuole medie fu emesso finalmente il verdetto: la mia miopia necessitava di occhiali!
Ricordo ancora la mia prima montatura, tonda e di tanti colori ( avevo e ho ancora un concetto molto variopinto della felicità). Soprattutto, ricordo il momento in cui indossai per la prima volta i miei occhiali: il mondo era magicamente diventato più nitido, vedevo i contorni, leggevo le lettere sui tabelloni. Evviva!
Mi sembrò di vedere il mondo per la prima volta.

Ecco, quando inizio una psicoterapia penso sempre che uno dei miei obiettivi è aiutare i miei pazienti a trovare il loro paio di lenti con cui guardare il mondo con occhi nuovi. Vorrei che guardassero alle loro risorse e non solo alle loro difficoltà. Vorrei che si guardassero dentro per poi vedersi meglio dal di fuori. Vorrei che imparassero a osservare e non solo a vedere ciò che gli scorre davanti.

Quando sento di riuscire a fare questo, mi sento felice proprio come quella bambina che vent’anni fa mise un paio di occhiali tutti colorati sul naso.