Noi non siamo problemi, siamo persone. La storia di Sabrina.

Il post odierno nasce con l’idea di trasmettere un messaggio di fiducia e speranza a coloro i quali sono alle prese con un disturbo del comportamento alimentare, in particolare il Binge Eating.

Nel mio gruppo Facebook “Fame emotiva e alimentazione consapevole” ho virtualmente incontrato Sabrina: dopo una vita passata a lottare contro l’obesità è arrivata a una consapevolezza più profonda dei motivi che la spingevano verso il cibo. Sin da bambina infatti era passata – senza esito – da una dieta all’altra , finché ha riscoperto l’amore per se stessa. Ha deciso di raccontare la sua storia sui social, creando una pagina Facebook e un gruppo collegato , per motivare e sostenere le persone che stanno attraversando un momento simile a quelli da lei vissuti.

Da una prima chiacchierata è nata l’idea di proporle una piccola intervista. Buona lettura!

Ciao Sabrina, innanzitutto grazie per la tua disponibilità. Quando hai preso consapevolezza di avere delle difficoltà nella tua relazione con il cibo e l’alimentazione?

Ho preso consapevolezza del Binge Eating Disorder molti anni dopo il suo manifestarsi.  Ho iniziato a soffrirne da bambina – 6 anni – ed è andato sempre peggiorando fino all’ età di 26 anni quando ho deciso di andare via di casa , lasciare Roma e prendere la mia strada. Ma non è bastato. Mi ci sono voluti ancora degli anni per ritrovare me stessa. Ricordo un evento che ha scatenato il cambiamento: una mia ex collega durante un viaggio di ritorno a casa in treno mi disse : “Se non te ne frega niente di te stessa come puoi pensare agli altri?” Mi ha distrutta moralmente , ho anche pensato di farla finita tanto ero disperata. Ho pensato “Ma guarda che brutta persona, che cafona , come si permette!?” . Invece mi sono messa in discussione, maturando sempre più consapevolezza: non finirò mai di ringraziarla per avermi aiutata a “svegliarmi”.


Nella tua biografia online ho letto che, prima di questa svolta, nel corso degli anni hai provato diverse diete ma i risultati sperati non arrivavano mai. Secondo te che cosa non ha funzionato in quel periodo?

Sono sempre stata seguita da dietologi , nutrizionisti, endocrinologi . Non avevo mai nulla , niente che nel mio corpo non andasse : mi sono anche sottoposta a numerosi ricoveri in ospedale. Ero una bambina troppo obesa e il mio caso doveva essere studiato.
Io non capivo perché dovevo stare a dieta, perché i miei mangiavano qualsiasi cosa volessero e io no : se sgarravo erano guai. Così ho iniziato a rubare il cibo e mangiare di nascosto. Molto tempo dopo ho capito che quando venivo beccata era un modo per attirare l’attenzione su di me. A ogni controllo ingrassavo – anche 10 kg in un mese- è lì giungeva la mia soddisfazione: era il medico a sgridare i miei genitori!
C’è da dire che il clima famigliare non era affatto tranquillo:  i miei si facevano la guerra  ed erano molto concentrati su di loro , io mi sentivo in colpa perché mi ritenevo causa dei loro litigi.

Questo per quanto riguarda il periodo iniziale del mio disturbo, poi i miei hanno mollato la spugna e io ho provato più volte ad uscirne senza nessun risultato perché in fondo non volevo cambiare . Sì, non volevo cambiare perché l’ambiente in cui vivevo  mi è sempre stato di intralcio.


3)Che cosa diresti oggi a una persona che soffre di Binge Eating Disorder ( BED)?

Direi a chi soffre di bed che non vale la pena distruggersi la vita per qualcosa che non possiamo cambiare o recuperare, dobbiamo dare il meglio per noi stessi perché  la nostra salute  e la nostra pace interiore sono le cose più importanti a cui pensare.
Un consiglio è quello di lasciare andare … e proseguire dritti verso il futuro che ci riserva  una miriade di cose splendide, nonostante le mille difficoltà quotidiane. Spesso non ci rendiamo conto di ciò che abbiamo intorno a noi.

Sono grata alla vita perché oggi sono ancora viva, ho riscoperto la gioia di camminare , i sapori del cibo! Mi sento  libera sia nel corpo che nella mente.
Apprezzo ogni parte del mio corpo che oggi porta le cicatrici di un passato doloroso e che pur non appartenendomi più ringrazio perché attraverso l’esperienza mi ha reso una persona migliore .

Ci sarebbero tante altre cose da dire, ad esempio che non siamo fatti solo di carne , ma siamo frutto delle nostre emozioni ..  che in fondo la vita ci mette alla prova e che elaborare la sofferenza fa riscoprire una forza naturale  innata  e presente in ognuno di noi …

Adesso Sabrina è una donna che ama la vita ed è grata per ciò che ogni giorno le riserva. Ha riscoperto la gioia di prendersi cura di se stessa, anche attraverso l’alimentazione e uno stile di vita sano. Guardandosi indietro ha trovato dei collegamenti tra le motivazioni del suo disturbo e il suo contesto di vita familiare, elaborando la sua “teoria del sintomo” che ha condiviso con me- e con voi- nel corso della nostra chiacchierata. Ha imparato a vedersi e ad amarsi come persona e non come problema.

Anche tu stai vivendo una situazione simile e vorresti imparare ad amarti e a stare meglio? Contattami attraverso i recapiti presenti in questa pagina. Potrai scegliere liberamente se prendere un appuntamento in Studio o da remoto.

Quanto tempo ci metterò a guarire?

Nel post odierno torno a occuparmi delle domande proposte più frequentemente a Dr Google dagli utenti che stanno cercando uno psicologo. Dopo aver parlato del post primo colloquio, oggi mi concentrerò su un altro tema importante: quanto tempo ci metterò a guarire?

Non esiste una risposta univoca – guai se ci fosse, vuol dire che saremmo tutti dei piccoli cloni e non degli esseri umani unici e irripetibili. Al tempo stesso la richiesta è legittima : ho preso coscienza di una problematica, adesso voglio sapere quanto ci metterò a uscirne.

Un’immagine scattata da me a Pian dell’Alpe, Usseaux (TO)

A differenza di una prognosi prettamente fisica – un raffreddore, un arto ingessato – in psicologia non abbiamo delle prognosi standard, quindi non potrò darti una data di scadenza . Ad ogni modo, ti proporrò di darci degli obiettivi intermedi sui cui lavorare di volta in volta e che contribuiranno a farti stare meglio.

La guarigione è un processo: immagina un percorso che ti conduce verso una vetta. La tendenza è verso la salita anche se ti capiteranno delle deviazioni e alcuni tratti in cui dovrai apparentemente scendere per risalire meglio. Potrebbe capitarti di avvertire stanchezza, inciampare e cadere. non preoccuparti: dopo esserti riposato ti rialzerai e ripartirai da quel punto. La strada già intrapresa non verrà azzerata.

Potresti avere la tentazione di accelerare il processo, magari per dimostrare qualcosa a te stesso/ a o agli altri: ricorda di fare del tempo il tuo alleato e non un nemico da contrastare.

La guarigione è definitiva? Anche qui non posso farti promesse. Anzi, voglio essere onesta e sincera: la terapia non elimina i problemi dalla tua vita né potrà bloccare sul nascere i fattori scatenanti. La differenza sostanziale sarà nell’aver imparato a riconoscerli e a gestirli in maniera più sana.

Vuoi iniziare il tuo cammino vero il benessere? Contattami attraverso i recapiti presenti in questa pagina. Potrai scegliere liberamente se prendere un appuntamento in Studio o da remoto.

Fare i conti con la frustrazione

Dicesi frustrazione :


[dal lat. frustratio –onis «delusione», der. di frustrare «frustrare»]. – 1. Sentimento di chi ritiene che il proprio agire sia stato o sia vano: provare un senso di frustrazione2. In psicologia, condizione di tensione psichica determinata da un mancato o ostacolato appagamento di un bisogno; può avere cause esterne, o interne.

Da questa ottima definizione della Treccani possiamo dedurre che alcune cause di frustrazione possono essere controllate, altre meno.

Photo by Andre Hunter on Unsplash

Per esempio, mentre sto elaborando questo post sto provando frustrazione perché i lavori del vicino e la linea internet ballerina influiscono negativamente sulla mia concentrazione. Come posso intervenire?
– I lavori stanno seguendo le regole, ho messo gli auricolari e avviato una playlist “brain power per non farmi innervosire oltre dai rumori;
– ho contattato l’operatore telefonico, comunicando i rallentamenti sulla linea. Hanno preso in carico la mia segnalazione ma non verrà risolta in tempi brevi. Sto scrivendo il mio articolo offline, in attesa di avere una connessione più stabile per caricarlo sul blog.

Queste sono le soluzioni che ho messo in campo io; non saranno le migliori in assoluto ma sono quanto di più rapido mi sia venuto in mente. Fare è meglio che disperare, dicevano gli anziani.

Ovviamente esistono tutta una serie di frustrazioni sulle quali non possiamo intervenire direttamente. Pensiamo a quelle di tipo sentimentale: “lui/lei non mi vuole“. C’è poco da fare in questo caso, se non accettare che:

La frustrazione può anche insegnarci qualcosa su noi stessi e sull’importanza che attribuiamo agli eventi: toppa? Poca? Troppo poca?
(NB, potrebbe esserti utile anche un piccolo esercizio di scrittura espressiva).

La prossima volta che ti sentirai un po’ frustrato/a prova a vedere la situazione con altri occhi. Parti da una visione di insieme e dall’esterno, per poi scendere nel particolare.
C’è qualcosa che avresti voluto fare e che non hai fatto?
Avresti oggettivamente potuto farla?
Su che cosa puoi focalizzarti adesso?
Cosa hai imparato per la prossima volta?

La frustrazione può avere radici profonde e pervadere la tua quotidianità. Possiamo affrontarla insieme: prenota ora il tuo colloquio – in Studio o in da remoto – contattando i recapiti presenti in questa pagina.

Mangiare per noia

Non te ne eri nemmeno accorto/a: hai svuotato un pacchetto di patatine davanti alla tv. Eppure non avevi fame, lo sai per certo. Lo hai preso dalla dispensa senza rendertene conto. Mentre con gli occhi osservavi lo schermo, con le mani pescavi una patatina dietro l’altra: mangiarle è stato un atto puramente meccanico. Solo quando hai toccato con la mano il fondo del sacchetto hai realizzato di averle finite.
Cosa succede?

Stai mangiando per noia.

Ti sembrerà strano, ma non sono solo le emozioni “forti” come rabbia o tristezza a innescare la ricerca di cibo. Anche la noia nella sua apparente indifferenza può rappresentare un fattore scatenante per le abbuffate.

Quando sei annoiato/a infatti, anche il tuo cervello ne risente e potrebbe “andare a caccia” di dopamina per stimolarsi un po’: non per niente questo neurotrasmettitore è noto anche come l’ormone dell’euforia. Se facciamo qualcosa che ci piace, i suoi livelli aumentano e sentiamo una sensazione di appagamento e piacere. Non a caso, quando mangi per noia scegli i cibi che più ti piacciono – solitamente ricchi di zuccheri, grassi, sale… – per un appagamento rapido e immediato.

Quindi è colpa della dopamina, non posso certo contraddirla..gnam!

Il circuito della ricompensa potrebbe giocare un ruolo nelle tue scelte alimentari, questo non significa che esista una forza oscura in grado di obbligarti a consumare determinati cibi. Sei sempre tu a scegliere quale comportamento mettere in atto. Imparando ad assumerti la responsabilità dei tuoi comportamenti alimentari potrai riguadagnare il controllo su di essi.

Cosa puoi fare dunque per non mangiare più per la noia?

Non esiste una ricetta unica per tutti; ci sono però alcune indicazioni generali che puoi seguire:

Riconosci e metti a fuoco la situazione.
In quali circostanze tendi ad annoiarti? Prendi nota dei momenti della giornata e delle situazioni in cui ti annoi. Fai attenzione ai cibi verso cui ti dirigi, registra le emozioni che provi prima, durante e dopo.

Vai in profondità
La noia non è mai fine a se stessa. Prova ad immaginarla come una tenda che nasconde sotto di sé qualcosa altro. Ti annoi perché vorresti essere altrove? Stai facendo qualcosa controvoglia? Oppure è la stanchezza a farti provare noia verso ciò che hai intorno?

Limita ( o impara ad accettare) i momenti di noia
La noia esiste, inutile negarlo. Se impari a riconoscerla nelle sue manifestazioni, puoi anche cercare di prevenirla. Esci dalla trappola mentale che vorrebbe eliminarla: è più produttiva accettarla e reagire di conseguenza.

Elabora un’alternativa
Puoi creare altre strategie abbatti noia che non siano mangiare. Crea una lista personale di alternative sane in grado di appagare e divertire il tuo cervello: riscopri la creatività che è in te.

Recupera il tuo ruolo attivo
La noia non ti costringe materialmente a mangiare: sei sempre tu a scegliere. Spesso portiamo avanti delle abitudini semplicemente perché sono tali, senza interrogarci su come ci fanno sentire. Recuperare la tua parte attiva significa tenere conto di ciò che scegli e delle motivazioni.

Hai deciso di voler lavorare meglio sulle cause del tuo emotional eating? Contattami per un colloquio: puoi scegliere liberamente se svolgerlo da remoto ( telefonata, videoconsulenza,..) o se recarti presso il mio Studio, nel pieno rispetto delle norme igienico-sanitarie vigenti. Per informazioni e/o prenotazioni puoi contattarmi attraverso i recapiti presenti in questa pagina.

2 colleghe, 1 videochiamata e 3 riflessioni sulla psicoterapia in pandemia

Qualche giorno fa sono stata contattata dall’amica e collega Michela Roccello , anche lei autrice di un blog che si intitola Redazioni Terapeutiche. Mi ha proposto di intervistarci a vicenda e di dialogare insieme sull’impatto che la pandemia ha e avrà sul nostro lavoro. Trovate l’intervista a questo indirizzo.

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Photo by Pavan Trikutam on Unsplash

Come spesso accade, una chiacchierata con un collega mette in moto una serie di riflessioni, soprattutto se alla base ci sono già stima e rispetto reciproci. Ahimè spesso nelle libere professioni si fa fatica a concedersi momenti di questo tipo, un po’ per la mancanza di tempo e un po’ perché si vive in una dimensione settoriale e ripiegata su se stessa.

Il 2020 sarà l’anno degli psicologi?
Ho letto questa affermazione in un paio di meme spiritosi , insieme ad altri riferiti agli avvocati divorzisti. Ci sarà più bisogno di noi? Credo sarà probabile; non significa però che avremo un’impennata di richieste, a mio avviso.
La domanda di  psicoterapia passa per una presa di consapevolezza ( ho bisogno di aiuto perché…) alla quale segue l’atto pratico di contattare un professionista: servono tempo, denaro e energie da investire. Come potranno chiedere aiuto coloro i quali hanno perso il lavoro e/o attendono un sostegno economico? Dove troverà il tempo per recarsi in studio una donna e mamma lavoratrice in smartworking con i figli a casa da scuola?
Per quanto siano lodevoli, trovo poco efficaci le iniziative gratuite : questa pandemia dovrebbe averci insegnato a pensare a una sanità efficace ed efficiente sul lungo periodo, non ad un sistema che si improvvisa sulla spinta dell’emergenza. Ti offro un colloquio gratis, e poi? La salute non si cura con le offerte promozionali.

Le nuove tecnologie
Il setting terapeutico si è arricchito in questi mesi di una prospettiva digitale: abbiamo continuato le sedute tramite telefono e videochiamate di vario tipo. Abbiamo installato app, combattendo contro i disguidi tecnici e i rallentamenti di linea. Quella che prima era un’ eccezione riservata a coloro i quali non potevano materialmente recarsi in studio ( italiani all’estero, trasfertisti, studenti fuorisede di rientro) è diventata la normalità.
Dovendo rispettare il distanziamento fisico tutte queste opzioni si sono rivelate utilissime: ovviamente non possono sostituire in pieno ciò che avviene nella stanza di terapia. Ad esempio, viene a mancare una parte di comportamento non verbale e anche il contatto oculare è mediato da un occhio tecnologico. Esistono dei tempi tecnici per cui la voce può arrivare in ritardo o leggermente deformata.
Continuerò a usare queste opportunità, ritenendole un complemento e non un’alternativa alla seduta classica.

I doni della pandemia
Michela, con un’arguta domanda, mi ha fatto pensare ai vantaggi derivanti dal lockdown. Non per tutti infatti si è trattato di un evento negativo: per alcuni è stata una vera e propria opportunità per continuare a procrastinare  o tornare alle care vecchie abitudini. Certo, l’attuazione primal’allentamento poi delle misure di distanziamento può aver causato un aumento dei livelli di ansia; restando a un livello più ampio però quanti di noi hanno lasciato qualcosa in sospeso con l’alibi della pandemia? In cuor nostro, quanto siamo stati sollevati all’idea di non poter fare una determinata cosa?
E ancora: che cosa abbiamo scoperto restando a casa per tutto questo tempo?

Grazie ancora a Michela ( e al suo gatto) per questa interessantissima intervista!

Contattami per un colloquio: puoi scegliere liberamente se svolgerlo da remoto ( telefonata, videoconsulenza,..) o se recarti presso il mio Studio, nel pieno rispetto delle norme igienico-sanitarie vigenti. Per informazioni e/o prenotazioni puoi contattarmi attraverso i recapiti presenti in questa pagina.

 

Che cos’è la sindrome della capanna

L’avvio della fase 2 del lockdown ha significato per molti di noi una graduale ripresa delle attività: pensiamo agli uffici che hanno ripreso con il lavoro in presenza o alle fabbriche che hanno riavviato la produzione. Possiamo vederci ( seppur mantenendo le precauzioni del caso) con i nostri “congiunti” e svolgere attività fisica oltre i 200 metri; in alcune regioni si può passeggiare sul lungomare, in altre andare per funghi.

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Photo by Dimitry B on Unsplash

Eppure non per tutti questa novità è stata accolta con sollievo, anzi. Qualcuno sta sperimentando un’intensa sensazione di angoscia all’idea di poter uscire con meno restrizioni , insieme a vissuti di ansia e smarrimento. Cosa sta succedendo?
Una possibile ipotesi è quella proposta da Timanfaya Hernández del Collegio Ufficiale degli Psicologi di Madrid: “Stiamo percependo un numero maggiore di persone in difficoltà all’idea di uscire di nuovo. Abbiamo stabilito un perimetro di sicurezza e ora dobbiamo abbandonarlo in un clima di incertezza… Viviamo nella società del fare: fare sempre cose, produrre sempre.” ( Fonte: El Pais). Saremmo dunque di fronte alla Sindrome della capanna  ( o del prigioniero) : coniata ai primi del ‘900, definiva la condizione di disadattamento delle popolazioni dell’estremo Nord America. Durante i mesi invernali infatti la rigidità del clima imponeva a costoro un vero e proprio isolamento nelle proprie case ( o capanne, appunto) ; al sopraggiungere della bella stagione venivano colti da disorientamento e paura all’idea di potersi nuovamente interfacciare con l’ambiente esterno.

In letteratura non esiste una casistica tale per una vera e propria diagnosi in senso tecnico. Possiamo comunque prendere spunto da questa definizione per cercare di capire meglio cosa stia succedendo in chi in questi giorni riferisce un vissuto di malessere all’idea di dover/potere nuovamente uscire di casa.

Ci è stato descritto un “fuori” fonte di pericoli, tant’è che siamo rimasti nel “dentro” per la sicurezza nostra e altrui. Allo stesso modo, anche la socialità rappresenta un fattore cruciale per la diffusione del virus. La nostra quotidianità è stata stravolta: abbiamo capito quante piccole-grandi cose davamo per scontate, come un caffè al bar con un amico.

La fase 2 rappresenta una prima tappa nella direzione della riapertura. Non è – e nemmeno sarà – come prima. La nostra vita frenetica ha dovuto tirare bruscamente il freno a mano e riprendere la marcia non è così scontato. Proprio come accade dopo uno spavento automobilistico, rimettersi in moto può presentare qualche difficoltà: spavento, paura, smarrimento o rabbia. Ci siamo (ri)scoperti vulnerabili e insicuri.

Come tenere a bada tutte queste emozioni? Innanzitutto, accettandole nella loro dignità di esistenza. Siamo esseri umani e abbiamo tutto il diritto di provarle; rifuggiamo dal cliché che ci vorrebbe sempre pimpanti e pronti a tutto.
Facciamo un passo alla volta, letteralmente, come se fosse una riabilitazione emotiva. Trasformiamo la paura in senso di responsabilità, ricominciamo a uscire pian piano seguendo le direttive igienico-sanitarie. Una buona strategia può essere quella di incrementare la distanza percorsa ad ogni uscita per riabituarsi gradualmente al mondo esterno e alle emozioni del “fuori”.

Questi periodo di isolamento ti ha psicologicamente affaticato e vorresti un supporto? Senti che l’ansia del “fuori” potrebbe sovrastarti? Contattami per un colloquio: puoi scegliere liberamente se svolgerlo da remoto ( telefonata, videoconsulenza,..) o se recarti presso il mio Studio, nel pieno rispetto delle norme igienico-sanitarie vigenti. Per informazioni e/o prenotazioni puoi contattarmi attraverso i recapiti presenti in questa pagina.

 

 

L’insonnia in quarantena

Oltrepassato il mese di lockdown in Italia stiamo iniziando a rilevare i primi effetti dell’isolamento sociale anche in termini di ricadute psicologiche. Tra queste , le più marcate al momento riguardano ansia e insonnia.

Non riesco a dormire” è una delle frasi che sento maggiormente ripetere nel corso delle (tele)sedute che sto conducendo in questo periodo. Qualcuno, già alle prese con problemi del sonno, ha rilevato un acuirsi dell’insonnia; per altri invece si tratta di una novità. Da che cosa dipende? Come riuscire a dormire in un momento storico di così forte preoccupazione? Un buon riposo è importante per ristorare il corpo e la mente, ora come non mai.

Le nostre giornate sono state stravolte
Le scuole e le università sono chiuse, si lavora da casa, non possiamo spostarci se non per cause di necessità: le nostre routine giornaliere sono cambiate completamente da un giorno all’altro. In assenza di questi “punti di ancoraggio” è come se non avessimo più un orologio sottomano: rischiamo di perdere la cognizione del tempo.

Chi vive da solo può sentire ancora di più lo stress del distanziamento sociale; chi coabita con familiari, partner o inquilini al contrario può avvertire il peso della mancanza di uno spazio fisico e mentale tutto per sé.

Lavorare o studiare da casa può essere comunque molto faticoso, in virtù della mole di ore passate davanti allo schermo e al telefono. Manca quel distacco fisico e mentale casa-lavoro/scuola per cui si rischia di sentirsi sovrastati, soprattutto per coloro i quali lo smart working ha significato un aumento delle incombenze.

A tutto questo aggiungiamo la carenza di luce naturale, fondamentale per la regolazione dei nostri ritmi sonno-veglia: è ciò che succede quando abbiamo sonnolenza di giorno e difficoltà a dormire durante la notte.

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Photo by Matthew Henry on Unsplash

Linee guida per una buona igiene del sonno

Stabilisci una routine giornaliera

  • Imposta una sveglia mattutina e alzati senza posticiparla;
  • Lavati e vestiti, non restare in pigiama;
  • Cerca di mangiare a ogni giorno alla stessa ora. Evita cibi pesanti e l’assunzione di alcool e caffeina soprattutto nel pomeriggio/sera;
  • Prevedi degli spazi giornalieri in cui dedicarti all’attività fisica nel corso della giornata.Va benissimo anche una blanda attività, senza strafare;
  • Stabilisci un orario serale in cui rilassarti e prepararti ad andare a dormire, indossando il pigiama come se fosse un rituale;
  • Se dopo circa 20 minuti non hai preso sonno, alzati e vai in un’altra stanza. Dedicati a un’attività rilassante ( es. tecniche di respirazione , lettura) e riprova più tardi.

Inoltre:

  • Limita l’utilizzo dei dispositivi elettronici dopo cena: la luce blu emessa dagli schermi è un segnale di “veglia” per il cervello. Puoi filtrarla tramite app e funzionalità apposite; ad ogni modo evita di utilizzare smartphone & co. un’ora prima di andare a dormire.
  • Cerca di far entrare quanta più luce naturale in casa;
  • Crea una connessione mentale tra letto e sonno. La camera da letto dovrebbe restare tale e non diventate una succursale del tuo ufficio o del salotto di casa.
  • Rendi il più possibile confortevole la camera da letto: lenzuola fresche e pulite e comodi cuscini sono un invito ad addormentarsi. Mantieni una temperatura gradevole, avendo cura di cambiare l’aria più volte nella giornata.
  • Desisti dalla tentazione dei sonnellini diurni. Se è vero che un breve sonnellino pomeridiano può essere rilassante, in chi ha problemi di insonnia rischia di essere un ulteriore fonte di sfasamento dei ritmi sonno-veglia.

Se i tuoi problemi di insonnia persistono e stanno peggiorando la tua qualità della vita consultati con uno specialista. Sapevi che esiste un protocollo psicologico ( non farmacologico) per il suo trattamento? Possiamo utilizzarlo anche a distanza:  per ulteriori informazioni  e/o per prenotare un appuntamento telefonico o tramite videochiamata puoi contattarmi ai recapiti presenti in questa pagina.

Se si potesse parlar d’altro

WordPress mi ricorda la lista di bozze che ho in rampa di lancio da qualche tempo. I miei appunti cartacei traboccano di spunti e idee. Eppure , al momento di selezionarne una per farla diventare articolo del blog…ho avuto un blocco. Non quello da “pagina bianca”, bensì qualcosa di nuovo e surreale.

Non so se ho il diritto di parlare d’altro che non sia la pandemia in atto, o se viceversa sia giusto fare il contrario per distrarci un po’ tutti , anche solo per il tempo di una breve lettura. Non so se sia più giusto parlare di ansia in generale o se declinarla al momento storico particolare. Non riesco a comprendere se abbia ancora senso scrivere di un argomento a prescindere da ciò che succede fuori dalla mia finestra. Forse il “fuori” generico è diventato un “dentro” collettivo, condiviso.

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Photo by Volodymyr Hryshchenko on Unsplash

In queste giornate ho imparato una nuova parola: infodemia ( NB, Proporrei di coniare una definizione anche per quel fenomeno per cui, in un sito che vende dolci pasquali come uova e colombe sono anche in vendita gel disinfettanti e mascherine). Nei miei consigli sull’ansia ai tempi del coronavirus  ho dedicato non a caso il primo punto alla disconnessione dal continuo flusso di informazioni. Se ne parla sempre, a qualunque ora, su qualunque mezzo. E quando finalmente spegni la tv o chiudi il pc, ti arriva il solito messaggio su WhatsApp in cui ti annunciano una catastrofe imminente o una cura rivoluzionaria.

Probabilmente noi terapeuti dovremo cambiare il mondo con cui fino ad oggi abbiamo considerato l’ansia e gli altri disturbi; non sapremo ancora cosa succederà. Affronteremo anche questo cambiamento, dopo quello che ci ha visti migrare dallo studio a Skype. Voglio anche stavolta provare a cercare il lato positivo: magari qualcuno che non sarebbe mai andato dallo psicologo si è deciso a fissare un colloquio online, magari rassicurato dalla presenza di uno schermo.

Quando penso a tutto questo, mi rispondo che parlare d’altro non solo è un mio diritto: forse rappresenta anche un mio dovere. Questo blog non rappresenta che una percentuale infinitesimale della rete: una goccia in un oceano virtuale. Ma se con questa goccia posso contribuire a calmare le onde e a rendere l’oceano navigabile, lo farò.

Ti ricordo che la mia attività professionale continua anche a distanza. Se vuoi prenotare con me un appuntamento telefonico o tramite videochiamata puoi contattarmi ai recapiti presenti in questa pagina.

Sei un accanito tifoso di calcio? Attento allo stress!

Non c’è luogo al mondo in cui l’uomo è più felice che in uno stadio di calcio.
(Albert Camus)

…e anche più stressato!
Ebbene sì: i tifosi più accaniti durante la visione di una partita possono sperimentare livelli di stress così alti da essere a rischio di infarto.

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Una ricerca condotta dal Centre for the Study of Social Cohesion dell’Università di Oxford ha infatti misurato la saliva dei tifosi brasiliani durante la storica debacle con la Germania ai Mondiali di calcio 2014. I risultati hanno evidenziato livelli di cortisolo  (noto appunto come ormone dello stress) molto alti  e tali da aumentare la pressione sanguigna e di conseguenza affaticare il cuore. Ovviamente i ricercatori non avrebbero mai potuto immaginare che si sarebbe trattato di un match così catastrofico: la rilevazione si è svolta all’interno di un progetto più ampio in cui sono stati monitorati i medesimi valori in altre partite del torneo.
Non sono state riscontrate grosse differenze nei livelli di stress legate al sesso, sfatando l’antico preconcetto secondo cui gli uomini sarebbero tifosi più accaniti.
Anche i tifosi “occasionali” sarebbero a rischio, in maniera però più lieve rispetto a quelli più appassionati , in funzione del legame che vivono con la squadra del cuore.

Sembrerebbe che i tifosi più accaniti vivano le sconfitte della propria squadra con un vissuto di catastrofe imminente non solo a livello emotivo ma anche fisico: livelli così alti di cortisolo infatti si riscontrano nelle situazioni di forte angoscia e paura per la propria vita.

Questi dati potrebbero spingere le squadre ad adottare provvedimenti per stemperare la tensione nelle partite di cartello, ad esempio trasmettendo musica rilassante dopo la fine e mettendo a disposizione di unità di screening per i tifosi più a rischio, secondo quanto dichiarato dalla Dr.ssa Newson alla BBC.

Anche tu vivi le partite della tua squadra in maniera così intensa e stressante? Più in generale, vorresti conoscere e mettere in atto qualche tecnica di gestione dell’ansia e dello stress? Puoi chiedermi informazioni e/o fissare un colloquio ( in studio a Torino o, a seconda dei casi, in videoconsulenza), tramite i recapiti presenti in questa pagina