Nuovo gruppo Facebook “Fame emotiva: gestiamola insieme”

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Rapido aggiornamento: nasce su Facebook un gruppo dedicato alla fame emotiva , dove gli iscritti potranno trovare uno spazio di confronto e sostegno.

Il gruppo è di tipo segreto, cioè solo gli iscritti potranno leggerne in contenuti.
Per essere aggiunti cliccate qui >>> Fame emotiva: gestiamola insieme

Si tratta di un’iniziativa nuova perciò grazie in anticipo a chi mi aiuterà a pubblicizzarla 🙂

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Il paradosso del selfie

Per alcuni sono un modo creativo e divertente per tenersi in contatto con gli amici (reali o virtuali), per altri un esempio di narcisismo: comunque la si pensi, i selfie  sono ormai un fenomeno culturalmente significativo.
L’ Accademia della Crusca definisce il selfie come una  fotografia scattata a sé stessi, tipicamente senza l’ausilio della temporizzazione e destinata alla condivisione in rete.

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Sono sempre più numerosi gli studi psicologici a riguardo; il più recente è stato pubblicato sulla rivista  Frontiers in Psychology a cura di Sarah Diefenbach e Lara Christoforakos della  Ludwig-Maximilians-University Munich. Questa ricerca ha visto la somministrazione di un questionario online a 238 persone provenienti da Austria, Germania e Svizzera (questo potrebbe costituite un limite culturale, come puntualizzato dalle stesse autrici: sarebbe auspicabile una somministrazione su scala più vasta).
Il 77% dei partecipanti ha dichiarato di scattarsi regolarmente selfie (circa una volta al mese). La ragione principale dietro un autoscatto sembra essere la voglia di condividere parti positive di sé e della propria vita con gli altri, nella speranza di suscitarne simpatie e approvazioni. Allo stesso tempo però, oltre il 60% degli intervistati ha concordato con le possibili conseguenze negative di questo tipo di foto, ad esempio in termini di autostima.

L’aspetto che più mi ha colpito di questa ricerca è la discrepanza tra ciò che gli intervistati pensano dei propri selfie e cosa invece di quelli altrui. Le proprie foto vengono viste come divertenti, autoironiche e spontanee; quelle degli altri “finte”, costruite ad arte per attirare consensi, meno autoironiche: uno sfoggio di narcisismo. Inoltre, oltre l’80%  di chi ha dichiarato di condividere i propri autoscatti ha, contemporaneamente, affermato di voler vedere meno selfie sui social! Questo fenomeno è stato definito dalle autrici come paradosso del selfie.

E voi, che uso fate degli autoscatti? Cosa ne pensate di quelli altrui?

 

FOMO : la paura di perdersi una vita al meglio

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Quante volte ci è capitato di controllare i social network e pensare che i vostri amici/ parenti/ conoscenti/ contatti stessero facendo qualcosa di meglio rispetto a noi? Una cena, un concerto, una vacanza…mentre noi siete in pantofole sul divano a guardare una replica in tv.
Fin qui nulla di strano.
Se però questo monitoraggio diventa costante ed è mosso dalla preoccupazione che gli altri stiano vivendo esperienze migliori delle nostre, potremmo essere alle prese con un fenomeno che si chiama FOMO. Tranquilli, non si tratta di un virus tropicale: è l’acronimo dell’espressione inglese fear of missing out, letteralmente paura di perdersi qualcosa. In questo caso la paura è quella che le persone con cui siamo in contatto (realmente o virtualmente) stiano vivendo una vita migliore della nostra, alla quale non possiamo aspirare per svariati motivi.
La definizione di FOMO si deve allo scienziato sociale Andrew Przybylski, che ne elenca così i punti salienti:

  • La FOMO è la forza che guida l’uso dei social media
  • I livelli di FOMO sono più alti nelle persone giovani e in particolare negli individui di sesso maschile
  • I livelli di FOMO sono influenzati dalle circostanze sociali. Bassi livelli di considerazione della propria vita coincidono con alti livelli di FOMO
  • La FOMO è legata ad un rapporto ambivalente con i social media
  • La FOMO è più alta in chi è spesso distratto
  • La FOMO è più alta negli studenti che usano i social media anche in classe.

Questa sigla nel 2013 è entrata a far parte dell’Oxford English Dictionary , a testimonianza del fatto che l’incremento della presenza dei social media nelle nostre vite ha contribuito a esacerbare il fenomeno. Per certi versi la FOMO esisteva anche prima: è una declinazione dell’ansia sociale di perdersi pezzi di vita che altri riescono ad esperire, temendo di essere giudicati inferiori per questo.

Sul sito ratemyfomo è possibile testare il proprio livello di FOMO (al momento è disponibile solo in inglese). Per un questionario di autovalutazione dell’ansia sociale in italiano  potete visitare questa pagina.

Come si può contrastare la FOMO?
Proviamo a cambiare punto di vista: a guardar troppo le vite degli altri, ci si perde la propria. Secondo un recente studio, la chiave è passare dalla FOMO alla YOLO: you only live once. Si vive una volta sola: perché sprecarla guardando costantemente cosa fanno gli altri?
Ci sarà sempre qualcuno che starà facendo qualcosa di più “figo”, divertente, bello, eccitante. Il confronto costante genera solo sofferenza: utilizziamo tempo e energie per arricchire la nostra vita di momenti che ci fanno stare bene.

Ti sei ritrovato in queste parole e senti di aver bisogno di parlarne con uno specialista? Prenota un colloquio: insieme capiremo cosa ti sta succedendo e quali tue risorse potenziare per stare meglio

 

La social “sfida delle mamme”: appello alla coerenza.

Se siete utilizzatori di Facebook avrete sicuramente notato negli ultimi giorni la diffusione di una catena che recita più o meno così:

Sfida delle mamme. Sono stata nominata da ……. per postare 3 foto che mi rendano felice di essere mamma. Scelgo alcune donne che ritengo siano grandi madri. Se sei una madre che ho scelto copia questo testo inserisci le tue foto e scegli le grandi madri”

Non mi soffermo sull’opportunità di pubblicare o meno le foto dei propri bambini sui social, ritenendo sufficiente quanto indicato sulla pagina della Polizia di Stato Una vita da social :

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Sono rimasta molto colpita dall’aggettivo “grande“. Questa catena si rivolge alle grandi madri che a loro volta devono individuarne di altrettanto grandi. Diciamo al mondo (social) che siamo grandi, io lo dico a te e tu lo dici a me. Distinguiamoci dalla plebe.
Purtroppo fuori da Facebook non è così. Ci sono madri che non solo non hanno nessuno/a a dire loro che sono grandi, ma non hanno nemmeno un orecchio che le ascolti quando hanno un dubbio sul loro ruolo materno o avvertono una sofferenza che non sanno come affrontare. Queste mamme vivono nel silenzio, finché non finiscono sulle pagine di cronaca perché il loro malessere le ha portate a compiere gesti drammatici.

Ci sono donne che vorrebbero tanto diventare mamme ma non riescono; altre non lo desiderano ma si sentono comunque realizzate e soddisfatte. Ognuna ha il suo percorso con le sue cicatrici, tutte uniche e diverse. Perché fare una classificazione in termini di grandezza?

In questi giorni, in concomitanza con le difficoltà che il ddl Cirinnà sta incontrando nel suo iter parlamentare, si dibatte molto in tema di diritti. Non  trovo casuale la diffusione di questa catena, perché in alcune pagine che la diffondevano ho trovato riferimenti contro “coppie di fatto”, “uteri in affitto” e “adozioni gay”, “procreazione naturale” etc.
Sono temi che non possono essere affrontati così alla leggera. Informiamoci, discutiamo, confrontiamoci, leggiamo, ascoltiamo…ma non limitiamoci a condividere la prima catena in cui vediamo apparire il nostro nome. Prima di pretendere rispetto per la propria opinione, impariamo a rispettare prima quella altrui.
Questo vale anche per coloro che colorano il proprio profilo social con bandiere arcobaleno e poi condividono immagini e affermazioni omofobe e razziste.
Coerenza signori, coerenza.

Candy Crush & co: perché le caramelle virtuali hanno successo

Parla pure, ti ascolto, nel frattempo finisco questo livello di Candy Crush!“: quante volte vi è capitato di sentirvi dire- o pronunciare voi stessi! – questo tipo di frase? Ma soprattutto: cosa avranno di speciale questi giochini  da far dimenticare ai giocatori ciò che li circonda?
Anche i recenti spot mostrano un mondo al confine tra gioco e realtà…

Non hanno nulla di straordinario, e a prima vista il più basico dei Super Mario sembrerebbe più avvincente. Non si vince nulla, alcuni livelli sono talmente ostici da dover scovare filmati con le istruzioni passo passo sul web e….scaricano notevolmente la batteria del dispositivo,
Scagli la prima caramella chi non ci gioca: non ho nessun problema ad ammettere di farlo; in fin dei conti si tratta di un piacevole passatempo, un gioco appunto. Tra una combinazione e l’altra ho provato a pensare a quali caratteristiche ne abbiano decretato il successo:

  • hanno una grafica accattivante, colorata ma senza flash o intermittenze che possano disturbare più di tanto (fino a oggi);
  • ci fanno tornare bambini:  i protagonisti sono caramelle, fruttini , cuccioli con gli occhioni dolci e bolle da scoppiare;
  • creano attesa: le vite finiscono e bisogna attendere che si ricarichino per poter giocare di nuovo.
  • sono social: possiamo giocarci con gli amici, chiedendo e inviando aiuti;
  • ci premiano (virtualmente): il gioco si complimenta con noi a livello superato e possiamo confrontare il punteggio con gli amici;
  • hanno una difficoltà crescente: progredire nel percorso gratifica e procedendo si incontrano nuove variabili;
  • sono periodicamente aggiornati: vengono aggiunti nuovi livelli e funzionalità;
  • possiamo giocarci ovunque: basta avere con sé uno smartphone (e un caricabatterie…)

Ovviamente ciascuno avrà le sue motivazioni specifiche o dirsi: “ci gioco perché mi piace e basta!“.
Detto questo, cosa  fare per evitare che il gioco di turno rischi di prendere il sopravvento, facendoci saltare la fermata della metro o bruciare l’arrosto?
Un semplice consiglio è quello di diminuire l’interazione con le applicazioni. Ciò può essere fatto disattivando ad esempio le notifiche che ci comunicano la ricezione di un aiuto o il ripristino di un set di vite completo. Anche stabilire un tempo massimo di gioco può essere utile, così come decidere di giocare in momenti della giornata in cui non c’è altro da fare o al termine dello svolgimento di un compito.

Se invece il problema è più generale e non riferito nello specifico ai giochi, ecco un approfondimento dedicato alla dipendenza da social network.