Il lutto: sentirsi come una ruota sgonfia

Sta tornando il tepore primaverile, il clima ideale per andare a lavorare in bicicletta.
Vado in cortile, sgancio il lucchetto, salto in sella e mi avvio.
Giro l’angolo, sento i pedali pesanti: ho una ruota sgonfia.
Torno indietro, riaggancio la bici con catena e lucchetto, per oggi andrò a piedi.
Dirò a mio padre se può darci un’occhiata.
Un pensiero automatico, di quelli che non controlli, tanto è forte l’equazione bici con qualche magagna = papà che potrà aggiustarla.
L’automatismo si scontra con la realtà dei fatti: da circa tre mesi non ho più un papà che possa aggiustarmi nulla, tantomeno rispondermi al telefono.

Guardo la ruota e penso che mi sento proprio così: a terra. Girare mi comporta una fatica disumana. Combatto ogni giorno con l’amara concretezza del lutto, ricaccio indietro le lacrime pronte a cadere sull’ennesima scartoffia da compilare e firmare. Sono figlia unica, queste incombenze spettano a me: non ho fratelli o sorelle con cui dividere il fardello. Com’era la storia dei figli unici viziati? Parliamone.

Facebook mi ricorda che “i fan della tua pagina non hanno notizie da un po’ di tempo” e che “hai 99+ notifiche da leggere”. Gli algoritmi non lo sanno che la vita funziona per priorità e i social in questo momento sono relegati sullo sfondo.

Mi hanno detto che sono “fortunata” ( virgolette mie) perché con il mio lavoro ho più strumenti e risorse per affrontare questa fase. Altri hanno aggiunto che posso “distrarmi con i problemi altrui” o “pensare a cosa direi ai pazienti in una situazione simile”. Non funziona nulla: essere terapeuti di se stessi rende solo come titolone sui manuali di auto-aiuto. Il lavoro è lavoro, la vita è un’altra cosa.
L’altra frase che mi hanno detto è “ti capisco” perché purtroppo di amici senza un genitore ( o entrambi) ne ho più di uno, anche più giovani di me. Si tratta di un tipo di dolore che non puoi immaginare nemmeno lontanamente, finché non ti deflagra nel cuore.

Mi sono seriamente chiesta se sarei stata in grado di continuare a lavorare. Come posso rappresentare una base sicura in una relazione d’aiuto, quando io stessa ho la sicurezza di una ruota sgonfia? Gli artisti dicono The show must go on ma la terapia, per quanto somigliante a una forma d’arte, è un mondo diverso. Ho stretto i denti, ci ho provato in tutta sincerità, senza nascondere l’accaduto e prendendomi un doveroso tempo di pausa fisica e mentale.

Ho comprato una pompetta per la bici, pensando a quante cose mio padre aveva ancora da insegnarmi e da dirmi e quante adesso vorrei dirne a lui. Pensiamo sempre di avere tutto il tempo del mondo a disposizione e poi ci accorgiamo che la vita è fatta diversa da come ce l’eravamo immaginata.
Provo a gonfiare la ruota nella speranza che non sia bucata del tutto e man mano che la vedo riprendere forma mi dico che forse sarà così anche andranno le cose; ogni giorno ci sarà un briciolo di forza in più.
Si va avanti, volenti o nolenti, pedalando ad andatura crescente e trasformando la sofferenza in energia. Non posso stare ferma troppo a lungo, mio papà non lo vorrebbe mai.

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