La Sindrome premestruale e il Disturbo disforico premestruale

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Mi capita spesso di confrontarmi con le mie pazienti sugli effetti psicologici della Sindrome premestruale: si tratta di un argomento che spesso viene banalizzato e trattato come “capricci femminili”. In realtà è un fenomeno che ha delle cause ormonali e neurochimiche di interesse scientifico.
Nei casi più gravi si parla di Disturbo disforico premestruale, un vero e proprio disturbo depressivo.

Ho approfondito questa tematica nel mio nuovo articolo per il portale Segreti del benessere: potete leggerlo per intero qui.

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Caro Ministro Le scrivo

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Caro Ministro (o preferisce Ministra? ) Lorenzin,
in queste ore il Suo nome è sulla bocca e sulla tastiera di tutti, ancor più di quando disse che il suo apparecchio ortodontico le forniva i titoli per giungere ai vertici della Sanità italiana.
Le dirò, ero combattuta se scriverle o meno visto che già in tanti le si sono rivolte dai fronti più disparati. La decisione è giunta dopo un’intera giornata di riflessione e ponderazione.
La campagna #fertilityday promossa dal Suo dicastero è di una lungimiranza tale da non poter essere ignorata. Immagino se lo sia detto anche Lei stessa, rimirando l’anteprima delle locandine accuratamente predisposte per l’evento.
A Lei e al Suo staff va il merito di essere riusciti a riunire in un solo hashtag una serie di arzigogolati concetti:

  • Le donne sono come le uova: passata la data di scadenza, ciao ciao;
  • La loro principale aspirazione è essere madri; se così non è hanno qualche rotellina fuori posto;
  • L’utero è res publica;
  • Le giovani creative non sono le ragazze che cercano di sbarcare il lunario inventandosi nuovi lavori e start-up, bensì coloro che figliano;
  • Le donne che non possono avere figli non sono utili alla Patria.
  • Il solstizio d’Autunno si festeggia procreando: nemmeno i pr più scafati avrebbero osato tanto.

 

Come Le dicevo poc’anzi, in molti hanno commentato la Sua iniziativa. Pareri più o meno tecnici o illustri, tra cui molti miei colleghi psicologi.
Oggi non Le scrivo in quanto psicoterapeuta, lungi da me voler ostentare i miei pezzi di carta.
Mi rivolgo a Lei come donna.
Suppongo che un bel giorno si sia svegliata con la voglia di leggere gli ultimi dati sulla natalità italiana, abbia visto un calo e si sia spaventata. Dopo i primi soccorsi, immagino abbia ripreso i sensi e si sia spremuta le meningi domandandosi cosa fare per risollevare le patrie sorti. Previa consultazione con i Suoi fidati collaboratori, ecco giungere l’ideona: Il Giorno della Fertilità! Messo così suonava un po’ troppo rito-sciamanico-ancestrale e allora ben vengano tag, cancelletti e cinguettii.

Caro Ministro, meno male che ci ha avvisate in tempo del pericolo.
Noi povere donne pensavamo che i veri problemi fossero la disoccupazione, la ricerca di stabilità affettiva, la salute e tutte quelle robine lì. Abbia pazienza, ma ce lo fanno credere ogni giorno durante i colloqui di lavoro: pare che persino l’anticamera dell’idea di diventare madri sia vista come ostativa all’impiego. Ci hanno anche fatto credere che la scelta della maternità debba essere faccenda privata, così ci impediscono di servire il nostro Stato (questa non mi suona completamente nuova…).

La Sua campagna farà senz’altro dell’Italia un mondo migliore dove vivere, concepire e partorire: sentitamente La ringrazio.

 

 

 

8 motivi per non festeggiare l’8 marzo

Oggi 8 marzo ricorre la Giornata Internazionale della Donna, come ci ricorda anche Google:

Detto questo, trovo che vi siano (almeno) 8 motivi per non festeggiare questa ricorrenza:

  1. Ormai si tratta di una mera giornata commerciale;
  2. La data coincide con un tragico episodio, cioè il rogo avvenuto nel 1908 in una filanda di New York e che portò alla morte i numerose operaie;
  3. La notizia di cui sopra è una bufala. Un incidente simile accade però il 25 marzo 1911 alla Triangle Shirt Waist Company, sempre a New York. Morirono 146 operai, in gran parte donne;
  4. Oggi si spendono tante belle parole: uguaglianza, parità, diritti. E domani?
  5. Ancora troppe donne nel mondo sono vittime di maltrattamenti fisici e psicologici, in nome di una religione o tradizione da rispettare. Spose bambine, donne lapidate, infibulazioni. Dubito che oggi abbiano di che festeggiare.
  6. In Italia abbiamo poco di che gongolare: non passa giorno che una donna non finisca in prima pagina,  morta  per mano i qualche uomo che diceva di amarla;
  7. I pregiudizi e gli stereotipi sul ruolo della donna sono ancora duri a morire. Se fa figli sarà una pessima lavoratrice, se non li fa è una donna incompleta,…tanto per citarne un paio.
  8. Tanti di questi pregiudizi e stereotipi solo alimentati da donne, nei riguardi di altre donne. La “solidarietà rosa” di cui tanto si parla in certi ambienti fa acqua a tutte le parti.

 

Ci sono tante occasioni in cui questi 8 punti trovano una felice smentita: ad esempio questa domenica si è tenuta a Torino la Just the woman I am, manifestazione podistica in rosa a favore della ricerca oncologica. Senza contare tutte quelle meravigliose donne che ogni giorno si spendono per il bene della collettività, qui e in località remote e disagiate nel mondo.
Quello che vorrei trasmettere con questo articolo è l’idea che le donne valgono più di una mimosa e che il rispetto per ogni essere umano debba essere praticato tutti i giorni dell’anno. Purtroppo siamo un popolo dalla memoria corta.

Giornata Internazione per l’eliminazione della violenza sulle donne

In Italia una donna su tre , tra i 16 e i 60 anni, ha subito violenza fisica, sessuale o psicologica (dati Istat).
Gran parte i questi reati non vengono denunciati.
Paura, vergogna, sfiducia, impotenza: le motivazioni sono molte, troppe.

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#orangetheworld è la campagna lanciata dall’UN Women per accompagnare i 16 giorni di attivismo contro le violenze di genere

Oggi 25 novembre è la data scelta dalle Nazioni Unite come Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne e ha anche realizzato un’infografica per aiutarci a comprendere meglio i numeri di questo fenomeno (è in inglese ma facilmente comprensibile):infographic-violence-against-women-en

Come per tutte le Giornate Internazionali, mi piacerebbe che non si parlasse del tema solo un giorno all’anno.
Soprattutto quando parliamo di contrasto alla violenza, non possiamo pensare di risolvere il problema con un paio di conferenze e qualche speciale televisivo.
Si tratta di un lavoro lungo e complesso, perché ancora troppi uomini ( anche molto giovani) reputano “normale” essere violenti su una donna. E troppe donne ritengono ovvio non denunciare o non mostrare solidarietà a coloro che vengono maltrattate.
Personalmente non mi piace utilizzare il termine femminicidio: mi sembra che riduca la donna a un mero oggetto di genere femminile. Un po’ come dire “è stata ammazzata una femmina” e finisce lì. Come se dimenticassimo di evidenziare il rapporto con il suo carnefice: un compagno, un marito, un padre, un fratello, un corteggiatore respinto, un ex. I numeri infatti ci dicono chiaramente che gran parte delle violenze avviene tra le mura domestiche.
Più che neologismi, necessitiamo di leggi che vengano applicate e che tutelino le vittime.
Così come ci indigniamo (giustamente) per le stragi del terrorismo, dobbiamo indignarci anche per questo tipo di stragi più silenziose e quotidiane. Sì, dobbiamo perché è nostro dovere mostrarci umani: è ciò che lasceremo in eredità alle generazioni successive.

 

Madonna e la bellezza “non convenzionale”

Ieri sera ho assistito ad alcuni minuti dell’intervista alla cantante Madonna durante la trasmissione Che tempo che fa di Rai Tre. A partire dalla promozione del suo nuovo album, si è parlato di arte, libertà e condizione femminile.
Indubbiamente Miss Ciccone è un’icona pop a pieno titolo: camaleontica, carismatica, un vero e proprio animale da palcoscenico.

Ricorrendo ieri la Giornata Internazionale della Donna (sulla quale avrei voluto disquisire in un apposito post ma -ahimè- il tempo non me lo ha permesso), nell’intervista si sono toccati molti temi vicini al genere femminile. Fabio Fazio ha chiesto alla sua ospite se fosse vera la leggenda secondo cui Frida Kahlo avesse rappresentato per lei una musa, un ideale cui ispirarsi, negli anni duri della gavetta. Ovviamente sì, lo è stata. Madonna ha dichiarato di essere attratta dalla sua forza, esplicitata nel suo autoritrarsi con i suoi difetti fisici, dal monociglio ai baffetti. Si tratta di una bellezza “non convenzionale“, che non ha paura di mostrare le sue sofferenze. Si sente molto vicina a lei, perché entrambe hanno lottato per uscire dalle gabbie entro cui erano costrette.

Successivamente si è parlato della passione della cantante per l’arte, mostrando “Andromeda”,  un dipinto di Tamara de Lempicka appartenente alla sua collezione personale (per chi fosse interessato, vi ricordo che dal 19/03 a Torino ci sarà una mostra con le sue opere).

Anche qui, Madonna si è soffermata sulla non-convenzionalità della bellezza della donna quadro, così “voluttuosa“. Ha anche sottolineato la presenza delle catene che le stringono i polsi, come simbolo delle battaglie che le donne devono combattere. Il dipinto rappresenta anche “la mancanza di libertà per gli uomini che non sono eterosessuali“.

Nel corso dell’intervista si sono toccati altri temi, dalla tossicodipendenza ( “non bisogna farsi prendere in giro: l’idea che le droghe possano farci sentire bene è un’illusione. Se diventiamo schiavi della droga, ci faremo solo del male .”) agli attentati di Parigi ( “Ci hanno fatto capire che la libertà non è scontata, ma anche che dobbiamo essere più tolleranti. ” )

Parole molto belle, quindi.  Finalmente la tv (di stato, per giunta!) ospita un’icona pop mondiale che dice alle donne che sono belle anche se al di fuori delle convenzioni e degli stereotipi. Spezzate le catene, uscite dalle gabbie e volate via felici!
Peccato che a dirlo fosse una donna che questi canoni estetici sembra proprio volerli ottemperare tutti. Bellissima donna, per carità, ma nel senso ben convenzionale del termine. Non ho le capacità per affermare se sia rifatta o meno (e onestamente, non mi riguarda) ma più la guardavo, più mi sembrava più giovane in quel momento rispetto ai suoi video degli anni ’80. Un viso pressoché perfetto, un colpo scultoreo.
Di qui a invitarla a presentarsi sul palco in pantofole e pigiamone ce ne passa, ma perché soffermarsi tanto sulla non-convenzionalità di due grandi artiste e, allo stesso tempo, dare un’immagine estetica di sè così stereotipata?

L’intervista di ieri sera è visualizzabile a questo link:

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-8ca149ea-9394-4f37-8c44-3be3a1f19ab2.html?iframe

Non chiamateli “omicidi passionali”

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#LikeAGirl: una campagna virale contro le discriminazioni di genere

#LikeAGirl è un video diretto dalla documentarista Lauren Greenfield per Always, marchio americano di prodotti per l’igiene intima. L’idea nasce da una ricerca secondo cui oltre la metà delle ragazze intervistate perde fiducia di sè negli anni dell’adolescenza.

Nel video viene chiesto alle partecipanti di compiere alcune azioni (correre, lanciare,…) “come una ragazza”: questa espressione assume una connotazione negative per le adolescenti stesse, che si sono mosse in maniera stereotipata, ridicola e un po’ goffa.
La campagna virale si pone come obiettivo la lotta contro questi stereotipi, invitando le giovani donne a valorizzarsi e a ritrovare  sicurezza in se stesse.

“Fare qualcosa come una ragazza” diventa così un valore aggiunto, un segno di capacità e realizzazione della propria personalità e non più qualcosa per cui vergognarsi o farsi prendere in giro.