Noi non siamo problemi, siamo persone. La storia di Sabrina.

Il post odierno nasce con l’idea di trasmettere un messaggio di fiducia e speranza a coloro i quali sono alle prese con un disturbo del comportamento alimentare, in particolare il Binge Eating.

Nel mio gruppo Facebook “Fame emotiva e alimentazione consapevole” ho virtualmente incontrato Sabrina: dopo una vita passata a lottare contro l’obesità è arrivata a una consapevolezza più profonda dei motivi che la spingevano verso il cibo. Sin da bambina infatti era passata – senza esito – da una dieta all’altra , finché ha riscoperto l’amore per se stessa. Ha deciso di raccontare la sua storia sui social, creando una pagina Facebook e un gruppo collegato , per motivare e sostenere le persone che stanno attraversando un momento simile a quelli da lei vissuti.

Da una prima chiacchierata è nata l’idea di proporle una piccola intervista. Buona lettura!

Ciao Sabrina, innanzitutto grazie per la tua disponibilità. Quando hai preso consapevolezza di avere delle difficoltà nella tua relazione con il cibo e l’alimentazione?

Ho preso consapevolezza del Binge Eating Disorder molti anni dopo il suo manifestarsi.  Ho iniziato a soffrirne da bambina – 6 anni – ed è andato sempre peggiorando fino all’ età di 26 anni quando ho deciso di andare via di casa , lasciare Roma e prendere la mia strada. Ma non è bastato. Mi ci sono voluti ancora degli anni per ritrovare me stessa. Ricordo un evento che ha scatenato il cambiamento: una mia ex collega durante un viaggio di ritorno a casa in treno mi disse : “Se non te ne frega niente di te stessa come puoi pensare agli altri?” Mi ha distrutta moralmente , ho anche pensato di farla finita tanto ero disperata. Ho pensato “Ma guarda che brutta persona, che cafona , come si permette!?” . Invece mi sono messa in discussione, maturando sempre più consapevolezza: non finirò mai di ringraziarla per avermi aiutata a “svegliarmi”.


Nella tua biografia online ho letto che, prima di questa svolta, nel corso degli anni hai provato diverse diete ma i risultati sperati non arrivavano mai. Secondo te che cosa non ha funzionato in quel periodo?

Sono sempre stata seguita da dietologi , nutrizionisti, endocrinologi . Non avevo mai nulla , niente che nel mio corpo non andasse : mi sono anche sottoposta a numerosi ricoveri in ospedale. Ero una bambina troppo obesa e il mio caso doveva essere studiato.
Io non capivo perché dovevo stare a dieta, perché i miei mangiavano qualsiasi cosa volessero e io no : se sgarravo erano guai. Così ho iniziato a rubare il cibo e mangiare di nascosto. Molto tempo dopo ho capito che quando venivo beccata era un modo per attirare l’attenzione su di me. A ogni controllo ingrassavo – anche 10 kg in un mese- è lì giungeva la mia soddisfazione: era il medico a sgridare i miei genitori!
C’è da dire che il clima famigliare non era affatto tranquillo:  i miei si facevano la guerra  ed erano molto concentrati su di loro , io mi sentivo in colpa perché mi ritenevo causa dei loro litigi.

Questo per quanto riguarda il periodo iniziale del mio disturbo, poi i miei hanno mollato la spugna e io ho provato più volte ad uscirne senza nessun risultato perché in fondo non volevo cambiare . Sì, non volevo cambiare perché l’ambiente in cui vivevo  mi è sempre stato di intralcio.


3)Che cosa diresti oggi a una persona che soffre di Binge Eating Disorder ( BED)?

Direi a chi soffre di bed che non vale la pena distruggersi la vita per qualcosa che non possiamo cambiare o recuperare, dobbiamo dare il meglio per noi stessi perché  la nostra salute  e la nostra pace interiore sono le cose più importanti a cui pensare.
Un consiglio è quello di lasciare andare … e proseguire dritti verso il futuro che ci riserva  una miriade di cose splendide, nonostante le mille difficoltà quotidiane. Spesso non ci rendiamo conto di ciò che abbiamo intorno a noi.

Sono grata alla vita perché oggi sono ancora viva, ho riscoperto la gioia di camminare , i sapori del cibo! Mi sento  libera sia nel corpo che nella mente.
Apprezzo ogni parte del mio corpo che oggi porta le cicatrici di un passato doloroso e che pur non appartenendomi più ringrazio perché attraverso l’esperienza mi ha reso una persona migliore .

Ci sarebbero tante altre cose da dire, ad esempio che non siamo fatti solo di carne , ma siamo frutto delle nostre emozioni ..  che in fondo la vita ci mette alla prova e che elaborare la sofferenza fa riscoprire una forza naturale  innata  e presente in ognuno di noi …

Adesso Sabrina è una donna che ama la vita ed è grata per ciò che ogni giorno le riserva. Ha riscoperto la gioia di prendersi cura di se stessa, anche attraverso l’alimentazione e uno stile di vita sano. Guardandosi indietro ha trovato dei collegamenti tra le motivazioni del suo disturbo e il suo contesto di vita familiare, elaborando la sua “teoria del sintomo” che ha condiviso con me- e con voi- nel corso della nostra chiacchierata. Ha imparato a vedersi e ad amarsi come persona e non come problema.

Anche tu stai vivendo una situazione simile e vorresti imparare ad amarti e a stare meglio? Contattami attraverso i recapiti presenti in questa pagina. Potrai scegliere liberamente se prendere un appuntamento in Studio o da remoto.

Quanto tempo ci metterò a guarire?

Nel post odierno torno a occuparmi delle domande proposte più frequentemente a Dr Google dagli utenti che stanno cercando uno psicologo. Dopo aver parlato del post primo colloquio, oggi mi concentrerò su un altro tema importante: quanto tempo ci metterò a guarire?

Non esiste una risposta univoca – guai se ci fosse, vuol dire che saremmo tutti dei piccoli cloni e non degli esseri umani unici e irripetibili. Al tempo stesso la richiesta è legittima : ho preso coscienza di una problematica, adesso voglio sapere quanto ci metterò a uscirne.

Un’immagine scattata da me a Pian dell’Alpe, Usseaux (TO)

A differenza di una prognosi prettamente fisica – un raffreddore, un arto ingessato – in psicologia non abbiamo delle prognosi standard, quindi non potrò darti una data di scadenza . Ad ogni modo, ti proporrò di darci degli obiettivi intermedi sui cui lavorare di volta in volta e che contribuiranno a farti stare meglio.

La guarigione è un processo: immagina un percorso che ti conduce verso una vetta. La tendenza è verso la salita anche se ti capiteranno delle deviazioni e alcuni tratti in cui dovrai apparentemente scendere per risalire meglio. Potrebbe capitarti di avvertire stanchezza, inciampare e cadere. non preoccuparti: dopo esserti riposato ti rialzerai e ripartirai da quel punto. La strada già intrapresa non verrà azzerata.

Potresti avere la tentazione di accelerare il processo, magari per dimostrare qualcosa a te stesso/ a o agli altri: ricorda di fare del tempo il tuo alleato e non un nemico da contrastare.

La guarigione è definitiva? Anche qui non posso farti promesse. Anzi, voglio essere onesta e sincera: la terapia non elimina i problemi dalla tua vita né potrà bloccare sul nascere i fattori scatenanti. La differenza sostanziale sarà nell’aver imparato a riconoscerli e a gestirli in maniera più sana.

Vuoi iniziare il tuo cammino vero il benessere? Contattami attraverso i recapiti presenti in questa pagina. Potrai scegliere liberamente se prendere un appuntamento in Studio o da remoto.

Come aiutare una persona ansiosa

Una delle difficoltà maggiori vissute dalle persone che soffrono di ansia è spiegare ai propri cari come si sentono e come poter essere aiutati nei momenti di crisi. Allo stesso tempo, stare accanto a una persona ansiosa non è facile e alla lunga può rivelarsi frustrante.

Detto ciò, cosa dovrebbe sapere chi vuole aiutare una persona ansiosa?

L’ansia non è una scelta, né un capriccio
Non si diventa ansiosi per libera scelta, anzi. Chi ne soffre preferirebbe farne a meno, dato che è un’ esperienza molto stancante a livello psicofisico. L’ansia può scattare anche all’idea che una certa situazione possa verificarsi, anche con una probabilità di uno su un milione.

Un ansioso sa che “dovrebbe” stare tranquillo
Chi soffre di disturbi d’ansia sa che le sue paure sono sproporzionate e spesso infondate, eppure non riesce materialmente a bloccarle, anche se lo vorrebbe. Quando gli/le dici di “stare tranquillo” rischi di aumentare il suo senso di inadeguatezza: lo sa già, non ci riesce. Altrimenti lo farebbe.

Il valore della presenza
Spesso la “smania del fare” ci fa sottovalutare l’importanza dell’esser-ci, in questo caso essere presenti per la persona ansiosa. Dare voce alla proprie paure infatti può essere un buon modo per ridimensionarle e portarle su un piano più oggettivo. Fatti raccontare che cosa sta innescando la sua ansia, come si sente e che cosa sta temendo, senza banalizzarlo.

Cosa posso fare per aiutarti?
Non esiste un’unica modalità per aiutare qualcuno che soffre d’ansia. La soluzione migliore è chiedere concretamente al tuo caro cosa puoi fare per rendere meno pesante la situazione.

Evitare di sostituirsi
Potresti pensare di sostituirti al tuo caro in una situazione particolarmente ansiogena ( es. prendere appuntamento dal dentista). In realtà questa soluzione sul lungo periodo rischia di peggiorare il problema perché in lui/lei si rafforzerà la convinzione di non essere capace ad affrontare queste circostanze, né avrà lo stimolo per fare qualcosa visto che te ne occupi tu al posto suo.

Porre un limite
Stare accanto a una persona ansiosa può essere davvero faticoso, soprattutto se sembra non fare progressi e pone le stesse richieste di aiuto. Puoi essere empatico e disponibile pur mettendo un limite a protezione della tua integrità emotiva.

Offrire supporto nella ricerca di aiuto
Quando l’ansia diventa un costante della quotidianità , i suoi effetti si ripercuotono negativamente sulla qualità della vita e sul benessere individuale. In questi casi puoi suggerire al tuo caro di richiedere l’aiuto di un professionista, supportandolo e motivandolo durante il percorso.

Vorresti richiedere aiuto per un tuo caro che soffre di ansia? Potete contattarmi attraverso i recapiti presenti in questa pagina.

Gestire l’ansia post-quarantena

In un post di qualche settimana fa avevamo parlato della Sindrome della capanna, cioè quell’insieme di ansia e disorientamento che alcune persone hanno provato ( e provano tuttora) all’idea di potere e dovere nuovamente uscire di casa.

Ho ritenuto fosse il caso di tornare sull’argomento per due ordini di motivazioni:

  • mi è stato chiesto – in ambito lavorativo e amicale – come affrontare nella pratica questo problema;
  • l’ansia non riguarda solo l’uscita dalla “capanna” ma anche ambiti più estesi ( es. paura del futuro a lungo termine.

Dottoressa, mi piacerebbe tanto tornare da lei in studio ma preferirei vederci ancora in videochiamata“, ” Mi piacerebbe tanto prendere un caffè al bar ma vado in palla solo all’idea” , ” Alla fine stare in casa non è poi così male” ,… parliamone.

Photo by Tonik on Unsplash

Una “nuova” normalità
Se ne parla tanto , va bene, ma credo sia la miglior definizione che possiamo adottare. Saremmo ingenui a fingere che sia tutto come prima, e stolti nell’ignorare ciò che è tuttora in corso. Abbiamo bisogno di ricreare abitudini – al cervello piace avere degli schemi con cui orientarsi – alla luce di questa attualità. Ci sono attività che non possiamo svolgere come prima. Ad esempio, nei colloqui in studio sia io che il paziente dobbiamo indossare la mascherina e osservare il distanziamento: questa norma ci fa “perdere” una serie di espressioni facciali ma ci fa “guadagnare” in sicurezza reciproca e ci consente di svolgere il nostro lavoro in presenza.

Focus sul presente
Nessuno di noi, nemmeno gli esperti, possiede elementi a sufficienza per fare previsioni sul futuro: perché sprecare energie cognitive ed emotive per prefigurarsi scenari che potrebbero non verificarsi mai? Quando ti accorgi di ruminare su questo genere di pensieri, cerca di distoglierti tornando al qui ed ora. Dedicati a un passatempo, all’attività sportiva o a pratiche di meditazione e yoga: ti aiuteranno a focalizzarti sul presente e non far galoppare la mente in un futuro remoto.

Atteggiamenti proattivi, un passo per volta
L’ansia ha un grosso carburante che si chiama immobilità. Più rimani fermo, più hai paura di muoverti: è un circolo vizioso.
Stila una lista di attività che desideri riprendere ( in condizioni di sicurezza), ordinandole per livello di difficoltà “emotiva”. Evita la trappola del tutto e subito: privilegia la gradualità.


Allontanati dalle energie negative
In contesti reali o virtuali può capitare di finire coinvolti in conversazioni e dibattiti sul nostro futuro, su un’eventuale seconda ondata del covid-19 , su numeri e aggiornamenti vari…spesso con toni foschi e ansiogeni.
Nessuno ti obbliga a prendere parte in questi contesti: in maniera cordiale ma assertiva al tempo stesso puoi dire che desideri cambiare argomento.

Chiedi aiuto
L’ansia non è una scelta, né un capriccio. Se diventa pervasiva della tua quotidianità e ti impedisce di vivere la vita che vorresti, considera l’idea di chiedere un aiuto specialistico contattandomi attraverso i recapiti presenti in questa pagina. Potrai scegliere liberamente se prendere un appuntamento in Studio o da remoto.

2 colleghe, 1 videochiamata e 3 riflessioni sulla psicoterapia in pandemia

Qualche giorno fa sono stata contattata dall’amica e collega Michela Roccello , anche lei autrice di un blog che si intitola Redazioni Terapeutiche. Mi ha proposto di intervistarci a vicenda e di dialogare insieme sull’impatto che la pandemia ha e avrà sul nostro lavoro. Trovate l’intervista a questo indirizzo.

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Photo by Pavan Trikutam on Unsplash

Come spesso accade, una chiacchierata con un collega mette in moto una serie di riflessioni, soprattutto se alla base ci sono già stima e rispetto reciproci. Ahimè spesso nelle libere professioni si fa fatica a concedersi momenti di questo tipo, un po’ per la mancanza di tempo e un po’ perché si vive in una dimensione settoriale e ripiegata su se stessa.

Il 2020 sarà l’anno degli psicologi?
Ho letto questa affermazione in un paio di meme spiritosi , insieme ad altri riferiti agli avvocati divorzisti. Ci sarà più bisogno di noi? Credo sarà probabile; non significa però che avremo un’impennata di richieste, a mio avviso.
La domanda di  psicoterapia passa per una presa di consapevolezza ( ho bisogno di aiuto perché…) alla quale segue l’atto pratico di contattare un professionista: servono tempo, denaro e energie da investire. Come potranno chiedere aiuto coloro i quali hanno perso il lavoro e/o attendono un sostegno economico? Dove troverà il tempo per recarsi in studio una donna e mamma lavoratrice in smartworking con i figli a casa da scuola?
Per quanto siano lodevoli, trovo poco efficaci le iniziative gratuite : questa pandemia dovrebbe averci insegnato a pensare a una sanità efficace ed efficiente sul lungo periodo, non ad un sistema che si improvvisa sulla spinta dell’emergenza. Ti offro un colloquio gratis, e poi? La salute non si cura con le offerte promozionali.

Le nuove tecnologie
Il setting terapeutico si è arricchito in questi mesi di una prospettiva digitale: abbiamo continuato le sedute tramite telefono e videochiamate di vario tipo. Abbiamo installato app, combattendo contro i disguidi tecnici e i rallentamenti di linea. Quella che prima era un’ eccezione riservata a coloro i quali non potevano materialmente recarsi in studio ( italiani all’estero, trasfertisti, studenti fuorisede di rientro) è diventata la normalità.
Dovendo rispettare il distanziamento fisico tutte queste opzioni si sono rivelate utilissime: ovviamente non possono sostituire in pieno ciò che avviene nella stanza di terapia. Ad esempio, viene a mancare una parte di comportamento non verbale e anche il contatto oculare è mediato da un occhio tecnologico. Esistono dei tempi tecnici per cui la voce può arrivare in ritardo o leggermente deformata.
Continuerò a usare queste opportunità, ritenendole un complemento e non un’alternativa alla seduta classica.

I doni della pandemia
Michela, con un’arguta domanda, mi ha fatto pensare ai vantaggi derivanti dal lockdown. Non per tutti infatti si è trattato di un evento negativo: per alcuni è stata una vera e propria opportunità per continuare a procrastinare  o tornare alle care vecchie abitudini. Certo, l’attuazione primal’allentamento poi delle misure di distanziamento può aver causato un aumento dei livelli di ansia; restando a un livello più ampio però quanti di noi hanno lasciato qualcosa in sospeso con l’alibi della pandemia? In cuor nostro, quanto siamo stati sollevati all’idea di non poter fare una determinata cosa?
E ancora: che cosa abbiamo scoperto restando a casa per tutto questo tempo?

Grazie ancora a Michela ( e al suo gatto) per questa interessantissima intervista!

Contattami per un colloquio: puoi scegliere liberamente se svolgerlo da remoto ( telefonata, videoconsulenza,..) o se recarti presso il mio Studio, nel pieno rispetto delle norme igienico-sanitarie vigenti. Per informazioni e/o prenotazioni puoi contattarmi attraverso i recapiti presenti in questa pagina.

 

Non riuscire a leggere durante la quarantena

Quanti di voi si erano prefissi di leggere un pila di libri durante questo periodo di distanziamento sociale e si sono resi conto di non riuscirci? Tranquilli, siete in buona compagnia.

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Il tempo a disposizione è solo una delle variabili che entrano in campo quando ci si accinge a immergerci in una lettura ( vecchia o nuova che sia). Quella che molti lamentano in questo periodo è una scarsa concentrazione: le pagine vanno avanti in maniera meccanica e spesso c’è bisogno di riprenderle da capo per capirci qualcosa. Un blocco quasi analogo alla “sindrome da pagina bianca” che attanaglia gli scrittori.

La lettura è un viaggio dell’anima e possiamo partire solo se ben disposti. Adesso ci sentiamo in dovere di compiere svariate attività ogni giorno: desiderio di produttività, confronto social(e), senso del dovere…tutte zavorre che non ci fanno partire. Questo scenario ricorda in parte le assegnazioni di letture a scuola: quanti libri abbiamo mal digerito solo perché imposti?

( Piccola digressione personale: non sono mai riuscita a finire “Il nome della rosa”. Nulla  contro Umberto Eco, anzi. Riconosco il valore di capolavoro mondiale al suo scritto, eppure nella mia storia di studentessa assume un significato totalmente negativo. Una professoressa di Lettere ce ne impose la lettura d’ufficio, essendo il suo libro preferito. Purtroppo questa trasmissione valoriale avvenne con interrogazioni – anche a sorpresa –  su dettagli infinitesimali che richiesero uno studio quasi mnemonico. Ecco, posso affermare di avere odiato quel libro! Nei  successivi 20 anni ho sviluppato una sana indifferenza…chissà, forse un giorno riuscirò a finirlo. )

Il punto è questo: se la lettura deve essere un obbligo, meglio lasciar perdere, a maggior ragione in questo periodo storico. Non abbiamo bisogno di dimostrare niente a nessuno: se non ci va di leggere, stop.

E se invece desiderassi ardentemente leggere?

Giustamente qualcuno potrebbe porre questa obiezione: ho una lista di libri mia, nessuno mi ha imposto nulla eppure non riesco a leggere lo stesso. Cosa sta succedendo?

Stiamo vivendo durante una pandemia e ciò ci “regala” una discreta quota di ansia giornaliera. Siamo in allerta, tesi a captare notizie e segnali; la socialità si è ridotta a comunicazioni virtuali. Chi lavora o studia in modalità “smart” passa molte ore davanti allo schermo e qui se ne va buona parte della concentrazione giornaliera
In definitiva, la nostra anima è troppo appesantita per poter viaggiare sulle ali della fantasia. 

Come tornare alla piacevolezza della lettura? Dubito fortemente che possa esistere una ricetta universale, piuttosto ognuno può trovare la sua mescolando questi ingredienti:

  • l’accettazione di sé, delle proprie paure e delle proprie performance;
  • la pratica di attività quali rilassamento, yoga e meditazione per alleviare il senso di allerta;
  • la libertà di non proseguire un libro se non si riesce, così come quella di cominciarne un altro;
  • diffidare dalle liste di libri ” da leggere” solo perché vanno di moda;
  • lasciarsi ispirare , anche telefonando al proprio libraio di fiducia.

 

Ti ricordo che la mia attività professionale continua anche a distanza. Se vuoi prenotare con me un appuntamento telefonico o tramite videochiamata puoi contattarmi ai recapiti presenti in questa pagina.

L’insonnia in quarantena

Oltrepassato il mese di lockdown in Italia stiamo iniziando a rilevare i primi effetti dell’isolamento sociale anche in termini di ricadute psicologiche. Tra queste , le più marcate al momento riguardano ansia e insonnia.

Non riesco a dormire” è una delle frasi che sento maggiormente ripetere nel corso delle (tele)sedute che sto conducendo in questo periodo. Qualcuno, già alle prese con problemi del sonno, ha rilevato un acuirsi dell’insonnia; per altri invece si tratta di una novità. Da che cosa dipende? Come riuscire a dormire in un momento storico di così forte preoccupazione? Un buon riposo è importante per ristorare il corpo e la mente, ora come non mai.

Le nostre giornate sono state stravolte
Le scuole e le università sono chiuse, si lavora da casa, non possiamo spostarci se non per cause di necessità: le nostre routine giornaliere sono cambiate completamente da un giorno all’altro. In assenza di questi “punti di ancoraggio” è come se non avessimo più un orologio sottomano: rischiamo di perdere la cognizione del tempo.

Chi vive da solo può sentire ancora di più lo stress del distanziamento sociale; chi coabita con familiari, partner o inquilini al contrario può avvertire il peso della mancanza di uno spazio fisico e mentale tutto per sé.

Lavorare o studiare da casa può essere comunque molto faticoso, in virtù della mole di ore passate davanti allo schermo e al telefono. Manca quel distacco fisico e mentale casa-lavoro/scuola per cui si rischia di sentirsi sovrastati, soprattutto per coloro i quali lo smart working ha significato un aumento delle incombenze.

A tutto questo aggiungiamo la carenza di luce naturale, fondamentale per la regolazione dei nostri ritmi sonno-veglia: è ciò che succede quando abbiamo sonnolenza di giorno e difficoltà a dormire durante la notte.

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Photo by Matthew Henry on Unsplash

Linee guida per una buona igiene del sonno

Stabilisci una routine giornaliera

  • Imposta una sveglia mattutina e alzati senza posticiparla;
  • Lavati e vestiti, non restare in pigiama;
  • Cerca di mangiare a ogni giorno alla stessa ora. Evita cibi pesanti e l’assunzione di alcool e caffeina soprattutto nel pomeriggio/sera;
  • Prevedi degli spazi giornalieri in cui dedicarti all’attività fisica nel corso della giornata.Va benissimo anche una blanda attività, senza strafare;
  • Stabilisci un orario serale in cui rilassarti e prepararti ad andare a dormire, indossando il pigiama come se fosse un rituale;
  • Se dopo circa 20 minuti non hai preso sonno, alzati e vai in un’altra stanza. Dedicati a un’attività rilassante ( es. tecniche di respirazione , lettura) e riprova più tardi.

Inoltre:

  • Limita l’utilizzo dei dispositivi elettronici dopo cena: la luce blu emessa dagli schermi è un segnale di “veglia” per il cervello. Puoi filtrarla tramite app e funzionalità apposite; ad ogni modo evita di utilizzare smartphone & co. un’ora prima di andare a dormire.
  • Cerca di far entrare quanta più luce naturale in casa;
  • Crea una connessione mentale tra letto e sonno. La camera da letto dovrebbe restare tale e non diventate una succursale del tuo ufficio o del salotto di casa.
  • Rendi il più possibile confortevole la camera da letto: lenzuola fresche e pulite e comodi cuscini sono un invito ad addormentarsi. Mantieni una temperatura gradevole, avendo cura di cambiare l’aria più volte nella giornata.
  • Desisti dalla tentazione dei sonnellini diurni. Se è vero che un breve sonnellino pomeridiano può essere rilassante, in chi ha problemi di insonnia rischia di essere un ulteriore fonte di sfasamento dei ritmi sonno-veglia.

Se i tuoi problemi di insonnia persistono e stanno peggiorando la tua qualità della vita consultati con uno specialista. Sapevi che esiste un protocollo psicologico ( non farmacologico) per il suo trattamento? Possiamo utilizzarlo anche a distanza:  per ulteriori informazioni  e/o per prenotare un appuntamento telefonico o tramite videochiamata puoi contattarmi ai recapiti presenti in questa pagina.

Verde come l’invidia, verde come un giardino

Il post di oggi nasce da una riflessione estemporanea avvenuta dopo una chiacchierata di qualche settimana fa. Il tema era l’invidia: quel sentimento astioso e di malanimo che proviamo nei riguardi dell’altrui benessere.
Diciamo la verità, a tutti ( me inclusa) è capitato e sempre capiterà di provare una punta di invidia per qualcuno e per motivi perlopiù futili. Esiste però un tipo di invidia particolarmente intensa e difficile da spiegare, quella che ” ti fa diventate verde”.

Perché proprio verde? Quando siamo arrabbiati abbiamo un incremento della produzione di bile, secrezione dal colore giallo-verdognolo ( infatti in Germania e nei paesi arabi si usa dire “giallo di invidia”).

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L’emblema dell’invidia : la Matrigna di Biancaneve

Tintometri a parte, cosa ce ne facciamo di questa emozione negativa?

…Fingere che non esista? No!
Bene, abbiamo avvertito un pizzico di invidia e lo abbiamo subito negato. Per l’orgoglio non è facile accertarne l’esistenza perché significa riconoscere che 1) avvertiamo una mancanza 2) essa è pienamente risolta e soddisfatta in un altro individuo ( peggio ancora se ci stava già antipatico).
Continuare a fingere di non essere invidiosi ci condurrà a un logoramento sotterraneo e strisciante. Metaforicamente saremo sempre più verdognoli e corrucciati, intenti a guardare cosa hanno gli altri di più rispetto a noi, arrabbiati e insoddisfatti, incapaci di vedere ciò che abbiamo. Un invidioso infatti è sempre un po’ ingrato perché a forza di tenere il suo sguardo sulle altrui gesta non riesce ad apprezzare ciò che la vita gli sta già riservando.

…Farsene una ragione e basta? Forse…
Prendere atto della propria invidia è un gesto non da poco: significa avere messo da parte per un attimo l’orgoglio , fare i conti con se stessi e ammettere  di essere usciti sconfitti da un confronto sociale. A questa consapevolezza si aggiungono vergogna e senso di colpa. Niente di buono sul lungo periodo, insomma.

…Prenderne atto e farne qualcosa? Si!
Mi piace ricordare che anche le emozioni negative hanno la loro dignità e pertanto sono meritevoli di ascolto ( come ci insegna molto bene il film Inside out ). Per quanto possa essere un’esperienza dolorosa, prendere contatto con il proprio “malanimo”  ci aiuta ad andare in profondità, cercandone le origini.
Sono invidioso di un bene materiale? Di uno stipendio? Del fatto che gli  altri siano in coppia mentre io sono single? Invidio una persona in particolare o tante in generale?

Indagare le cause dell’invidia ci dice qualcosa in più su noi stessi e su ciò che per noi conta davvero. Ad esempio, sono invidioso perché un collega ha idee più brillanti e mi batte sempre sul tempo, ricevendo gli elogi di tutti? Invidio di più la sua creatività o le gratificazioni ricevute? Questa risposta può fare la differenza.
Invidiare e basta non serve a nulla, se non a restare incagliati nella negatività e a spostare la nostra attenzione “sugli altri”.

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Tornando alle metafore cromatiche, utilizziamo nuovamente il verde stavolta con una connotazione positiva: un giardino in fiore. Paragoniamolo alla nostra mente e ci renderemo conto dell’importanza di coltivarlo e assisterlo dedicandogli cure e amore, anziché sbirciare dalla staccionata ciò che fanno i vicini. La loro erba è sempre più verde, come dice un altro proverbio? Impariamo a curare meglio la nostra; se proprio non riusciamo a far crescere un roseto magari scopriremo che siamo portati per i tulipani, e così via.
Solo riportando il focus su noi stessi possiamo mettere in luce le nostre risorse, potenziarci e migliorarci.

Vuoi intraprendere il tuo percorso di crescita personale e non sai come fare perché non puoi muoverti da casa? Ti ricordo che la mia attività professionale continua anche a distanza. Se vuoi prenotare con me un appuntamento telefonico o tramite videochiamata puoi contattarmi ai recapiti presenti in questa pagina.

Se si potesse parlar d’altro

WordPress mi ricorda la lista di bozze che ho in rampa di lancio da qualche tempo. I miei appunti cartacei traboccano di spunti e idee. Eppure , al momento di selezionarne una per farla diventare articolo del blog…ho avuto un blocco. Non quello da “pagina bianca”, bensì qualcosa di nuovo e surreale.

Non so se ho il diritto di parlare d’altro che non sia la pandemia in atto, o se viceversa sia giusto fare il contrario per distrarci un po’ tutti , anche solo per il tempo di una breve lettura. Non so se sia più giusto parlare di ansia in generale o se declinarla al momento storico particolare. Non riesco a comprendere se abbia ancora senso scrivere di un argomento a prescindere da ciò che succede fuori dalla mia finestra. Forse il “fuori” generico è diventato un “dentro” collettivo, condiviso.

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Photo by Volodymyr Hryshchenko on Unsplash

In queste giornate ho imparato una nuova parola: infodemia ( NB, Proporrei di coniare una definizione anche per quel fenomeno per cui, in un sito che vende dolci pasquali come uova e colombe sono anche in vendita gel disinfettanti e mascherine). Nei miei consigli sull’ansia ai tempi del coronavirus  ho dedicato non a caso il primo punto alla disconnessione dal continuo flusso di informazioni. Se ne parla sempre, a qualunque ora, su qualunque mezzo. E quando finalmente spegni la tv o chiudi il pc, ti arriva il solito messaggio su WhatsApp in cui ti annunciano una catastrofe imminente o una cura rivoluzionaria.

Probabilmente noi terapeuti dovremo cambiare il mondo con cui fino ad oggi abbiamo considerato l’ansia e gli altri disturbi; non sapremo ancora cosa succederà. Affronteremo anche questo cambiamento, dopo quello che ci ha visti migrare dallo studio a Skype. Voglio anche stavolta provare a cercare il lato positivo: magari qualcuno che non sarebbe mai andato dallo psicologo si è deciso a fissare un colloquio online, magari rassicurato dalla presenza di uno schermo.

Quando penso a tutto questo, mi rispondo che parlare d’altro non solo è un mio diritto: forse rappresenta anche un mio dovere. Questo blog non rappresenta che una percentuale infinitesimale della rete: una goccia in un oceano virtuale. Ma se con questa goccia posso contribuire a calmare le onde e a rendere l’oceano navigabile, lo farò.

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