Nuovo gruppo Facebook “Fame emotiva: gestiamola insieme”

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Rapido aggiornamento: nasce su Facebook un gruppo dedicato alla fame emotiva , dove gli iscritti potranno trovare uno spazio di confronto e sostegno.

Il gruppo è di tipo segreto, cioè solo gli iscritti potranno leggerne in contenuti.
Per essere aggiunti cliccate qui >>> Fame emotiva: gestiamola insieme

Si tratta di un’iniziativa nuova perciò grazie in anticipo a chi mi aiuterà a pubblicizzarla 🙂

Il senso del tempo

A volte sembra non passare mai, altre ci sfugge dalle mani.
Ci sono momenti in cui ci sembra troppo, altri troppo poco.
In certi casi è nostro alleato, in altri lo viviamo come un nemico.
Forse è proprio questa la bellezza del tempo: non è mai uguale a se stesso.

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“La persistenza delle memoria” o “Gli orologi molli” di Salvador Dalì

Sull’uso che facciamo del tempo si potrebbero scrivere un’infinità di parole: sarebbe tempo sprecato o investito?
Perché quando parliamo del fluire delle lancette dell’orologio non possiamo fare a meno di dare uno sguardo alla sua qualità e quindi di domandarci che uso ne stiamo facendo.
Molti dei nostri malesseri sono strettamente connessi alla nostra percezione del tempo: nei disturbi d’ansia sembra essere troppo poco, in quelli depressivi è una componente di quell’ombra nera che non vuole saperne di dissolversi.

E cosa dire invece del tempo trascorso insieme ad altri?
Se si tratta di condividerlo con un figlio facciamo di tutto affinché sia costruttivo e di qualità; analogamente cerchiamo di far fruttare al meglio quello che ci resta con una persona cara anziana o malata. Rimpiangiamo quello che non abbiamo vissuto con coloro che non ci sono più.
Al termine di una relazione capita di pentirci per averlo sprecato con una persona che in realtà non lo meritava. Proviamo a ribaltare questo pensiero in maniera costruttiva: ci è servito a capire quali errori non ripetere (o non subire) per la prossima volta.

Tempo significa anche attesa.
Talvolta è necessaria ed è bene imparare a gestirla, insieme alle frustrazioni che possono derivarne. In altre circostanze la usiamo come alibi per non agire. Quante occasioni ci sfuggono tra le mani? Quante di esse sono destinate a tornare e quali invece no?

Diceva Thomas Mann: Il tempo è un dono prezioso, datoci affinché in esso diventiamo migliori, più saggi, più maturi, più perfetti.
Usiamolo.

Affrontare e gestire il lutto di un animale domestico. Nuovo articolo per Psicologi Online

Chi vive con un animale domestico sa quanto sia terribile il pensiero di poterlo perdere. Purtroppo i nostri piccoli amici hanno una vita più breve della nostra e il loro lutto è un evento doloroso e traumatico, paragonabile a quello per una persona. Spesso viene banalizzato, soprattutto da chi non ha mai avuto animali. Questo può far sì che riuscire a parlarne sia difficile: si ha paura di essere giudicati, incompresi, ridicolizzati.
Come affrontarlo dunque?
Ne parlo QUI , nel mio nuovo articolo per Psicologi Online.

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Se stai vivendo un’esperienza luttuosa e senti di aver bisogno di aiuto per elaborarlapuoi prenotare un colloquio ( presso il mio studio  a Torino o, a seconda dei casi, in videoconsulenza) telefonando al numero 3454551671 o compilando questo  modulo.

Il paradosso del selfie

Per alcuni sono un modo creativo e divertente per tenersi in contatto con gli amici (reali o virtuali), per altri un esempio di narcisismo: comunque la si pensi, i selfie  sono ormai un fenomeno culturalmente significativo.
L’ Accademia della Crusca definisce il selfie come una  fotografia scattata a sé stessi, tipicamente senza l’ausilio della temporizzazione e destinata alla condivisione in rete.

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Sono sempre più numerosi gli studi psicologici a riguardo; il più recente è stato pubblicato sulla rivista  Frontiers in Psychology a cura di Sarah Diefenbach e Lara Christoforakos della  Ludwig-Maximilians-University Munich. Questa ricerca ha visto la somministrazione di un questionario online a 238 persone provenienti da Austria, Germania e Svizzera (questo potrebbe costituite un limite culturale, come puntualizzato dalle stesse autrici: sarebbe auspicabile una somministrazione su scala più vasta).
Il 77% dei partecipanti ha dichiarato di scattarsi regolarmente selfie (circa una volta al mese). La ragione principale dietro un autoscatto sembra essere la voglia di condividere parti positive di sé e della propria vita con gli altri, nella speranza di suscitarne simpatie e approvazioni. Allo stesso tempo però, oltre il 60% degli intervistati ha concordato con le possibili conseguenze negative di questo tipo di foto, ad esempio in termini di autostima.

L’aspetto che più mi ha colpito di questa ricerca è la discrepanza tra ciò che gli intervistati pensano dei propri selfie e cosa invece di quelli altrui. Le proprie foto vengono viste come divertenti, autoironiche e spontanee; quelle degli altri “finte”, costruite ad arte per attirare consensi, meno autoironiche: uno sfoggio di narcisismo. Inoltre, oltre l’80%  di chi ha dichiarato di condividere i propri autoscatti ha, contemporaneamente, affermato di voler vedere meno selfie sui social! Questo fenomeno è stato definito dalle autrici come paradosso del selfie.

E voi, che uso fate degli autoscatti? Cosa ne pensate di quelli altrui?

 

Emozioni Non Identificate

Da qualche tempo sto notando uno strano fenomeno, dentro e fuori dal mio studio: c’è una difficoltà a riconoscere le emozioni che si provano, in particolare quelle negative.

“Sto male”, ma in che senso? Sei triste, arrabbiato, confuso,…?
La mancata identificazione delle emozioni può portarci a  gestirle in maniera scorretta, ad esempio mangiando quando non abbiamo fame. Può causare uno sconfinamento del malessere anche in altri contesti di vita: se il mio stare indefinitamente male nasce in casa, è molto probabile che mi accompagni anche sul lavoro, a scuola e nelle relazioni interpersonali.
Si piangono lacrime di origine sconosciuta, si avvertono dolori fisici che non hanno cause organiche. La “colpa” non è (solo) della tecnologia o dei social network, ma più in generale di una mancanza di tempo da dedicare all’ascolto di noi stessi. Non siamo più abituati a essere connessi con i nostri stati interni.

Che fare?
Innanzitutto, fermiamoci un istante.
Ascoltiamo il malessere: si fa sentire nel corpo da qualche parte? Mi fa venire il mal di testa? Pesa sullo stomaco? Mi causa un nodo alla gola?
Da quanto tempo mi sento così? In quali luoghi o situazioni lo avverto di più?

Serve aiuto?
Uno studio del 2013 ha pubblicato i risultati di un esperimento condotto  su 700 persone alle quali è stato richiesto di riportare su una “mappa” dell’organismo dove sentivano una serie di emozioni precedentemente indotte.

 

 

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Se l’esperimento vi interessa, potete partecipare online da questo link.

Il mancato ascolto (o la confusione) delle nostre emozioni rischia di farci vivere in una condizione di malessere, anche fisico. Se stai attraversando questa condizione e stai cercando un supporto psicologico, contattami al numero 3454551671 o tramite il modulo presente in questa pagina.