Le abbuffate in quarantena: se le conosci le eviti

L’entrata in vigore delle misure di contenimento della diffusione del covid-19 ha dato avvio a quella che nel linguaggio comune è diventata impropriamente una “quarantena collettiva”.

Il comune denominatore di questo distanziamento sociale sembra essere diventato il cibo. Se per alcuni può essere l’opportunità per imparare a cucinare  e trovare tempo per dedicarsi ai fornelli, per chi ha un rapporto problematico con l’alimentazione tutto questo tempo in casa rischia di diventare un incubo.

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Vediamo insieme alcuni fattori scatenanti delle “abbuffate da quarantena”:

  • La paura della perdita di controllo (su se stessi , sui comportamenti degli altri e sul futuro in generale) è un tema ricorrente in chi soffre di un disturbo del comportamento alimentare. L’isolamento è qualcosa di imposto dall’esterno – seppur con motivazioni sanitarie – e interrompe una serie di abitudini normalmente rassicuranti.
  • La presenza in casa di ingenti scorte alimentari. Potendo uscire solo per reali e comprovate necessità, mediamente in dispensa è presente molto più cibo del solito: per alcuni può essere una condizione che aggrava il pericolo di abbuffate.
  • L’impossibilità di svolgere esercizio fisico fuori casa. Non potendo andare a correre, camminare, nuotare in piscina e svolgere esercizio in palestra può nascere il timore di ingrassare.
  • La noia e la frustrazione derivanti dall’avere tanto ( troppo) tempo a disposizione. Non avere nulla da fare nel corso della giornata è difficile, si combatte con la sensazione di sprecare giornate e opportunità.
  • Le preoccupazioni riguardanti l’epidemia.
  • Lo stretto contatto con la famiglia e i conviventi. Il dovere essere in casa tutti insieme 24 ore su 24 può generare insofferenza e accentuare problematiche preesistenti.

Cosa fare? Ecco alcune strategie:

Infine, ti ricordo che la mia attività professionale continua anche a distanza. Se vuoi prenotare con me un appuntamento telefonico o tramite videochiamata puoi contattarmi ai recapiti presenti in questa pagina.

#1cosabella : campagna social per ritrovare il bello della vita

Dal mio ultimo post sul blog sono cambiate molte cose. Credo che nessuno di noi  avrebbe mai immaginato che ci saremmo trovati nel pieno di una pandemia. Per il bene di tutti ci è stato chiesto di restare nelle nostre case, uscendo solo se strettamente necessario.

Strano, vero? Una società che ci impone(va) di essere veloci, sempre sul pezzo, pronti a correre ovunque e comunque. Guai a restare indietro, chi si ferma è perduto, non voltarti mai, testa sempre rivolta al futuro.
Respirare? Quasi una perdita di tempo. Impresa difficile poi, con tutto questo smog.

Questa stessa società adesso si è vista letteralmente togliere il respiro dal coronavirus (SARS-CoV-2 per essere tecnici). L’imperativo categorico è diventato fermarsi.
Ci ritroviamo improvvisamente con un sacco di tempo libero, noi che prima non sapevamo nemmeno cosa fosse. Eppure lo viviamo male perché ci è stato “imposto” . Siamo smarriti, improvvisamente disconnessi da ciò che ci circondava quando uscivamo di casa. Abbiamo perso le nostre piccole abitudini, dal caffè al bar alla chiacchierata con il panettiere (qualche giorno fa su facebook ho descritto il mio status di terapeuta a distanza) , dalla cena fuori al ritrovo in casa di amici.

Siamo dovuti diventare tutti più smart: formazione, lavoro, intrattenimento e socialità forzatamente online. Abbiamo riscoperto la piccola manualità casalinga: cuciniamo, puliamo, riordiniamo. Ci ricordiamo di avere libri da leggere, lampadine da cambiare e calzini da rammendare.

All’esterno delle nostre mura domestiche sta succedendo qualcosa che non possiamo controllare direttamente. Abbiamo fame di certezze, ora più che mai.

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C’è un altro contagio su cui vorrei soffermarmi: le brutte notizie.
Parto dal presupposto che un’informazione corretta sia utile e doverosa. Cittadini consapevoli mettono in atto comportamenti altrettanto consapevoli.
Eppure in questo momento non c’è un canale tv che non parli continuamente di coronavirus, per non parlare dei social, dove siamo appetibili prede per gli sciacalli delle fake news. Che cosa dire dei gruppi WhatsApp? C’è sempre qualcuno che condivide una “bufala” a tinte fosche: cospirazioni mondiali (meglio ancora aliene), falsi sistemi di autodiagnosi, audio terrificanti di presunti operatori sanitari.

…e se tutti insieme provassimo a fare qualcosa?

  • Seguiamo le norme di sicurezza, a tutela della salute nostra e altrui;
  • Teniamoci aggiornati tramite i canali istituzionali;
  • Riflettiamo prima di condividere una notizia negativa, domandandoci se possa essere utile;
  • Verifichiamo tutte le fonti ( suggerisco l’ottimo bufale.net ) ;
  • Impegniamoci,  almeno una volta al giorno, a trovare e condividere qualcosa di bello che ci è successo, abbiamo visto, etc…

Ho lanciato la campagna social #1cosabella con l’idea di aiutarci a ritrovare il bello della vita di tutti i giorni. Ripeto, nessuno dice di dimenticare ciò che sta succedendo, né di rifugiarci nel mondo delle fiabe: dobbiamo continuare ad essere consapevoli e attenti. Ma abbiamo bisogno di ricordarci che “positività” non è solo un termine negativo legato a una malattia: una mente che si nutre di emozioni negative precipita in una spirale di negatività ulteriore.

Per partecipare :

  • cerca #1cosabella della tua giornata, anche se ti sembra banale o poco rilevante non importa. Astieniti dal giudizio;
  • condividila online con l’hashtag #1cosabella ;
  • diffondila anche offline: raccontala a qualcuno per telefono, cantala sotto la doccia, disegnala su un cartellone,…;
  • fai passaparola!

Ti ricordo che la mia attività professionale è momentaneamente solo a distanza , cioè via telefono o videoconsulenza. Per prenotare il tuo appuntamento puoi contattarmi ai recapiti presenti in questa pagina.

 

Sei un accanito tifoso di calcio? Attento allo stress!

Non c’è luogo al mondo in cui l’uomo è più felice che in uno stadio di calcio.
(Albert Camus)

…e anche più stressato!
Ebbene sì: i tifosi più accaniti durante la visione di una partita possono sperimentare livelli di stress così alti da essere a rischio di infarto.

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Una ricerca condotta dal Centre for the Study of Social Cohesion dell’Università di Oxford ha infatti misurato la saliva dei tifosi brasiliani durante la storica debacle con la Germania ai Mondiali di calcio 2014. I risultati hanno evidenziato livelli di cortisolo  (noto appunto come ormone dello stress) molto alti  e tali da aumentare la pressione sanguigna e di conseguenza affaticare il cuore. Ovviamente i ricercatori non avrebbero mai potuto immaginare che si sarebbe trattato di un match così catastrofico: la rilevazione si è svolta all’interno di un progetto più ampio in cui sono stati monitorati i medesimi valori in altre partite del torneo.
Non sono state riscontrate grosse differenze nei livelli di stress legate al sesso, sfatando l’antico preconcetto secondo cui gli uomini sarebbero tifosi più accaniti.
Anche i tifosi “occasionali” sarebbero a rischio, in maniera però più lieve rispetto a quelli più appassionati , in funzione del legame che vivono con la squadra del cuore.

Sembrerebbe che i tifosi più accaniti vivano le sconfitte della propria squadra con un vissuto di catastrofe imminente non solo a livello emotivo ma anche fisico: livelli così alti di cortisolo infatti si riscontrano nelle situazioni di forte angoscia e paura per la propria vita.

Questi dati potrebbero spingere le squadre ad adottare provvedimenti per stemperare la tensione nelle partite di cartello, ad esempio trasmettendo musica rilassante dopo la fine e mettendo a disposizione di unità di screening per i tifosi più a rischio, secondo quanto dichiarato dalla Dr.ssa Newson alla BBC.

Anche tu vivi le partite della tua squadra in maniera così intensa e stressante? Più in generale, vorresti conoscere e mettere in atto qualche tecnica di gestione dell’ansia e dello stress? Puoi chiedermi informazioni e/o fissare un colloquio ( in studio a Torino o, a seconda dei casi, in videoconsulenza), tramite i recapiti presenti in questa pagina

 

 

Posa quel guscio, non sei Calimero!

Ecco, siamo quasi a fine gennaio e ancora la tua vita non è cambiata.
Scommetto che avevi riposto tutte le tue speranze nel 2020, per poi scoprire che trattasi di anno bisestile (o meglio bisesto e quindi funesto).
Hai passato l’ultimo trimestre del 2019 a convincerti che la svolta sarebbe arrivata così come si cambia un calendario appeso alla parete.
A quanto pare non è successo nulla nemmeno quest’anno, eppure ci hai sperato un po’ più del solito visto che coincide con l’inizio di un nuovo decennio.

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Se ti ritrovi in queste frasi, continua a leggere: il mio primo post del 2020 ( quindi sì, anche del nuovo decennio) è dedicato ai calimeri.
Definisco Calimero colui/colei che si piange addosso e fa del vittimismo il suo alibi.
( NdA, di per sé Calimero è un pulcino molto carino e da piccola seguivo una sua serie animata, quindi nulla di personale!)

Dicevamo, dunque, che la tua vita non è cambiata nemmeno stavolta. Stai fissando il cielo con il naso all’insù domandandoti se prima o poi arriverà il segno che aspettavi. Siccome non arriva nulla da nessuna parte ti sei messo un bel guscio rotto in testa e te la prendi con il mondo: nessuno ti capisce , nessuno ti ama, nessuno ti ascolta, …
Sei così preso dalle lamentele che nemmeno ti accorgi che qualcuno c’è ma il tuo vittimismo fa fuggire tutti a gambe levate. Non decidi di fare nulla di nuovo perché tanto ogni iniziativa è destinata al fallimento. Fai sempre le stesse cose, negli stessi posti e con le stesse persone: non ti sta bene ma almeno hai la certezza della lamentela. Perché rischiare di introdurre un elemento di novità se tanto tutto è destinato ad andare male?

La passività è nemica del cambiamento. Non c’è nessun’altra svolta a parte quella che deciderai tu. Soltanto quando smetterai di impiegare tutte le tue energie a lamentarti potrai fare qualcosa per il tuo bene. Ti farebbe piacere avere a che fare con una persona che vede sempre tutto nero e non si accorge di quello che ha? Ti sei risposto da solo.
Posa quel guscio, non sei Calimero!

Se ti senti un po’ Calimero e hai deciso di dare attivamente una svolta alla tua vita, puoi chiedermi informazioni e/o fissare un colloquio ( in studio a Torino o, a seconda dei casi, in videoconsulenza), tramite i recapiti presenti in questa pagina

A che cosa serve l’ansia?

Di ansia se ne parla spesso, forse anche troppo e quasi sempre con una connotazione negativa. Certo, a nessuno fa piacere avere le palpitazioni, il respiro corto e la sensazione di catastrofe incombente sulla testa. In un post di qualche tempo fa ho adoperato la metafora del leone invisibile per spiegare meglio questa sensazione.

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Resta il fatto che ormai siamo sempre più consapevoli della presenza di questo “felino selvatico” nella nostra vita; ignorarlo è inutile. Detto ciò, cosa ce ne facciamo? Proviamo per un istante a ribaltare la prospettiva e ad osservare le nostre ansie come una  possibile fonte di risorse.

La persona ansiosa tendenzialmente non arriva tardi agli appuntamenti, non perde treni o aerei anzi arriva con così largo anticipo che potrebbe imbarcarsi sul volo precedente. 
Spesso porta con sé il massimo indispensabile, in modo da essere preparata alla più improbabile evenienza ( propria o altrui, metti mai). Se deve recarsi in un nuovo locale pubblico incrocia i dati di decine di siti di recensioni e chiede a tutti i suoi conoscenti.
Se ha un malanno è pronta a sfoggiare la sua laurea in medicina honoris causa per formulare la sua diagnosi (mortale) che confronterà con una dozzina di professionisti.
Prima di uscire di casa controlla di avere chiuso tutti i rubinetti, poi chiude a chiave tutte le serrature. Torna indietro, riapre per essere certa di avere chiuso tutto, richiude e ripete i punti precedenti per almeno 3-4 volte. Scenario simile nel caso in cui debba parcheggiare.

Possiamo fermarci qui per renderci conto che si tratta di una vita faticosa: c’è sempre un imprevisto improbabile da contemplare, la variabile impazzita alla quale nessun altro ha ancora pensato. Siamo o non siamo di fronte ad esempi di creatività sconfinata? Solo un vero ansioso può arrivare a fare del suo domani una sceneggiatura da Oscar.
Facile ironia a parte, quando dico di provare a utilizzare l’ansia a nostro vantaggio mi riferisco più in generale ad un approccio alla vita più benevolo, in cui riuscire a guardare ai nostri limiti con maggior clemenza.

Sei una persona ansiosa? Vai bene lo stesso, hai anche tu pregi e difetti. L’importante è riconoscere questa parte di te, accoglierla e “coccolarla”. Certo, spesso pensi che vorresti una vita tranquilla e senza pensieri…ma forse non saresti più tu. L’ansia è una parte di te che a volte è davvero difficile da sopportare perché alza il tiro per farsi sentire. Impara pian piano a capire cosa vuole da te, parlale e dille quando è il caso di smettere.  A suo modo cerca di aiutarti, sta a te contenerla e non permetterle di comandarti.

Sono questi gli spunti di riflessione che mi hanno portato a creare “Ansia: cosa me ne faccio?” , evento in cui parlare insieme di ansia in un’ottica propositiva. Il primo appuntamento si è tenuto qualche giorno fa e a fronte delle tante richieste ricevute ho pensato di replicarlo. La prossima data sarà sabato 16 novembre.

 

 

7 cose che ho imparato praticando teatro

Essendo io amante delle liste e delle “cose” nuove da imparare, quando intraprendo un percorso mi piace unire i punti e vedere quale disegno si stia delineando. Siccome mi accingo a iniziare il mio terzo anno da allieva di una scuola di teatro mi è venuta voglia di condividere con voi ciò che ho imparato finora. Non si tratta di pura didattica , almeno non solo. Ho voluto riassumere le scoperte e riscoperte che questo percorso ha innescato in me e che dal palco stanno contribuendo ad arricchirmi come persona…e come terapeuta. Non solo mi capita di raccontare ( e consigliare ) questa esperienza ai miei pazienti; mi capita anche di importare nella mia pratica clinica gli insegnamenti che sto interiorizzando.

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Photo by Gwen Ong on Unsplash

A voi la lista, rigorosamente in ordine causale.

  1.  Le parole non sono vuote.
    Ogni parola porta con sé un mondo: lo delinea, lo arricchisce e lo descrive. Non è la pura emissione di un suono, è il come e il perché di una storia. Può chiudere un discorso o aprirne un altro, può unire o dividere. A volte manca, altre è di troppo; è sempre qualcosa in più della sua definizione sul vocabolario.
  2. Abbiamo un corpo, eppure ce ne dimentichiamo
    Quando sei sul palco ti rendi improvvisamente conto di avere un corpo fatto di tante parti. Braccia, mani, dita…avete presente le scatole cinesi? Ecco, non fai in tempo a capire come muovere il piede che scopri anche di avere le caviglie. La postura che adottiamo, il nostro modo di muoverci, lo sguardo: tutto concorre a dare un senso alle parole, così come ai silenzi. Abbiamo la fortuna di vivere in un meccanismo complesso e meraviglioso…eppure spesso ce ne dimentichiamo.
  3. L’energia è alla base di tutto
    Il bravo attore non è colui che impara un testo a memoria e lo ripete senza esitazioni. La vera essenza del teatro sta nell’energia che ci mettono gli attori e che riempe il palco, riecheggiando tra gli spettatori. Questa energia è anche ciò che rende unico il teatro: è un qualcosa che accade qui ed ora; anche andando a vedere 10 volte lo stesso spettacolo, con gli stessi attori, ci sarà sempre un’energia diversa a  renderlo unico e irripetibile.
  4. Non sapevo leggere
    Mi spiego meglio: non è che prima fossi analfabeta. Piuttosto, leggevo ad alta voce come ti insegnano a scuola, stile lettura domenicale in chiesa. Una cantilena unica, stereotipata al punto che avrei avuto la stessa cadenza leggendo sia Dante che l’elenco del telefono. Si tratta di una di quelle cose di cui ti accorgi nel momento in cui te lo fanno notare , a dimostrazione di quanto l’ascolto reciproco sia uno strumento di apprendimento potente e interessante. Adesso posso quasi affermare di saper leggere ( spero di non smentirmi alla prossima lezione…).
  5. Se ci si diverte, si impara meglio
    A parità di contenuto, il contenitore è in grado di fare la differenza: l’apprendimento è stimolato ( ed è anche più efficace) se avviene un ambiente positivo e che contempla il divertimento. Purtroppo molti di noi tendono spesso a pensare che ridere significhi essere stolti e superficiali. Si può essere seri e  produttivi anche lasciando spazio a una sana risata, purché non venga meno la concentrazione!
  6. Gli errori sono inevitabili, l’importante è restare concentrati
    Pensare che durante uno spettacolo tutti possano ricordare tutto a memoria è pura utopia. Al contrario, una legge di Murphy adattata al teatro potrebbe dire che più si teme di dimenticare qualche parola, più facilmente ciò accade. Quello che non bisogna mai perdere di vista è ciò che stiamo raccontando; “bucare” la battuta è qualcosa che tutti vorremmo evitare ma è decisamente meglio andare oltre l’errore e avere la concentrazione per far sì che nessuno si accorga di nulla.
  7. La consapevolezza di Sé è un qualcosa che si coltiva
    Quante giornate viviamo senza essere mai realmente consapevoli di noi stessi? Quante azioni od omissioni portiamo avanti in maniera puramente meccanica? Il teatro insegna ad avere consapevolezza di Sé sotto tanti punti di vista: corporeo, linguistico, energetico…Soltanto prendendo contatto con le mie risorse e i miei limiti posso realmente crescere e apprezzarmi per quello che sono: non vi ricorda qualcosa che si fa anche in terapia?!

 

Per concludere…
Potrei aggiungere altri punti all’elenco, anche di natura squisitamente personale. Ho scelto di fermarmi a 7 perché mi sembrava giusto così ma mi farebbe piacere confrontarmi con voi: vi ricordo che potete lasciare i vostri commenti qui sotto oppure scrivermi in privato.
E chissà che non vi sia venuta voglia di cimentarvi con il palco! Se siete di Torino e dintorni vi consiglio di andare a mettere il naso tra le attività di Officina per la Scena, la scuola dove ho trovato la mia “famiglia” teatrale 😉 

Perché non riesco a stare a dieta? Evento a Torino

Perché ci sono persone che alla prima dieta ottengono risultati, e altre che dopo anni non riescono a trovare un miglioramento?
Perché alcuni riescono a stabilizzarsi sul peso forma e altri invece riprendono ( magari con gli interessi) i kg persi?
Queste e altre domande faranno da spunto durante l’evento Perché non riesco a stare a dieta? che si terrà venerdì 27 settembre dalle 18:00 alle 19:30 presso il mio Studio in Torino.

Io & La Dieta

Per motivi organizzativi e di capienza della sala è richiesta l’iscrizione anticipata al costo di 15 euro. Potete acquistare il vostro posto tramite la piattaforma Eventbrite oppure  contattandomi  tramite i recapiti presenti in questa pagina per conoscere le altre modalità di pagamento disponibili.

Vi aspetto!