Come aiutare una persona ansiosa

Una delle difficoltà maggiori vissute dalle persone che soffrono di ansia è spiegare ai propri cari come si sentono e come poter essere aiutati nei momenti di crisi. Allo stesso tempo, stare accanto a una persona ansiosa non è facile e alla lunga può rivelarsi frustrante.

Detto ciò, cosa dovrebbe sapere chi vuole aiutare una persona ansiosa?

L’ansia non è una scelta, né un capriccio
Non si diventa ansiosi per libera scelta, anzi. Chi ne soffre preferirebbe farne a meno, dato che è un’ esperienza molto stancante a livello psicofisico. L’ansia può scattare anche all’idea che una certa situazione possa verificarsi, anche con una probabilità di uno su un milione.

Un ansioso sa che “dovrebbe” stare tranquillo
Chi soffre di disturbi d’ansia sa che le sue paure sono sproporzionate e spesso infondate, eppure non riesce materialmente a bloccarle, anche se lo vorrebbe. Quando gli/le dici di “stare tranquillo” rischi di aumentare il suo senso di inadeguatezza: lo sa già, non ci riesce. Altrimenti lo farebbe.

Il valore della presenza
Spesso la “smania del fare” ci fa sottovalutare l’importanza dell’esser-ci, in questo caso essere presenti per la persona ansiosa. Dare voce alla proprie paure infatti può essere un buon modo per ridimensionarle e portarle su un piano più oggettivo. Fatti raccontare che cosa sta innescando la sua ansia, come si sente e che cosa sta temendo, senza banalizzarlo.

Cosa posso fare per aiutarti?
Non esiste un’unica modalità per aiutare qualcuno che soffre d’ansia. La soluzione migliore è chiedere concretamente al tuo caro cosa puoi fare per rendere meno pesante la situazione.

Evitare di sostituirsi
Potresti pensare di sostituirti al tuo caro in una situazione particolarmente ansiogena ( es. prendere appuntamento dal dentista). In realtà questa soluzione sul lungo periodo rischia di peggiorare il problema perché in lui/lei si rafforzerà la convinzione di non essere capace ad affrontare queste circostanze, né avrà lo stimolo per fare qualcosa visto che te ne occupi tu al posto suo.

Porre un limite
Stare accanto a una persona ansiosa può essere davvero faticoso, soprattutto se sembra non fare progressi e pone le stesse richieste di aiuto. Puoi essere empatico e disponibile pur mettendo un limite a protezione della tua integrità emotiva.

Offrire supporto nella ricerca di aiuto
Quando l’ansia diventa un costante della quotidianità , i suoi effetti si ripercuotono negativamente sulla qualità della vita e sul benessere individuale. In questi casi puoi suggerire al tuo caro di richiedere l’aiuto di un professionista, supportandolo e motivandolo durante il percorso.

Vorresti richiedere aiuto per un tuo caro che soffre di ansia? Potete contattarmi attraverso i recapiti presenti in questa pagina.

Gestire l’ansia post-quarantena

In un post di qualche settimana fa avevamo parlato della Sindrome della capanna, cioè quell’insieme di ansia e disorientamento che alcune persone hanno provato ( e provano tuttora) all’idea di potere e dovere nuovamente uscire di casa.

Ho ritenuto fosse il caso di tornare sull’argomento per due ordini di motivazioni:

  • mi è stato chiesto – in ambito lavorativo e amicale – come affrontare nella pratica questo problema;
  • l’ansia non riguarda solo l’uscita dalla “capanna” ma anche ambiti più estesi ( es. paura del futuro a lungo termine.

Dottoressa, mi piacerebbe tanto tornare da lei in studio ma preferirei vederci ancora in videochiamata“, ” Mi piacerebbe tanto prendere un caffè al bar ma vado in palla solo all’idea” , ” Alla fine stare in casa non è poi così male” ,… parliamone.

Photo by Tonik on Unsplash

Una “nuova” normalità
Se ne parla tanto , va bene, ma credo sia la miglior definizione che possiamo adottare. Saremmo ingenui a fingere che sia tutto come prima, e stolti nell’ignorare ciò che è tuttora in corso. Abbiamo bisogno di ricreare abitudini – al cervello piace avere degli schemi con cui orientarsi – alla luce di questa attualità. Ci sono attività che non possiamo svolgere come prima. Ad esempio, nei colloqui in studio sia io che il paziente dobbiamo indossare la mascherina e osservare il distanziamento: questa norma ci fa “perdere” una serie di espressioni facciali ma ci fa “guadagnare” in sicurezza reciproca e ci consente di svolgere il nostro lavoro in presenza.

Focus sul presente
Nessuno di noi, nemmeno gli esperti, possiede elementi a sufficienza per fare previsioni sul futuro: perché sprecare energie cognitive ed emotive per prefigurarsi scenari che potrebbero non verificarsi mai? Quando ti accorgi di ruminare su questo genere di pensieri, cerca di distoglierti tornando al qui ed ora. Dedicati a un passatempo, all’attività sportiva o a pratiche di meditazione e yoga: ti aiuteranno a focalizzarti sul presente e non far galoppare la mente in un futuro remoto.

Atteggiamenti proattivi, un passo per volta
L’ansia ha un grosso carburante che si chiama immobilità. Più rimani fermo, più hai paura di muoverti: è un circolo vizioso.
Stila una lista di attività che desideri riprendere ( in condizioni di sicurezza), ordinandole per livello di difficoltà “emotiva”. Evita la trappola del tutto e subito: privilegia la gradualità.


Allontanati dalle energie negative
In contesti reali o virtuali può capitare di finire coinvolti in conversazioni e dibattiti sul nostro futuro, su un’eventuale seconda ondata del covid-19 , su numeri e aggiornamenti vari…spesso con toni foschi e ansiogeni.
Nessuno ti obbliga a prendere parte in questi contesti: in maniera cordiale ma assertiva al tempo stesso puoi dire che desideri cambiare argomento.

Chiedi aiuto
L’ansia non è una scelta, né un capriccio. Se diventa pervasiva della tua quotidianità e ti impedisce di vivere la vita che vorresti, considera l’idea di chiedere un aiuto specialistico contattandomi attraverso i recapiti presenti in questa pagina. Potrai scegliere liberamente se prendere un appuntamento in Studio o da remoto.

Fare i conti con la frustrazione

Dicesi frustrazione :


[dal lat. frustratio –onis «delusione», der. di frustrare «frustrare»]. – 1. Sentimento di chi ritiene che il proprio agire sia stato o sia vano: provare un senso di frustrazione2. In psicologia, condizione di tensione psichica determinata da un mancato o ostacolato appagamento di un bisogno; può avere cause esterne, o interne.

Da questa ottima definizione della Treccani possiamo dedurre che alcune cause di frustrazione possono essere controllate, altre meno.

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Per esempio, mentre sto elaborando questo post sto provando frustrazione perché i lavori del vicino e la linea internet ballerina influiscono negativamente sulla mia concentrazione. Come posso intervenire?
– I lavori stanno seguendo le regole, ho messo gli auricolari e avviato una playlist “brain power per non farmi innervosire oltre dai rumori;
– ho contattato l’operatore telefonico, comunicando i rallentamenti sulla linea. Hanno preso in carico la mia segnalazione ma non verrà risolta in tempi brevi. Sto scrivendo il mio articolo offline, in attesa di avere una connessione più stabile per caricarlo sul blog.

Queste sono le soluzioni che ho messo in campo io; non saranno le migliori in assoluto ma sono quanto di più rapido mi sia venuto in mente. Fare è meglio che disperare, dicevano gli anziani.

Ovviamente esistono tutta una serie di frustrazioni sulle quali non possiamo intervenire direttamente. Pensiamo a quelle di tipo sentimentale: “lui/lei non mi vuole“. C’è poco da fare in questo caso, se non accettare che:

La frustrazione può anche insegnarci qualcosa su noi stessi e sull’importanza che attribuiamo agli eventi: toppa? Poca? Troppo poca?
(NB, potrebbe esserti utile anche un piccolo esercizio di scrittura espressiva).

La prossima volta che ti sentirai un po’ frustrato/a prova a vedere la situazione con altri occhi. Parti da una visione di insieme e dall’esterno, per poi scendere nel particolare.
C’è qualcosa che avresti voluto fare e che non hai fatto?
Avresti oggettivamente potuto farla?
Su che cosa puoi focalizzarti adesso?
Cosa hai imparato per la prossima volta?

La frustrazione può avere radici profonde e pervadere la tua quotidianità. Possiamo affrontarla insieme: prenota ora il tuo colloquio – in Studio o in da remoto – contattando i recapiti presenti in questa pagina.

Mangiare per noia

Non te ne eri nemmeno accorto/a: hai svuotato un pacchetto di patatine davanti alla tv. Eppure non avevi fame, lo sai per certo. Lo hai preso dalla dispensa senza rendertene conto. Mentre con gli occhi osservavi lo schermo, con le mani pescavi una patatina dietro l’altra: mangiarle è stato un atto puramente meccanico. Solo quando hai toccato con la mano il fondo del sacchetto hai realizzato di averle finite.
Cosa succede?

Stai mangiando per noia.

Ti sembrerà strano, ma non sono solo le emozioni “forti” come rabbia o tristezza a innescare la ricerca di cibo. Anche la noia nella sua apparente indifferenza può rappresentare un fattore scatenante per le abbuffate.

Quando sei annoiato/a infatti, anche il tuo cervello ne risente e potrebbe “andare a caccia” di dopamina per stimolarsi un po’: non per niente questo neurotrasmettitore è noto anche come l’ormone dell’euforia. Se facciamo qualcosa che ci piace, i suoi livelli aumentano e sentiamo una sensazione di appagamento e piacere. Non a caso, quando mangi per noia scegli i cibi che più ti piacciono – solitamente ricchi di zuccheri, grassi, sale… – per un appagamento rapido e immediato.

Quindi è colpa della dopamina, non posso certo contraddirla..gnam!

Il circuito della ricompensa potrebbe giocare un ruolo nelle tue scelte alimentari, questo non significa che esista una forza oscura in grado di obbligarti a consumare determinati cibi. Sei sempre tu a scegliere quale comportamento mettere in atto. Imparando ad assumerti la responsabilità dei tuoi comportamenti alimentari potrai riguadagnare il controllo su di essi.

Cosa puoi fare dunque per non mangiare più per la noia?

Non esiste una ricetta unica per tutti; ci sono però alcune indicazioni generali che puoi seguire:

Riconosci e metti a fuoco la situazione.
In quali circostanze tendi ad annoiarti? Prendi nota dei momenti della giornata e delle situazioni in cui ti annoi. Fai attenzione ai cibi verso cui ti dirigi, registra le emozioni che provi prima, durante e dopo.

Vai in profondità
La noia non è mai fine a se stessa. Prova ad immaginarla come una tenda che nasconde sotto di sé qualcosa altro. Ti annoi perché vorresti essere altrove? Stai facendo qualcosa controvoglia? Oppure è la stanchezza a farti provare noia verso ciò che hai intorno?

Limita ( o impara ad accettare) i momenti di noia
La noia esiste, inutile negarlo. Se impari a riconoscerla nelle sue manifestazioni, puoi anche cercare di prevenirla. Esci dalla trappola mentale che vorrebbe eliminarla: è più produttiva accettarla e reagire di conseguenza.

Elabora un’alternativa
Puoi creare altre strategie abbatti noia che non siano mangiare. Crea una lista personale di alternative sane in grado di appagare e divertire il tuo cervello: riscopri la creatività che è in te.

Recupera il tuo ruolo attivo
La noia non ti costringe materialmente a mangiare: sei sempre tu a scegliere. Spesso portiamo avanti delle abitudini semplicemente perché sono tali, senza interrogarci su come ci fanno sentire. Recuperare la tua parte attiva significa tenere conto di ciò che scegli e delle motivazioni.

Hai deciso di voler lavorare meglio sulle cause del tuo emotional eating? Contattami per un colloquio: puoi scegliere liberamente se svolgerlo da remoto ( telefonata, videoconsulenza,..) o se recarti presso il mio Studio, nel pieno rispetto delle norme igienico-sanitarie vigenti. Per informazioni e/o prenotazioni puoi contattarmi attraverso i recapiti presenti in questa pagina.

2 colleghe, 1 videochiamata e 3 riflessioni sulla psicoterapia in pandemia

Qualche giorno fa sono stata contattata dall’amica e collega Michela Roccello , anche lei autrice di un blog che si intitola Redazioni Terapeutiche. Mi ha proposto di intervistarci a vicenda e di dialogare insieme sull’impatto che la pandemia ha e avrà sul nostro lavoro. Trovate l’intervista a questo indirizzo.

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Photo by Pavan Trikutam on Unsplash

Come spesso accade, una chiacchierata con un collega mette in moto una serie di riflessioni, soprattutto se alla base ci sono già stima e rispetto reciproci. Ahimè spesso nelle libere professioni si fa fatica a concedersi momenti di questo tipo, un po’ per la mancanza di tempo e un po’ perché si vive in una dimensione settoriale e ripiegata su se stessa.

Il 2020 sarà l’anno degli psicologi?
Ho letto questa affermazione in un paio di meme spiritosi , insieme ad altri riferiti agli avvocati divorzisti. Ci sarà più bisogno di noi? Credo sarà probabile; non significa però che avremo un’impennata di richieste, a mio avviso.
La domanda di  psicoterapia passa per una presa di consapevolezza ( ho bisogno di aiuto perché…) alla quale segue l’atto pratico di contattare un professionista: servono tempo, denaro e energie da investire. Come potranno chiedere aiuto coloro i quali hanno perso il lavoro e/o attendono un sostegno economico? Dove troverà il tempo per recarsi in studio una donna e mamma lavoratrice in smartworking con i figli a casa da scuola?
Per quanto siano lodevoli, trovo poco efficaci le iniziative gratuite : questa pandemia dovrebbe averci insegnato a pensare a una sanità efficace ed efficiente sul lungo periodo, non ad un sistema che si improvvisa sulla spinta dell’emergenza. Ti offro un colloquio gratis, e poi? La salute non si cura con le offerte promozionali.

Le nuove tecnologie
Il setting terapeutico si è arricchito in questi mesi di una prospettiva digitale: abbiamo continuato le sedute tramite telefono e videochiamate di vario tipo. Abbiamo installato app, combattendo contro i disguidi tecnici e i rallentamenti di linea. Quella che prima era un’ eccezione riservata a coloro i quali non potevano materialmente recarsi in studio ( italiani all’estero, trasfertisti, studenti fuorisede di rientro) è diventata la normalità.
Dovendo rispettare il distanziamento fisico tutte queste opzioni si sono rivelate utilissime: ovviamente non possono sostituire in pieno ciò che avviene nella stanza di terapia. Ad esempio, viene a mancare una parte di comportamento non verbale e anche il contatto oculare è mediato da un occhio tecnologico. Esistono dei tempi tecnici per cui la voce può arrivare in ritardo o leggermente deformata.
Continuerò a usare queste opportunità, ritenendole un complemento e non un’alternativa alla seduta classica.

I doni della pandemia
Michela, con un’arguta domanda, mi ha fatto pensare ai vantaggi derivanti dal lockdown. Non per tutti infatti si è trattato di un evento negativo: per alcuni è stata una vera e propria opportunità per continuare a procrastinare  o tornare alle care vecchie abitudini. Certo, l’attuazione primal’allentamento poi delle misure di distanziamento può aver causato un aumento dei livelli di ansia; restando a un livello più ampio però quanti di noi hanno lasciato qualcosa in sospeso con l’alibi della pandemia? In cuor nostro, quanto siamo stati sollevati all’idea di non poter fare una determinata cosa?
E ancora: che cosa abbiamo scoperto restando a casa per tutto questo tempo?

Grazie ancora a Michela ( e al suo gatto) per questa interessantissima intervista!

Contattami per un colloquio: puoi scegliere liberamente se svolgerlo da remoto ( telefonata, videoconsulenza,..) o se recarti presso il mio Studio, nel pieno rispetto delle norme igienico-sanitarie vigenti. Per informazioni e/o prenotazioni puoi contattarmi attraverso i recapiti presenti in questa pagina.

 

Bazinga! Che cosa mi ha insegnato The big bang theory

Ammetto di non essere una grande appassionata di serie tv: sono poche quelle che riesco a seguire nel tempo e con un certo interesse. Questo  fa sì che a volte non capisca alcuni meme  o citazioni ispirati alle serie del momento  ( meno male che c’è Google)…

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La mia preferita è sicuramente The big bang theory. L’ho amata al punto da non riuscire a guardare le ultime puntate…non voglio che finisca! Nel frattempo ho iniziato The young Shedon 😉
Ad avermi tenuta pressoché incollata allo schermo per quasi 300 episodi sono state la qualità della sceneggiatura e la bravura degli interpreti ma anche e soprattutto i valori e i messaggi trasmessi. Dei veri e propri insegnamenti di vita: ne ho selezionati alcuni…senza spoiler.

1. Il valore dell’amicizia
The big bang theory è una storia fatta di amicizie che si intrecciano, evolvono e si consolidano nel tempo. I personaggi litigano ( spesso ingigantendo questioni ridicole) eppure trovano un modo per andare oltre, anteponendo la forza dei legami alle questioni personali.

2. La diversità produce ricchezza
Con il progredire delle stagioni fanno la loro comparsa nuovi personaggi ( soprattutto femminili) che si inseriranno pian piano nei ritmi abitudinari già in essere. Le loro diverse modalità di funzionamento portano scompiglio nell’ “ecosistema” preesistente, in un interscambio reciproco e arricchente per tutti i componenti.

3. L’utilità della logica…
Avere una mente dal funzionamento scientifico può tornare utile quando si deve prendere una scelta tra più opzioni. Una disamina razionale dei pro e contro arriva dritta al punto, tralasciando orpelli e titubanze. I protagonisti si avvalgono spesso di diagrammi e tabelle quando si trovano di fronte a un dilemma: l’importante è non esagerare!

4. …e l’importanza delle emozioni
I protagonisti maschili sono i tipici nerd, bravissimi nello studio ma decisamente meno nelle relazioni interpersonali. Con il trascorrere delle stagioni vanno incontro a una vera e propria alfabetizzazione emotiva, stimolata anche dagli incontri con le future fidanzate e mogli. Persino Sheldon ( personaggio dai marcati tratti autistici) arriva a prendere contatto con il suo mondo interiore.

5. Chiedere aiuto 
I personaggi della serie attraversano a turno dei momenti di difficoltà lavorativa o personale. Pur con le loro differenze caratteriali, ci insegnano a chiedere a aiuto e a non farsi vincere dalla vergogna o dai timori reverenziali.

6. Le persone possono stupirci ( in bene )
I momenti emotivamente più intensi della serie vedono al centro i personaggi paradossalmente più granitici e freddi. Come succede nella vita reale, spesso le persone che ci stupiscono positivamente sono le ultime dalle quali ci saremmo aspettati qualcosa.

7. L’importanza delle proprie origini
Nella serie fanno capolino genitori, nonni e fratelli dei diversi personaggi. Alcuni si presentano all’improvviso creando imbarazzo, altri arrivano dopo essere stati chiamati in soccorso. Osservando i loro comportamenti riusciamo a spiegarci meglio quelli dei loro cari, un po’ come in una sessione di terapia familiare.

E voi, cosa avete imparato da una serie tv?

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Che cos’è la sindrome della capanna

L’avvio della fase 2 del lockdown ha significato per molti di noi una graduale ripresa delle attività: pensiamo agli uffici che hanno ripreso con il lavoro in presenza o alle fabbriche che hanno riavviato la produzione. Possiamo vederci ( seppur mantenendo le precauzioni del caso) con i nostri “congiunti” e svolgere attività fisica oltre i 200 metri; in alcune regioni si può passeggiare sul lungomare, in altre andare per funghi.

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Photo by Dimitry B on Unsplash

Eppure non per tutti questa novità è stata accolta con sollievo, anzi. Qualcuno sta sperimentando un’intensa sensazione di angoscia all’idea di poter uscire con meno restrizioni , insieme a vissuti di ansia e smarrimento. Cosa sta succedendo?
Una possibile ipotesi è quella proposta da Timanfaya Hernández del Collegio Ufficiale degli Psicologi di Madrid: “Stiamo percependo un numero maggiore di persone in difficoltà all’idea di uscire di nuovo. Abbiamo stabilito un perimetro di sicurezza e ora dobbiamo abbandonarlo in un clima di incertezza… Viviamo nella società del fare: fare sempre cose, produrre sempre.” ( Fonte: El Pais). Saremmo dunque di fronte alla Sindrome della capanna  ( o del prigioniero) : coniata ai primi del ‘900, definiva la condizione di disadattamento delle popolazioni dell’estremo Nord America. Durante i mesi invernali infatti la rigidità del clima imponeva a costoro un vero e proprio isolamento nelle proprie case ( o capanne, appunto) ; al sopraggiungere della bella stagione venivano colti da disorientamento e paura all’idea di potersi nuovamente interfacciare con l’ambiente esterno.

In letteratura non esiste una casistica tale per una vera e propria diagnosi in senso tecnico. Possiamo comunque prendere spunto da questa definizione per cercare di capire meglio cosa stia succedendo in chi in questi giorni riferisce un vissuto di malessere all’idea di dover/potere nuovamente uscire di casa.

Ci è stato descritto un “fuori” fonte di pericoli, tant’è che siamo rimasti nel “dentro” per la sicurezza nostra e altrui. Allo stesso modo, anche la socialità rappresenta un fattore cruciale per la diffusione del virus. La nostra quotidianità è stata stravolta: abbiamo capito quante piccole-grandi cose davamo per scontate, come un caffè al bar con un amico.

La fase 2 rappresenta una prima tappa nella direzione della riapertura. Non è – e nemmeno sarà – come prima. La nostra vita frenetica ha dovuto tirare bruscamente il freno a mano e riprendere la marcia non è così scontato. Proprio come accade dopo uno spavento automobilistico, rimettersi in moto può presentare qualche difficoltà: spavento, paura, smarrimento o rabbia. Ci siamo (ri)scoperti vulnerabili e insicuri.

Come tenere a bada tutte queste emozioni? Innanzitutto, accettandole nella loro dignità di esistenza. Siamo esseri umani e abbiamo tutto il diritto di provarle; rifuggiamo dal cliché che ci vorrebbe sempre pimpanti e pronti a tutto.
Facciamo un passo alla volta, letteralmente, come se fosse una riabilitazione emotiva. Trasformiamo la paura in senso di responsabilità, ricominciamo a uscire pian piano seguendo le direttive igienico-sanitarie. Una buona strategia può essere quella di incrementare la distanza percorsa ad ogni uscita per riabituarsi gradualmente al mondo esterno e alle emozioni del “fuori”.

Questi periodo di isolamento ti ha psicologicamente affaticato e vorresti un supporto? Senti che l’ansia del “fuori” potrebbe sovrastarti? Contattami per un colloquio: puoi scegliere liberamente se svolgerlo da remoto ( telefonata, videoconsulenza,..) o se recarti presso il mio Studio, nel pieno rispetto delle norme igienico-sanitarie vigenti. Per informazioni e/o prenotazioni puoi contattarmi attraverso i recapiti presenti in questa pagina.

 

 

Per tentativi ed errori. Storie di croissant ( e di vita quotidiana)

Come tanti italiani ho dedicato parte della mia permanenza casalinga a impastare e infornare. Dopo le ondate di pane e pizza, la scorsa settimana ha preso piede la moda del croissant autoprodotto.
Cosa ci vuole? Mi sono detta. Li hanno fatti tutti , Facebook è pieno di foto. Gente che fino a ieri non sapeva sbattere un uovo senza si è riscoperta pasticcera , se mi ci metto io li faccio anche a occhi chiusi , puff!
Prendo la ricetta che stava girando in quel momento sui social, quella perfetta dal successo garantito. Croissant belli e buoni come al bar, dicevano. Non ne farai più a meno, anche quando i bar saranno riaperti, dicevano. Te li chiederanno amici e parenti, dicevano.
Ecco il  tristissimo risultato:

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Il primo tentativo di croissant: un mignon in cemento con spolverata di  zucchero a velo.

Non so che bar frequentassero gli autori della ricetta…forse una ferramenta? Sono venuti fuori dei mignon di cemento amato: per pudore non ho fotografato l’interno. I più esperti mi hanno detto che probabilmente la lievitazione non è partita. Tipo i treni regionali che quando arrivi in stazione scopri essere stati soppressi? Più o meno. Avevo seguito la ricetta pedissequamente ma non era bastato.
Forse era un segno del destino o il karma riservato ai terapeuti dei disturbi del comportamento alimentare?

Avevo dinanzi a me una scelta: mettere definitivamente una croce sui tentativi presenti e futuri di qualunque-cosa-come-al-bar oppure riprovare.

Secondo risultato:

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Questo sì che mi ricorda il “mio” bar: si vedono anche le sfoglie! E sì, mi piace lo zucchero a velo ( mea culpa!)

Che cosa mi ha insegnato questa esperienza di vita domestica?

  1. Anche se una ricetta funziona con il 99% della popolazione, tu potresti rientrare nel residuo 1%. Vale dentro e fuori la cucina: lavoro, vita, relazioni,…
  2. Evita di darti per sconfitto/a se appartieni a quella minoranza. Puoi controllare le cose fino a un certo punto, come per la lievitazione.
  3. Ritenta, semmai cambiando ricette, contesti, ingredienti, persone,…
  4. Alcune cose a prima vista possono sembrare difficili: vai oltre la prima impressione.
  5. Il punto 4 vale anche viceversa.
  6. Quando ci riesci, la soddisfazione è impagabile.
  7. Il concetto di “croissant” come al bar non è uguale per tutti!

 

Nelle prossime settimane riprenderò gradualmente l’attività in Studio, compatibilmente con le normative vigenti. Attualmente rimane attiva l’opzione di prenotare una consulenza telefonica o in videoconsulenza. Per informazioni sulla data di riapertura e per prenotare il tuo colloquio, scrivimi tramite i recapiti presenti in  questa pagina.

7 motivi che rendono le videochiamate stressanti

Tra smart working, teledidattica o semplici chiaccherate, si sta moltiplicando il nostro utilizzo di app e piattaforme di videoconferenza: Zoom, Hangout, WhatsApp, Skype, … SI tratta di mezzi utili ad accorciare virtualmente le distanze ma  per alcuni possono rappresentare una grande fonte di stress. Vediamo insieme alcune possibili spiegazioni, attraverso una delle mie tanto amate liste 🙂

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Gli umani non sono gli unici alle prese con lo smart working…

1.Siamo insieme virtualmente ma distanti fisicamente

Unire un gruppo di persone su uno schermo  non è come radunarle nella medesima stanza. Ci si trova mentalmente in un posto ma fisicamente in un altro, ciascuno per conto proprio. In alcune circostanze questo scollamento può risultare emotivamente difficile, pensiamo ad esempio a una maestra e ai suoi piccoli alunni o a un gruppo di colleghi abituati a vedersi tutti i giorni e a condividere piccoli rituali come la pausa caffè.

2. La tecnologia ci mette del suo ( non sempre in meglio)

Ebbene sì, siamo nel 2020 ma la tecnologia non funziona sempre come vorremmo. Soprattutto nelle fasce orarie di maggior saturazione delle reti telematiche, è esperienza comune e diffusa avvertire rallentamenti o blocchi di voce/immagine durante la videochiamata. Può capitare a noi o ai nostri interlocutori; se succede più volte diventa estremamente frustrante portare avanti una conversazione. Inoltre, non tutti hanno a disposizione connessioni e supporti idonei, tant’è che in questi giorni si sta dibattendo sulla scuola in teledidattica come ulteriore marcatore della divisione tra classi sociali più o meno abbienti.

3. Ci sentiamo osservati

Collegarsi da casa significa rivelare una parte di sé agli interlocutori: è il nostro habitat e non tutti abbiamo il piacere di condividerlo. Provare imbarazzo nel mostrare una piccola porzione di casa è legittimo, soprattutto se siamo connessi con persone semisconosciute ( es. un collega di un’altra sede) o delle quali temiamo un giudizio ( es. professore universitario durante un esame); non si ha tempo o voglia di ordinare tutto accuratamente e ci si preoccupa di ciò che si vede nell’inquadratura. C’è chi rimedia ponendo un telo bianco ( lenzuolo) alle sue spalle, chi utilizza la funzione di offuscamento/sostituzione dello sfondo.

4. La gestione delle pause e dei silenzi

Nel corso di una conversazione di gruppo le pause sono la norma: accade dal vivo, perché non dovrebbe essere lo stesso online? La differenza sta nel significato che viene attribuito al silenzio in questa seconda circostanza. Un eventuale moderatore potrebbe avere la funzione di assegnare dei turni di parola e smistare gli interventi, riducendo i tempi morti. Online diventa più difficile perché il silenzio potrebbe essere dovuto a un problema tecnico, a un rallentamento della comunicazione o semplicemente a un momento di imbarazzo.

5. La fatica fisica

Stare seduti davanti a un pc per molte ore non è proprio il massimo. Una postura errata può provocare a lungo andare dolori ( es. mal di schiena, cervicalgia,..) e gli occhi si affaticano a forza di fissare lo schermo. Anche se non si dispone in casa di una postazione ergonomica è importante stare seduti correttamente.

6. La complessità della comunicazione

Durante una conversazione mettiamo insieme più elementi, verbali e non . Nel formato virtuale abbiamo una voce che può arrivare più o meno distorta e una gestualità limitata dall’inquadratura; il contatto oculare inoltre è mediato dalla webcam: se guardiamo l’obiettivo non guardiamo gli occhi del nostro interlocutore e viceversa.

7. Non sempre abbiamo voglia

Chi ha detto che solo le videochiamate di lavoro possono risultare stressanti? Anche vedersi online con amici e parenti può essere altrettanto faticoso. Se nel primo caso abbiamo un obbligo di tipo “istituzionale”, a volte accettiamo di partecipare all’ennesimo aperitivo su Zoom solo per non dare un dispiacere agli altri. Il senso di colpa ci dice: coraggio, hai sopportato per 4 ore il tuo capo in video, perché non dovresti voler vedere i tuoi amici? In realtà abbiamo tutto il diritto di declinare l’invito se non abbiamo voglia, anziché sottoporci all’ennesimo stress della giornata. Chi ci vuol bene capirà.

Per concludere…

Le videochiamate sono molto utili ma come abbiamo visto possono anche essere causa di stress. Proprio per questi motivi sarebbe bene limitarle e partecipare a quelle strettamente necessarie o che ci riempono di emozioni positive. Se vogliamo sentire qualcuno possiamo fare una semplice telefonata, senza doverci per forza vedere in video ( e magari restare comodamente in pigiama e bigodini!). Evitiamo di farci fagocitare dagli schermi, anche televisivi, dedicandoci maggiormente alla cura di noi stessi.

 

Un altro settore che ha visto un trasloco da spazio fisico a online è quello della psicoterapia. Possono esserci alcune delle difficoltà che ho appena elencato, è innegabile. Da parte mia mi sto impegnando a limitarle al minimo, ad esempio tarando la durata delle sedute in modo da non renderle “tecnologicamente stressanti” per il prossimo. Se desideri avere ulteriori informazioni, capire come funziona o prenotare un colloquio  puoi contattarmi ai recapiti presenti in questa pagina.