#ioleggoperché …

Oggi si celebra la Giornata mondiale del libro e dei diritti d’autore. In concomitanza con questa data l’Associazione Italiana Editori ha lanciato l’iniziativa #ioleggoperché , finalizzata alla sensibilizzazione di chi non legge o legge poco.
Ho aderito con entusiasmo pensando che questo progetto potesse essere una bella occasione per parlare di libri e lettura in generale. Trovo che i libri possano essere molto utili anche all’interno di una psicoterapia; molto spesso consiglio ai miei pazienti testi di vario genere, a seconda dei contesti.

Io leggo perché non ha riscontrato solo favori positivi, anzi. Ho letto numerose critiche che possono essere così riassunte:

1) chi non legge ha tutto il diritto di non farlo;
2) chi legge non ha il diritto di fare il saputello;
3) è tutta un’iniziativa pubblicitaria del mondo dell’editoria in crisi.

Personalmente ritengo che:
1) chi non legge non lede i miei diritti, quindi è liberissimo di continuare a farlo. Magari  ha tantissimi altri interessi che nemmeno conosco, o si dedica ad altre attività con risultati eccellenti. Cosa mi vieta di provare ad avvicinarlo alla lettura? Io ad esempio sono grata a chi mi ha insegnato il decoupage (nemmeno sapevo cosa fosse), a lavorare a maglia e fare gli origami: da sola non avrei mai pensato di interessarmene;

2) chi legge non è migliore di chi non legge. I gusti letterari sono molto personali. A me non piace leggere subito i bestseller, a volte lascio trascorrere anni  o non li leggo affatto. In compenso mi piacciono quei librini gialli in vendita sulle bancarelle a 1 euro che conosciamo solo io e chi lo ha scritto. Ci sono persone che non leggono un libro da anni ma hanno una conoscenza musicale o cinematografica che potrei solo sognarmi. Ergo, non vedo perché dovremmo usare la lettura come metodo di divisione della popolazione in caste;

3) se l’editoria sia in crisi o meno onestamente non lo so, non ho dati e non me intendo. Il mercato cambia e si evolve, pensiamo anche solo agli e-book. Stampare e regalare migliaia di libri gratuiti non mi pare possa essere considerato offensivo verso la popolazione. Se domani iniziassero a regalarci forme di Parmigiano saremmo altrettanto schizzinosi, rifiutandole perché ” è una mossa commerciale dell’industria casearia“? Ovviamente comprendo la diffidenza di chi viene inseguito per strada dai messaggeri che stanno regalando ai libri, anche io potrei pensare che qualcuno voglia vendermi qualcosa.

 

Per concludere, affido il mio #ioleggoperché alle parole di Herman Hesse:

 

“Non dobbiamo leggere per dimenticare noi stessi e la nostra vita quotidiana, ma al contrario, per impossessarci nuovamente, con mano ferma, con maggiore consapevolezza e maturità, della nostra vita.”

 

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Gli emigranti

Edmondo De Amicis
Gli emigranti
( Poesie, 1882)

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Cogli occhi spenti, con lo guancie cave,
Pallidi, in atto addolorato e grave,
Sorreggendo le donne affrante e smorte,
Ascendono la nave
Come s’ascende il palco de la morte.

E ognun sul petto trepido si serra
Tutto quel che possiede su la terra.
Altri un misero involto, altri un patito
Bimbo, che gli s’afferra
Al collo, dalle immense acque atterrito.

Salgono in lunga fila, umili e muti,
E sopra i volti appar bruni e sparuti
Umido ancora il desolato affanno
Degli estremi saluti
Dati ai monti che più non rivedranno.

Salgono, e ognuno la pupilla mesta
Sulla ricca e gentil Genova arresta,
Intento in atto di stupor profondo,
Come sopra una festa
Fisserebbe lo sguardo un moribondo.

Ammonticchiati là come giumenti
Sulla gelida prua morsa dai venti,
Migrano a terre inospiti e lontane;
Laceri e macilenti,
Varcano i mari per cercar del pane.

Traditi da un mercante menzognero,
Vanno, oggetto di scherno allo straniero,
Bestie da soma, dispregiati iloti,
Carne da cimitero,
Vanno a campar d’angoscia in lidi ignoti.

Vanno, ignari di tutto, ove li porta
La fame, in terre ove altra gente è morta;
Come il pezzente cieco o vagabondo
Erra di porta in porta,
Essi così vanno di mondo in mondo.

Vanno coi figli come un gran tesoro
Celando in petto una moneta d’oro,
Frutto segreto d’infiniti stonti,
E le donne con loro,
Istupidite martiri piangenti.

Pur nell’angoscia di quell’ultim’ora
Il suol che li rifiuta amano ancora;
L’amano ancora il maledetto suolo
Che i figli suoi divora,
Dove sudano mille e campa un solo.

E li han nel core in quei solenni istanti
I bei clivi di allegre acque sonanti,
E le chiesette candide, e i pacati
Laghi cinti di piante,
E i villaggi tranquilli ove son nati!

E ognuno forse sprigionando un grido,
Se lo potesse, tornerebbe al lido;
Tornerebbe a morir sopra i nativi
Monti, nel triste nido
Dove piangono i suoi vecchi malvivi.

Addio, poveri vecchi! In men d’un anno
Rosi dalla miseria e dall’affanno,
Forse morrete là senza compianto,
E i figli nol sapranno,
E andrete ignudi e soli al camposanto.

Poveri vecchi, addio! Forse a quest’ora
Dai muti clivi che il tramonto indora
La man levate i figli a benedire….
Benediteli ancora:
Tutti vanno a soffrir, molti a morire.

Ecco il naviglio maestoso e lento
Salpa, Genova gira, alita il vento.
Sul vago lido si distende un velo,
E il drappello sgomento
Solleva un grido desolato al cielo.

Chi al lido che dispar tende le braccia.
Chi nell’involto suo china la faccia,
Chi versando un’amara onda dagli occhi
La sua compagna abbraccia,
Chi supplicando Iddio piega i ginocchi.

E il naviglio s’affretta, e il giorno muore,
E un suon di pianti e d’urli di dolore
Vagamente confuso al suon dell’onda
Viene a morir nel core
De la folla che guarda da la sponda.

Addio, fratelli! Addio, turba dolente!
Vi sia pietoso il cielo e il mar clemente,
V’allieti il sole il misero viaggio;
Addio, povera gente,
Datevi pace e fatevi coraggio.

Stringete il nodo dei fraterni affetti.
Riparate dal freddo i fanciulletti ,
Dividetevi i cenci, i soldi, il pane,
Sfidate uniti e stretti
L’imperversar de le sciagure umane.

E Iddio vi faccia rivarcar quei mari,
E tornare ai villaggi umili e cari,
E ritrovare ancor de le deserte
Case sui limitari
I vostri vecchi con le braccia aperte.

 

Buona Pasqua

pasqua