Pokemon Go: quando un gioco può aiutare un bambino autistico

Scommetto che una buona parte di voi ha già sentito parlare di Pokemon Go , la nuova app per “andare a caccia” di Pokemon in realtà aumentata: in Italia verrà rilasciata ufficialmente oggi e sono già numerosi i siti che e le testate che ne illustrano il funzionamento (La Stampa di Torino ha anche realizzato un video). In parole povere, il gioco utilizza il gps e l’orologio del vostro dispositivo per localizzarvi nel tempo e nello spazio e fare “apparire” i pokemon attorno a voi:

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Un gioco così strutturato può rappresentare una notevole fonte di distrazione, tant’è che la polizia di New York ha sottolineato la possibilità che possano aumentare gli incidenti e la probabilità di esse vittime di reato. Giocate con criterio, insomma.

Fatte queste premesse, giungo al motivo per cui ho scelto di dedicarvi un post.
Mossa da tecnologica curiosità ho iniziato a documentarmi in rete su Pokemon GO, finchè mi sono piacevolmente imbattuta nel blog di Elizabeth W. Barnes, mamma di un ragazzino autistico di 11 anni. Questa app è diventata uno stimolo per farlo uscire di casa e incontrare altri giocatori della sua età. Elizabeth ha impostato il gioco affinché il figlio non potesse recarsi in luoghi indesiderati e lo accompagna per tutelarne la sicurezza. Quella che si prospettava come un’estate di solitudine davanti al computer è diventata invece una stagione di piccole esplorazioni del mondo esterno e interazioni sociali con coetanei.
Una piccola e bella notizia 🙂

 

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Vuoi farcela? Sii il tuo primo supporter

Quante volte affrontiamo una prova (sportiva, scolastica, lavorativa,…) pensando “non ce la farò mai”? Quanto spesso ci rendiamo conto che questo atteggiamento negativo può influenzare l’effettiva riuscita del nostro compito? Finiamo così per darci, ahimè, ragione.
Questo autodialogo interno in psicologia viene chiamato self-talk. La buona notizia è che, oltre alla versione negativa, siamo perfettamente in grado di produrne una positiva. Non è così immediato riuscirci, soprattutto se abbiamo qualche problema di autostima, però possiamo imparare

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Un recente studio pubblicato su Frontiers in Psychology ha dimostrato che il self talk positivo è tra le più efficaci abilità motivazionali.
I ricercatori, in collaborazione con il BBC Lab UK, hanno sottoposto oltre 44mila persone a un esperimento per indagare l’efficacia di diverse strategie auto-motivazionali. I partecipanti hanno preso parte ad un gioco online e il loro punteggi venivano monitorati e confrontati. Altre abilità analizzate sono state l’immaginazione (visualizzarsi nella situazione futura) e il pensiero ipotetico (pianificazione del tipo “se…poi”).
Coloro che dicevano a se stessi frasi quali “posso migliorare il mio punteggio“, “la prossima volta farò meglio” hanno effettivamente conseguito risultati più alti rispetto a coloro i quali adottavano le altre strategie.

Posta in questi termini, la questione rischia di essere banalizzata.
Voglio ribadire (come speso faccio con i miei giovani pazienti!) che non si può pensare di superare un esame senza aprire il libro, né vincere una gara senza allenamento. Il self-talk non è una bacchetta magica che fa scendere su di noi la scienza infusa. Nell’avvicinarci a una prova non possiamo prescindere da impegno, dedizione e costanza. La motivazione ha bisogno di solide basi.
In quest’ottica il self-talk assume il ruolo di supporter interno: se non siamo i primi tifosi di noi stessi, perché dovrebbero esserlo gli altri?!