Il paradosso dei buoni propositi

Anno nuovo, vita nuova.
Quanti di voi sono stati tentati e hanno stilato la famosa lista dei buoni propositi? Mangiare sano, iscriversi in palestra, riordinare casa più spesso, etc etc.
Non che io ne sia immune, anzi: stilo continuamente questo genere di elenchi e puntualmente rimangono sulla carta.

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Photo by NordWood Themes on Unsplash

Al contrario di ciò che comunemente pensiamo, il problema non è (solo) la forza di volontà. Diciamocela tutta, spesso in queste liste inseriamo obiettivi quasi dettati da un automatismo, spesso irrealistici. Come si suol dire, ce la cantiamo e ce la suoniamo.

Personalmente, per questo 2019 ho decido di abbandonare questa visione per abbracciarne un’altra più pratica. Ho deciso di scegliere delle macro aree, dividerle in sotto obiettivi  realistici e cercarli di raggiungerli uno alla volta.
Cercherò di spiegarmi meglio con un esempio lavorativo pratico. Gli scorsi anni di questi tempi buttavo giù una lista della frequenza e dei portali su cui volevo scrivere articoli divulgativi di psicologia, oltre all’aggiornamento di questo blog. Non era nemmeno finito gennaio che già mi rendevo conto che la cosa non era fattibile né in termini di tempo né ( soprattutto) in termini di qualità dei contenuti. Ho capito che per scrivere bene ho bisogno di raccogliere le idee e che la scelta del portale più idoneo avverrà per me ad articolo concluso, valutando di volta in volta la strategie più opportuna. L’unico impegno settimanale che mi prefiggo continuerà ad essere PsicoLinee!

Credo che la medesima strategia si possa applicare ad altre situazioni; prendiamo ad esempio la famosa affermazione “andrò due volte alla settimana in palestra“. Si tratta di un grande classico dei buoni propositi per l’anno nuovo, tant’è che a gennaio le palestre si riempono di iscritti che puntualmente disertano il mese successivo! Questo perché molti si sentono “in dovere” di curare la forma fisica senza domandarsi se è ciò che realmente desiderano e con quali modalità e tempi. Ad esempio, qualcuno potrebbe scoprire che gli è più congeniale concedersi una bella passeggiata al parco, oppure iscriversi a un corso di yoga, in piscina,…

Il mio consiglio è porsi questa serie di domande:

  • è quello che voglio veramente o sento di doverlo fare?
  • quale risultato voglio ottenere?
  • è concretamente realizzabile?
  • è possibile scomporlo in micro obiettivi?

Il tutto tenendo conto che la vita è fatta di imprevisti: ogni buon piano contempla le varianti B, C, D…

Se tra i tuoi buoni propositi del 2019 c’è quello di rivolgerti a uno psicologo, puoi chiedermi ulteriori informazioni e/o fissare un colloquio ( in studio a Torino o, a seconda dei casi, in videoconsulenza), contattandomi tramite questa pagina

 

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I 7 nemici della felicità – 7 : la mortificazione della propria felicità

Ben ritrovati e buon 2019!
Con questo post concludiamo la rassegna dedicata ai 7 nemici della felicità, partendo dal una vignetta di Charlie Brown, famoso personaggio dei Peanuts di Charles Schulz:

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Queste poche battute rappresentano in pieno l’essenza della mortificazione della propria felicità. Charlie ha notoriamente paura di essere felice perché dopo qualcosa di positivo arriverà inevitabilmente un evento negativo; la felicità avrà sicuramente il suo prezzo da pagare…Questo timore è ciò che risulta bloccante per molte persone, come una zavorra che impedisce a una mongolfiera di librarsi in cielo. Meglio una nota e consolidata tristezza che un’innovativa e sconosciuta felicità.

Spesso ricordo – a costo di suonare retorica!- che già il solo fatto di svegliarci dopo aver dormito con un tetto sulla testa, alzarci e avere la disponibilità di cibo e acqua potabile dovrebbe renderci felici. Il nostro Charlie Brown ha intorno a sé una famiglia che lo ama (Snoopy incluso), amici e un certo benessere economico che gli permette di andare a scuola, vestirsi, lavarsi, alimentarsi…

Quando non siamo grati per ciò che abbiamo stiamo mortificando la nostra felicità. La sviliamo, rendendola un accessorio di serie B, qualcosa da appoggiare in un angolo e dimenticare subito dopo.

Quando è stata l’ultima volta che hai espresso gratitudine per uno o più aspetti della tua vita? Prendi un quaderno e ogni sera scrivi almeno 3 cose per cui sei grato/a nella tua vita; ripeti questa operazione per 10 giorni e se ti va, commenta qui sotto ( o in privato) come ti senti sentito/a.

Come detto all’inizio della serie, non ho ben chiara una definizione oggettiva di felicità, ammesso che esista. Ognuno in cuor suo ne ha una che gli risuona un po’ di più delle altre ed è giusto che rimanga personale. Ho individuato 7 macro categorie di nemici ma sicuramente potremmo aggiungerne altre: sarò ben lieta di leggere i vostri consigli.

Per chiedermi ulteriori informazioni e/o fissare un colloquio ( in studio a Torino o, a seconda dei casi, in videoconsulenza), puoi contattarmi tramite questa pagina

Avere uno scopo nella vita aiuta a vivere (e dormire) meglio

Nei periodi in cui siamo maggiormente stressati, disorientati e pensierosi, la qualità del sonno tende a peggiorare: per qualcuno si tratterà di insonnia, per altri di sonno disturbato da frequenti risvegli, altri ancora faranno incubi per cui si risveglieranno più stanchi di prima (per alcuni suggerimenti su come addormentarsi meglio vi rimando a un precedente articolo)

Parafrasando un celebre personaggio della televisione italiana, potremmo viceversa affermare che i sogni aiutino a vivere e a dormire meglio. Infatti, secondo quanto emerso da una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Sleep science and practice , avere uno scopo nella vita agevolerebbe la qualità del sonno. In particolare, nello studio sono emersi miglioramenti in coloro che soffrivano di insonnia.

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Photo by Willian Justen de Vasconcellos on Unsplash

Avere un obiettivo ci rende entusiasti, indipendentemente dal suo valore oggettivo. I  traguardi che ci prefissiamo, siano essi “grandi” o “piccoli”, ci fanno sentire vivi, focalizzati, energici. Possono riguardare l’ambito personale, lavorativo, familiare, relazionale,… l’importante è che abbiano per noi stessi un significato. Si tratta di avere una luce guida, una stella polare.

Spesso mi sento dire che non è così immediato trovare uno scopo nella vita: alcune persone, specie nei momenti di maggior sofferenza, mi dicono che la loro intera esistenza appare priva di senso. In questi casi il mio consiglio è di partire da un obiettivo, anche piccolo, della quotidianità e che magari era stato accantonato in precedenza, come ad esempio:

  • riprendere o cominciare un nuovo hobby: leggere, scrivere, cucinare, disegnare, scattare fotografie, coltivare una pianta,… l’importante è che si tratti di un’attività che generi  in noi gioia nel momento in cui la eseguiamo, indipendentemente dalla performance raggiunta. Dipingere con gli acquerelli vi fa sentire felici anche il risultato è esteticamente brutto? Avete un manoscritto che non vedrà mai la luce fuori dal cassetto del vostro comodino? Riprendete queste attività e immergetevi nelle emozioni positive che vi fanno provare.
  • avere cura di sé: a chi è già in terapia, ricordo che questa scelta rappresenta una pietra miliare in questa categoria e che il resto verrà quasi in automatico! Molte persone, soprattutto donne, mi dicono di vergognarsi anche solo a pensare di mettersi lo smalto alle unghie in un momento di così tale sconforto. Invece è proprio nei momenti peggiori che dobbiamo imparare ad amarci e a volerci bene, mentalmente, spiritualmente e fisicamente, quindi ben venga la cura del proprio aspetto: un nuovo taglio di capelli, un bagno caldo e profumato a casa, un vestito colorato,…
  • riscoprire la socialità offline: in un’epoca in cui ci basta un clic per contattare tutto il mondo, molte persone rinunciano a interazioni sociali reali perché non hanno persone disponibili oltre lo schermo. Sono tutte quelle situazioni in cui pensiamo: “c’è questo concerto/spettacolo/mostra interessante ma non trovo nessuno che voglia venire con me…”. Se è pur vero che non possiamo pretendere di avere sempre qualcuno con i nostri stessi identici gusti, è importante imparare a fare ciò che ci piace, senza il timore di essere giudicati perché ci rechiamo da soli a un evento. C’è la presentazione di un libro interessante? Partecipate, potrebbe essere un ottimo contesto in cui incontrare persone nuove, unite dalla vostra stessa passione.

Man mano che la nostra vita si riempe di questi micro-obiettivi, possiamo (ri)cominciare a ragionare anche in termini di macro-obiettivi , cioè quei progetti più a lungo termine e che richiedono maggiore investimento emotivo, temporale e anche di risorse. Rientrano in questo gruppo l’inizio di un nuovo percorso di studi, la ricerca di lavoro, l’acquisto di una casa etc.
Per individuare il nostro scopo nella vita dobbiamo prima farci alcune domande:

  • che cosa mi appassiona?
  • che cosa mi da energia?
  • quali sacrifici sono disposto/a a fare per raggiungere il mio scopo?
  • a quali risultati (realistici) voglio aspirare?

Una volta delineato il nostro obiettivo, sarà importante crearci una rete di sostegno, cioè l’insieme di quelle persone che hanno fiducia in noi e ci sosteranno nel nostro cammino, anche dicendoci cose che non vorremmo sentire ma di cui abbiamo bisogno.
Altra categoria di persone importanti sono gli ispiratori, ovvero coloro che prima di noi hanno raggiunto un obiettivo simile e che possiamo prendere come esempio (che non vuol dire copiare in maniera acritica!), anche se non li conosciamo in maniera diretta.

Bene, il mio obiettivo di oggi era scrivere questo articolo e sistematizzare un insieme di pensieri che aspettavano di trovare una sistemazione. E chissà che queste parole non abbiano innescato una piccola scintilla a voi che leggete: attendo i commenti con i vostri micro/macro obiettivi! 🙂

Sei in una fase di indecisione della tua vita? Senti la necessità di un cambiamento? Puoi prenotare un colloquio presso il mio studio telefonando al numero 3454551671 o compilando questo modulo.

Benessere e creatività: una spirale di energia positiva

Quando intraprendiamo un’attività creativa, una delle motivazioni principali è che ci fa stare bene. Che si tratti di suonare, cucinare, ricamare, dipingere…spesso ciò che ci interessa realmente non è tanto la qualità del risultato, quanto più le sensazioni positive innescate da queste azioni.

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A stabilirlo in maniera più scientifica ci ha pensato una ricerca del Dipartimento di Psicologia dell’ Università di Otago  ( Nuova Zelanda)  che ha coinvolto 658 studenti universitari. Ai partecipanti è stato chiesto di compilare un diario della durata di 13 giorni in cui registrare esperienze ed emozioni.
I ricercatori hanno riscontrato che gli studenti si sentivano più entusiasti del solito nei giorni successivi a esperienze creative. Questa condizione è stata definita flourishing , cioè un “rifiorimento” che permette di funzionare in maniera positiva, sviluppandosi al meglio delle proprie possibilità.
Le attività svolte erano di vario tipo: comporre canzoni, scrittura creativa, lavoro a maglia e all’uncinetto, cucinare, dipingere, colorare, composizione grafica, suonare,…

La dottoressa Tamlin Conner, coordinatrice di questo studio, sottolinea come già in letteratura ci sia una certa evidenza sui collegamenti tra emozioni e creatività. In questo caso si è riscontrato che non sono tanto le emozioni positive ad aumentare la creatività, bensì sarebbe l’esperienza creativa ad incrementare il benessere dei giorni successivi. Si tratta di un insieme di gioia, felicità, coinvolgimento, eccitazione ed entusiasmo. Ovviamente un simile stato d’animo può predisporre a un incremento di creatività, anche se, come abbiamo visto, il legame non è diretto: per questo i ricercatori parlano di “spirale” del benessere e della creatività.

Quali sono le attività che vi fanno stare meglio? 
Quali sensazioni positive sperimentate successivamente?
…Se vi va, rispondete con un commento qui sotto!

La nuova equazione della felicità: l’importanza delle sorti altrui

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Che cos’è la felicità?

Nel 2014 un gruppo di ricercatori dell’ University College di Londra aveva cercato di misurarla matematicamente, formulando l’ equazione della felicità . La formula ottenuta evidenziava  il ruolo delle aspettative.
Questa ricerca è stata portata avanti e i risultati aggiornati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Nature Communication: a influenzare la nostra felicità è anche la percezione di eventuali disuguaglianze tra le persone che ci circondano.

Lo studio ha coinvolto 47 partecipanti che non si conoscevano prima di allora e che sono stati suddivisi in piccoli gruppi. Ogni gruppetto doveva portare a termine una serie di compiti: in uno di questi veniva richiesta la disponibilità a dividere una piccola somma di denaro  in maniera anonima con un altro partecipante; in un altro era prevista una piccola scommessa monetaria dove veniva comunicato sia il risultato proprio che quello dell’altro partecipante. Quindi ciascuno sapeva quanto aveva vinto o perso per sé e quanto aveva vinto o perso l’altro. Nel corso dell’esperimento veniva “misurato” a intervalli regolari il livello di felicità.

I risultati hanno mostrato che la generosità non dipendeva tanto dalle preferenze verso una persona quanto a caratteristiche proprie di personalità. Coloro la cui felicità era influenzata dalle avverse sorti altrui tendevano a essere  più generosi, donando circa il 30% del denaro. Al contrario, chi era meno felice quando otteneva meno degli altri donava solo il 10%. Gli autori ipotizzano che questi risultati possano essere correlati rispettivamente a senso di colpa e a invidia.

I nostri risultati suggeriscono che la generosità verso gli estranei è legata a quanto la nostra felicità risente dalle ineguaglianze che sperimentiamo nella nostra vita quotidiana. – dichiara Archy de Berker  dell’UCL Institute of Neurology- ” Questa è la prima volta che la generosità delle persone viene collegata direttamente a come la disuguaglianza influenza la loro felicità. Gli economisti hanno auto difficoltà a spiegare perché alcune persone sono più generose di altre e il nostro esperimento fornisce una spiegazione.

La nuova formula della felicità:
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La prima riga era stata precedentemente formulata e contemplava le tre variabili (w):aspettative, riconoscimenti attuali e risultati passati. La seconda riga aggiunge le due variabili legate a senso di colpa e invidia nei casi di disuguaglianza.

Un ulteriore evoluzione di questa ricerca, concludono gli autori, potrebbe essere un utilizzo del compito per misurare l’empatia ed aumentare quindi la conoscenza scientifica riguardo ai disturbi di personalità in cui sembra essercene un deficit, come ad esempio il disturbo borderline.