Abbi cura di te

C’è una formula di saluto, che ho notato soprattutto nella corrispondenza scritta con persone statunitensi, che mi ha sempre colpita: “Take care (of you)“, cioè abbi cura di te.
Se il più delle volte può suonare come un cortese automatismo, trovo queste parole molto evocative di qualcosa che spesso dimentichiamo di fare. Siamo di corsa, abbiamo altre priorità, gli altri vengono prima… Quando è stata l’ultima volta che hai avuto cura di te?

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Ci si può prendere cura di sé in tanti modi:

Corpo
L’igiene personale, non a caso, è uno dei principali indicatori dello stato di salute dell’individuo. Il corpo non è semplicemente un involucro; è la nostra presenza nel mondo, lo “strumento” con cui ci muoviamo e interagiamo con altre persone. Curarsene significa imparare ad ascoltarlo, non forzarlo, trovare il tempo e le energie per ricaricarlo, adottare uno stile di vita sano.

Mente
Spesso si usa l’espressione “nutrire la mente“: cos’è l’alimentazione se non uno dei primissimi atti di cura materna?
Esistono tante attività per prendersi cura della propria mente, molte talmente a portata di mano che quasi non ce ne accorgiamo, a prescindere da livello di istruzione conseguito. Leggere un libro o una rivista, giocare con un’app, imparare una parola nuova, praticare un’attività manuale…sono tutti piccoli gesti di cura quotidiana.

Spirito
Non è necessario essere religiosi per avvertire in sé uno spazio di spiritualità. Si tratta di una dimensione fatta di ricerca di sé, di esperienza, di connessione. Ci si può prendere cura del proprio spirito immergendosi nella natura, trascorrendo del tempo con persone con cui stiamo bene, vivendo opportunità di crescita, visitando un posto nuovo

Infine…quando è stata l’ultima volta che hai detto a una persona “abbi cura di te”?

Intraprendere un percorso di psicoterapia è uno dei gesti più profondi di cura di sé: puoi prendere un appuntamento presso il mio Studio di Torino telefonando al numero 3454551671 o scrivendo un messaggio attraverso i recapiti presenti in questa pagina.

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Musica e cervello: il caso di Sting

Vi siete mai chiesti in che modo avvenga la rappresentazione spaziale della musica a livello cerebrale? Potrete trovare alcune risposte nel cervello di…Sting!
Il famoso musicista si è infatti prestato come “cavia” per lo studio pubblicato  su Neurocase a cura di Daniel Levitin, psicologo cognitivista della McGill University. Nel corso di questa ricerca il suo cervello è stato scansionato con le tecniche più recenti, evidenziando le connessioni tra i diversi aspetti della musica.

Sting aveva già letto alcuni precedenti lavori di Levitin e così, durante un tour in Canada, lo ha contattato tramite i suoi agenti per chiedergli di incontrarlo e parlare delle sue scoperte. Il ricercatore lo ha invitato nel suo studio e in quell’occasione gli ha proposto di partecipare attivamente ai suoi studi.
Nello studio in questione, Levitin  ha fatto squadra con Scott Grafton, esperto di tecniche  di scansione cerebrali presso la California University di Santa Barbara. L’obiettivo dello studio era individuare su quali basi il cervello si attivasse in maniera simile durante l’ascolto di pezzi diversi. Si è notato che la similarità non risiede nel genere musicale o nei testi, bensì nella composizione. Il cervello di Sting infatti si è attivato in maniera simile per due pezzi di generi completamente diversi: Libertango di Astor Piazzolla e Girl dei Beatles, entrambi composti in minore e con motivi simili.

Secondo gli autori, questi risultati possono fare da apripista per ulteriori applicazioni. Ad esempio, si potrebbe indagare come gli atleti organizzano i loro pensieri sui movimenti del corpo, gli scrittori i loro pensieri sui personaggi e come i pittori pensano forme, spazio e colori.

Per ulteriori approfondimenti vi rimando al testo integrale dello studio, consultabile gratuitamente.

Caro Ministro Le scrivo

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Caro Ministro (o preferisce Ministra? ) Lorenzin,
in queste ore il Suo nome è sulla bocca e sulla tastiera di tutti, ancor più di quando disse che il suo apparecchio ortodontico le forniva i titoli per giungere ai vertici della Sanità italiana.
Le dirò, ero combattuta se scriverle o meno visto che già in tanti le si sono rivolte dai fronti più disparati. La decisione è giunta dopo un’intera giornata di riflessione e ponderazione.
La campagna #fertilityday promossa dal Suo dicastero è di una lungimiranza tale da non poter essere ignorata. Immagino se lo sia detto anche Lei stessa, rimirando l’anteprima delle locandine accuratamente predisposte per l’evento.
A Lei e al Suo staff va il merito di essere riusciti a riunire in un solo hashtag una serie di arzigogolati concetti:

  • Le donne sono come le uova: passata la data di scadenza, ciao ciao;
  • La loro principale aspirazione è essere madri; se così non è hanno qualche rotellina fuori posto;
  • L’utero è res publica;
  • Le giovani creative non sono le ragazze che cercano di sbarcare il lunario inventandosi nuovi lavori e start-up, bensì coloro che figliano;
  • Le donne che non possono avere figli non sono utili alla Patria.
  • Il solstizio d’Autunno si festeggia procreando: nemmeno i pr più scafati avrebbero osato tanto.

 

Come Le dicevo poc’anzi, in molti hanno commentato la Sua iniziativa. Pareri più o meno tecnici o illustri, tra cui molti miei colleghi psicologi.
Oggi non Le scrivo in quanto psicoterapeuta, lungi da me voler ostentare i miei pezzi di carta.
Mi rivolgo a Lei come donna.
Suppongo che un bel giorno si sia svegliata con la voglia di leggere gli ultimi dati sulla natalità italiana, abbia visto un calo e si sia spaventata. Dopo i primi soccorsi, immagino abbia ripreso i sensi e si sia spremuta le meningi domandandosi cosa fare per risollevare le patrie sorti. Previa consultazione con i Suoi fidati collaboratori, ecco giungere l’ideona: Il Giorno della Fertilità! Messo così suonava un po’ troppo rito-sciamanico-ancestrale e allora ben vengano tag, cancelletti e cinguettii.

Caro Ministro, meno male che ci ha avvisate in tempo del pericolo.
Noi povere donne pensavamo che i veri problemi fossero la disoccupazione, la ricerca di stabilità affettiva, la salute e tutte quelle robine lì. Abbia pazienza, ma ce lo fanno credere ogni giorno durante i colloqui di lavoro: pare che persino l’anticamera dell’idea di diventare madri sia vista come ostativa all’impiego. Ci hanno anche fatto credere che la scelta della maternità debba essere faccenda privata, così ci impediscono di servire il nostro Stato (questa non mi suona completamente nuova…).

La Sua campagna farà senz’altro dell’Italia un mondo migliore dove vivere, concepire e partorire: sentitamente La ringrazio.