Gestire l’ansia post-quarantena

In un post di qualche settimana fa avevamo parlato della Sindrome della capanna, cioè quell’insieme di ansia e disorientamento che alcune persone hanno provato ( e provano tuttora) all’idea di potere e dovere nuovamente uscire di casa.

Ho ritenuto fosse il caso di tornare sull’argomento per due ordini di motivazioni:

  • mi è stato chiesto – in ambito lavorativo e amicale – come affrontare nella pratica questo problema;
  • l’ansia non riguarda solo l’uscita dalla “capanna” ma anche ambiti più estesi ( es. paura del futuro a lungo termine.

Dottoressa, mi piacerebbe tanto tornare da lei in studio ma preferirei vederci ancora in videochiamata“, ” Mi piacerebbe tanto prendere un caffè al bar ma vado in palla solo all’idea” , ” Alla fine stare in casa non è poi così male” ,… parliamone.

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Una “nuova” normalità
Se ne parla tanto , va bene, ma credo sia la miglior definizione che possiamo adottare. Saremmo ingenui a fingere che sia tutto come prima, e stolti nell’ignorare ciò che è tuttora in corso. Abbiamo bisogno di ricreare abitudini – al cervello piace avere degli schemi con cui orientarsi – alla luce di questa attualità. Ci sono attività che non possiamo svolgere come prima. Ad esempio, nei colloqui in studio sia io che il paziente dobbiamo indossare la mascherina e osservare il distanziamento: questa norma ci fa “perdere” una serie di espressioni facciali ma ci fa “guadagnare” in sicurezza reciproca e ci consente di svolgere il nostro lavoro in presenza.

Focus sul presente
Nessuno di noi, nemmeno gli esperti, possiede elementi a sufficienza per fare previsioni sul futuro: perché sprecare energie cognitive ed emotive per prefigurarsi scenari che potrebbero non verificarsi mai? Quando ti accorgi di ruminare su questo genere di pensieri, cerca di distoglierti tornando al qui ed ora. Dedicati a un passatempo, all’attività sportiva o a pratiche di meditazione e yoga: ti aiuteranno a focalizzarti sul presente e non far galoppare la mente in un futuro remoto.

Atteggiamenti proattivi, un passo per volta
L’ansia ha un grosso carburante che si chiama immobilità. Più rimani fermo, più hai paura di muoverti: è un circolo vizioso.
Stila una lista di attività che desideri riprendere ( in condizioni di sicurezza), ordinandole per livello di difficoltà “emotiva”. Evita la trappola del tutto e subito: privilegia la gradualità.


Allontanati dalle energie negative
In contesti reali o virtuali può capitare di finire coinvolti in conversazioni e dibattiti sul nostro futuro, su un’eventuale seconda ondata del covid-19 , su numeri e aggiornamenti vari…spesso con toni foschi e ansiogeni.
Nessuno ti obbliga a prendere parte in questi contesti: in maniera cordiale ma assertiva al tempo stesso puoi dire che desideri cambiare argomento.

Chiedi aiuto
L’ansia non è una scelta, né un capriccio. Se diventa pervasiva della tua quotidianità e ti impedisce di vivere la vita che vorresti, considera l’idea di chiedere un aiuto specialistico contattandomi attraverso i recapiti presenti in questa pagina. Potrai scegliere liberamente se prendere un appuntamento in Studio o da remoto.

2 colleghe, 1 videochiamata e 3 riflessioni sulla psicoterapia in pandemia

Qualche giorno fa sono stata contattata dall’amica e collega Michela Roccello , anche lei autrice di un blog che si intitola Redazioni Terapeutiche. Mi ha proposto di intervistarci a vicenda e di dialogare insieme sull’impatto che la pandemia ha e avrà sul nostro lavoro. Trovate l’intervista a questo indirizzo.

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Photo by Pavan Trikutam on Unsplash

Come spesso accade, una chiacchierata con un collega mette in moto una serie di riflessioni, soprattutto se alla base ci sono già stima e rispetto reciproci. Ahimè spesso nelle libere professioni si fa fatica a concedersi momenti di questo tipo, un po’ per la mancanza di tempo e un po’ perché si vive in una dimensione settoriale e ripiegata su se stessa.

Il 2020 sarà l’anno degli psicologi?
Ho letto questa affermazione in un paio di meme spiritosi , insieme ad altri riferiti agli avvocati divorzisti. Ci sarà più bisogno di noi? Credo sarà probabile; non significa però che avremo un’impennata di richieste, a mio avviso.
La domanda di  psicoterapia passa per una presa di consapevolezza ( ho bisogno di aiuto perché…) alla quale segue l’atto pratico di contattare un professionista: servono tempo, denaro e energie da investire. Come potranno chiedere aiuto coloro i quali hanno perso il lavoro e/o attendono un sostegno economico? Dove troverà il tempo per recarsi in studio una donna e mamma lavoratrice in smartworking con i figli a casa da scuola?
Per quanto siano lodevoli, trovo poco efficaci le iniziative gratuite : questa pandemia dovrebbe averci insegnato a pensare a una sanità efficace ed efficiente sul lungo periodo, non ad un sistema che si improvvisa sulla spinta dell’emergenza. Ti offro un colloquio gratis, e poi? La salute non si cura con le offerte promozionali.

Le nuove tecnologie
Il setting terapeutico si è arricchito in questi mesi di una prospettiva digitale: abbiamo continuato le sedute tramite telefono e videochiamate di vario tipo. Abbiamo installato app, combattendo contro i disguidi tecnici e i rallentamenti di linea. Quella che prima era un’ eccezione riservata a coloro i quali non potevano materialmente recarsi in studio ( italiani all’estero, trasfertisti, studenti fuorisede di rientro) è diventata la normalità.
Dovendo rispettare il distanziamento fisico tutte queste opzioni si sono rivelate utilissime: ovviamente non possono sostituire in pieno ciò che avviene nella stanza di terapia. Ad esempio, viene a mancare una parte di comportamento non verbale e anche il contatto oculare è mediato da un occhio tecnologico. Esistono dei tempi tecnici per cui la voce può arrivare in ritardo o leggermente deformata.
Continuerò a usare queste opportunità, ritenendole un complemento e non un’alternativa alla seduta classica.

I doni della pandemia
Michela, con un’arguta domanda, mi ha fatto pensare ai vantaggi derivanti dal lockdown. Non per tutti infatti si è trattato di un evento negativo: per alcuni è stata una vera e propria opportunità per continuare a procrastinare  o tornare alle care vecchie abitudini. Certo, l’attuazione primal’allentamento poi delle misure di distanziamento può aver causato un aumento dei livelli di ansia; restando a un livello più ampio però quanti di noi hanno lasciato qualcosa in sospeso con l’alibi della pandemia? In cuor nostro, quanto siamo stati sollevati all’idea di non poter fare una determinata cosa?
E ancora: che cosa abbiamo scoperto restando a casa per tutto questo tempo?

Grazie ancora a Michela ( e al suo gatto) per questa interessantissima intervista!

Contattami per un colloquio: puoi scegliere liberamente se svolgerlo da remoto ( telefonata, videoconsulenza,..) o se recarti presso il mio Studio, nel pieno rispetto delle norme igienico-sanitarie vigenti. Per informazioni e/o prenotazioni puoi contattarmi attraverso i recapiti presenti in questa pagina.

 

Che cos’è la sindrome della capanna

L’avvio della fase 2 del lockdown ha significato per molti di noi una graduale ripresa delle attività: pensiamo agli uffici che hanno ripreso con il lavoro in presenza o alle fabbriche che hanno riavviato la produzione. Possiamo vederci ( seppur mantenendo le precauzioni del caso) con i nostri “congiunti” e svolgere attività fisica oltre i 200 metri; in alcune regioni si può passeggiare sul lungomare, in altre andare per funghi.

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Photo by Dimitry B on Unsplash

Eppure non per tutti questa novità è stata accolta con sollievo, anzi. Qualcuno sta sperimentando un’intensa sensazione di angoscia all’idea di poter uscire con meno restrizioni , insieme a vissuti di ansia e smarrimento. Cosa sta succedendo?
Una possibile ipotesi è quella proposta da Timanfaya Hernández del Collegio Ufficiale degli Psicologi di Madrid: “Stiamo percependo un numero maggiore di persone in difficoltà all’idea di uscire di nuovo. Abbiamo stabilito un perimetro di sicurezza e ora dobbiamo abbandonarlo in un clima di incertezza… Viviamo nella società del fare: fare sempre cose, produrre sempre.” ( Fonte: El Pais). Saremmo dunque di fronte alla Sindrome della capanna  ( o del prigioniero) : coniata ai primi del ‘900, definiva la condizione di disadattamento delle popolazioni dell’estremo Nord America. Durante i mesi invernali infatti la rigidità del clima imponeva a costoro un vero e proprio isolamento nelle proprie case ( o capanne, appunto) ; al sopraggiungere della bella stagione venivano colti da disorientamento e paura all’idea di potersi nuovamente interfacciare con l’ambiente esterno.

In letteratura non esiste una casistica tale per una vera e propria diagnosi in senso tecnico. Possiamo comunque prendere spunto da questa definizione per cercare di capire meglio cosa stia succedendo in chi in questi giorni riferisce un vissuto di malessere all’idea di dover/potere nuovamente uscire di casa.

Ci è stato descritto un “fuori” fonte di pericoli, tant’è che siamo rimasti nel “dentro” per la sicurezza nostra e altrui. Allo stesso modo, anche la socialità rappresenta un fattore cruciale per la diffusione del virus. La nostra quotidianità è stata stravolta: abbiamo capito quante piccole-grandi cose davamo per scontate, come un caffè al bar con un amico.

La fase 2 rappresenta una prima tappa nella direzione della riapertura. Non è – e nemmeno sarà – come prima. La nostra vita frenetica ha dovuto tirare bruscamente il freno a mano e riprendere la marcia non è così scontato. Proprio come accade dopo uno spavento automobilistico, rimettersi in moto può presentare qualche difficoltà: spavento, paura, smarrimento o rabbia. Ci siamo (ri)scoperti vulnerabili e insicuri.

Come tenere a bada tutte queste emozioni? Innanzitutto, accettandole nella loro dignità di esistenza. Siamo esseri umani e abbiamo tutto il diritto di provarle; rifuggiamo dal cliché che ci vorrebbe sempre pimpanti e pronti a tutto.
Facciamo un passo alla volta, letteralmente, come se fosse una riabilitazione emotiva. Trasformiamo la paura in senso di responsabilità, ricominciamo a uscire pian piano seguendo le direttive igienico-sanitarie. Una buona strategia può essere quella di incrementare la distanza percorsa ad ogni uscita per riabituarsi gradualmente al mondo esterno e alle emozioni del “fuori”.

Questi periodo di isolamento ti ha psicologicamente affaticato e vorresti un supporto? Senti che l’ansia del “fuori” potrebbe sovrastarti? Contattami per un colloquio: puoi scegliere liberamente se svolgerlo da remoto ( telefonata, videoconsulenza,..) o se recarti presso il mio Studio, nel pieno rispetto delle norme igienico-sanitarie vigenti. Per informazioni e/o prenotazioni puoi contattarmi attraverso i recapiti presenti in questa pagina.

 

 

7 motivi che rendono le videochiamate stressanti

Tra smart working, teledidattica o semplici chiaccherate, si sta moltiplicando il nostro utilizzo di app e piattaforme di videoconferenza: Zoom, Hangout, WhatsApp, Skype, … SI tratta di mezzi utili ad accorciare virtualmente le distanze ma  per alcuni possono rappresentare una grande fonte di stress. Vediamo insieme alcune possibili spiegazioni, attraverso una delle mie tanto amate liste 🙂

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Gli umani non sono gli unici alle prese con lo smart working…

1.Siamo insieme virtualmente ma distanti fisicamente

Unire un gruppo di persone su uno schermo  non è come radunarle nella medesima stanza. Ci si trova mentalmente in un posto ma fisicamente in un altro, ciascuno per conto proprio. In alcune circostanze questo scollamento può risultare emotivamente difficile, pensiamo ad esempio a una maestra e ai suoi piccoli alunni o a un gruppo di colleghi abituati a vedersi tutti i giorni e a condividere piccoli rituali come la pausa caffè.

2. La tecnologia ci mette del suo ( non sempre in meglio)

Ebbene sì, siamo nel 2020 ma la tecnologia non funziona sempre come vorremmo. Soprattutto nelle fasce orarie di maggior saturazione delle reti telematiche, è esperienza comune e diffusa avvertire rallentamenti o blocchi di voce/immagine durante la videochiamata. Può capitare a noi o ai nostri interlocutori; se succede più volte diventa estremamente frustrante portare avanti una conversazione. Inoltre, non tutti hanno a disposizione connessioni e supporti idonei, tant’è che in questi giorni si sta dibattendo sulla scuola in teledidattica come ulteriore marcatore della divisione tra classi sociali più o meno abbienti.

3. Ci sentiamo osservati

Collegarsi da casa significa rivelare una parte di sé agli interlocutori: è il nostro habitat e non tutti abbiamo il piacere di condividerlo. Provare imbarazzo nel mostrare una piccola porzione di casa è legittimo, soprattutto se siamo connessi con persone semisconosciute ( es. un collega di un’altra sede) o delle quali temiamo un giudizio ( es. professore universitario durante un esame); non si ha tempo o voglia di ordinare tutto accuratamente e ci si preoccupa di ciò che si vede nell’inquadratura. C’è chi rimedia ponendo un telo bianco ( lenzuolo) alle sue spalle, chi utilizza la funzione di offuscamento/sostituzione dello sfondo.

4. La gestione delle pause e dei silenzi

Nel corso di una conversazione di gruppo le pause sono la norma: accade dal vivo, perché non dovrebbe essere lo stesso online? La differenza sta nel significato che viene attribuito al silenzio in questa seconda circostanza. Un eventuale moderatore potrebbe avere la funzione di assegnare dei turni di parola e smistare gli interventi, riducendo i tempi morti. Online diventa più difficile perché il silenzio potrebbe essere dovuto a un problema tecnico, a un rallentamento della comunicazione o semplicemente a un momento di imbarazzo.

5. La fatica fisica

Stare seduti davanti a un pc per molte ore non è proprio il massimo. Una postura errata può provocare a lungo andare dolori ( es. mal di schiena, cervicalgia,..) e gli occhi si affaticano a forza di fissare lo schermo. Anche se non si dispone in casa di una postazione ergonomica è importante stare seduti correttamente.

6. La complessità della comunicazione

Durante una conversazione mettiamo insieme più elementi, verbali e non . Nel formato virtuale abbiamo una voce che può arrivare più o meno distorta e una gestualità limitata dall’inquadratura; il contatto oculare inoltre è mediato dalla webcam: se guardiamo l’obiettivo non guardiamo gli occhi del nostro interlocutore e viceversa.

7. Non sempre abbiamo voglia

Chi ha detto che solo le videochiamate di lavoro possono risultare stressanti? Anche vedersi online con amici e parenti può essere altrettanto faticoso. Se nel primo caso abbiamo un obbligo di tipo “istituzionale”, a volte accettiamo di partecipare all’ennesimo aperitivo su Zoom solo per non dare un dispiacere agli altri. Il senso di colpa ci dice: coraggio, hai sopportato per 4 ore il tuo capo in video, perché non dovresti voler vedere i tuoi amici? In realtà abbiamo tutto il diritto di declinare l’invito se non abbiamo voglia, anziché sottoporci all’ennesimo stress della giornata. Chi ci vuol bene capirà.

Per concludere…

Le videochiamate sono molto utili ma come abbiamo visto possono anche essere causa di stress. Proprio per questi motivi sarebbe bene limitarle e partecipare a quelle strettamente necessarie o che ci riempono di emozioni positive. Se vogliamo sentire qualcuno possiamo fare una semplice telefonata, senza doverci per forza vedere in video ( e magari restare comodamente in pigiama e bigodini!). Evitiamo di farci fagocitare dagli schermi, anche televisivi, dedicandoci maggiormente alla cura di noi stessi.

 

Un altro settore che ha visto un trasloco da spazio fisico a online è quello della psicoterapia. Possono esserci alcune delle difficoltà che ho appena elencato, è innegabile. Da parte mia mi sto impegnando a limitarle al minimo, ad esempio tarando la durata delle sedute in modo da non renderle “tecnologicamente stressanti” per il prossimo. Se desideri avere ulteriori informazioni, capire come funziona o prenotare un colloquio  puoi contattarmi ai recapiti presenti in questa pagina.

 

Non riuscire a leggere durante la quarantena

Quanti di voi si erano prefissi di leggere un pila di libri durante questo periodo di distanziamento sociale e si sono resi conto di non riuscirci? Tranquilli, siete in buona compagnia.

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Il tempo a disposizione è solo una delle variabili che entrano in campo quando ci si accinge a immergerci in una lettura ( vecchia o nuova che sia). Quella che molti lamentano in questo periodo è una scarsa concentrazione: le pagine vanno avanti in maniera meccanica e spesso c’è bisogno di riprenderle da capo per capirci qualcosa. Un blocco quasi analogo alla “sindrome da pagina bianca” che attanaglia gli scrittori.

La lettura è un viaggio dell’anima e possiamo partire solo se ben disposti. Adesso ci sentiamo in dovere di compiere svariate attività ogni giorno: desiderio di produttività, confronto social(e), senso del dovere…tutte zavorre che non ci fanno partire. Questo scenario ricorda in parte le assegnazioni di letture a scuola: quanti libri abbiamo mal digerito solo perché imposti?

( Piccola digressione personale: non sono mai riuscita a finire “Il nome della rosa”. Nulla  contro Umberto Eco, anzi. Riconosco il valore di capolavoro mondiale al suo scritto, eppure nella mia storia di studentessa assume un significato totalmente negativo. Una professoressa di Lettere ce ne impose la lettura d’ufficio, essendo il suo libro preferito. Purtroppo questa trasmissione valoriale avvenne con interrogazioni – anche a sorpresa –  su dettagli infinitesimali che richiesero uno studio quasi mnemonico. Ecco, posso affermare di avere odiato quel libro! Nei  successivi 20 anni ho sviluppato una sana indifferenza…chissà, forse un giorno riuscirò a finirlo. )

Il punto è questo: se la lettura deve essere un obbligo, meglio lasciar perdere, a maggior ragione in questo periodo storico. Non abbiamo bisogno di dimostrare niente a nessuno: se non ci va di leggere, stop.

E se invece desiderassi ardentemente leggere?

Giustamente qualcuno potrebbe porre questa obiezione: ho una lista di libri mia, nessuno mi ha imposto nulla eppure non riesco a leggere lo stesso. Cosa sta succedendo?

Stiamo vivendo durante una pandemia e ciò ci “regala” una discreta quota di ansia giornaliera. Siamo in allerta, tesi a captare notizie e segnali; la socialità si è ridotta a comunicazioni virtuali. Chi lavora o studia in modalità “smart” passa molte ore davanti allo schermo e qui se ne va buona parte della concentrazione giornaliera
In definitiva, la nostra anima è troppo appesantita per poter viaggiare sulle ali della fantasia. 

Come tornare alla piacevolezza della lettura? Dubito fortemente che possa esistere una ricetta universale, piuttosto ognuno può trovare la sua mescolando questi ingredienti:

  • l’accettazione di sé, delle proprie paure e delle proprie performance;
  • la pratica di attività quali rilassamento, yoga e meditazione per alleviare il senso di allerta;
  • la libertà di non proseguire un libro se non si riesce, così come quella di cominciarne un altro;
  • diffidare dalle liste di libri ” da leggere” solo perché vanno di moda;
  • lasciarsi ispirare , anche telefonando al proprio libraio di fiducia.

 

Ti ricordo che la mia attività professionale continua anche a distanza. Se vuoi prenotare con me un appuntamento telefonico o tramite videochiamata puoi contattarmi ai recapiti presenti in questa pagina.

L’insonnia in quarantena

Oltrepassato il mese di lockdown in Italia stiamo iniziando a rilevare i primi effetti dell’isolamento sociale anche in termini di ricadute psicologiche. Tra queste , le più marcate al momento riguardano ansia e insonnia.

Non riesco a dormire” è una delle frasi che sento maggiormente ripetere nel corso delle (tele)sedute che sto conducendo in questo periodo. Qualcuno, già alle prese con problemi del sonno, ha rilevato un acuirsi dell’insonnia; per altri invece si tratta di una novità. Da che cosa dipende? Come riuscire a dormire in un momento storico di così forte preoccupazione? Un buon riposo è importante per ristorare il corpo e la mente, ora come non mai.

Le nostre giornate sono state stravolte
Le scuole e le università sono chiuse, si lavora da casa, non possiamo spostarci se non per cause di necessità: le nostre routine giornaliere sono cambiate completamente da un giorno all’altro. In assenza di questi “punti di ancoraggio” è come se non avessimo più un orologio sottomano: rischiamo di perdere la cognizione del tempo.

Chi vive da solo può sentire ancora di più lo stress del distanziamento sociale; chi coabita con familiari, partner o inquilini al contrario può avvertire il peso della mancanza di uno spazio fisico e mentale tutto per sé.

Lavorare o studiare da casa può essere comunque molto faticoso, in virtù della mole di ore passate davanti allo schermo e al telefono. Manca quel distacco fisico e mentale casa-lavoro/scuola per cui si rischia di sentirsi sovrastati, soprattutto per coloro i quali lo smart working ha significato un aumento delle incombenze.

A tutto questo aggiungiamo la carenza di luce naturale, fondamentale per la regolazione dei nostri ritmi sonno-veglia: è ciò che succede quando abbiamo sonnolenza di giorno e difficoltà a dormire durante la notte.

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Photo by Matthew Henry on Unsplash

Linee guida per una buona igiene del sonno

Stabilisci una routine giornaliera

  • Imposta una sveglia mattutina e alzati senza posticiparla;
  • Lavati e vestiti, non restare in pigiama;
  • Cerca di mangiare a ogni giorno alla stessa ora. Evita cibi pesanti e l’assunzione di alcool e caffeina soprattutto nel pomeriggio/sera;
  • Prevedi degli spazi giornalieri in cui dedicarti all’attività fisica nel corso della giornata.Va benissimo anche una blanda attività, senza strafare;
  • Stabilisci un orario serale in cui rilassarti e prepararti ad andare a dormire, indossando il pigiama come se fosse un rituale;
  • Se dopo circa 20 minuti non hai preso sonno, alzati e vai in un’altra stanza. Dedicati a un’attività rilassante ( es. tecniche di respirazione , lettura) e riprova più tardi.

Inoltre:

  • Limita l’utilizzo dei dispositivi elettronici dopo cena: la luce blu emessa dagli schermi è un segnale di “veglia” per il cervello. Puoi filtrarla tramite app e funzionalità apposite; ad ogni modo evita di utilizzare smartphone & co. un’ora prima di andare a dormire.
  • Cerca di far entrare quanta più luce naturale in casa;
  • Crea una connessione mentale tra letto e sonno. La camera da letto dovrebbe restare tale e non diventate una succursale del tuo ufficio o del salotto di casa.
  • Rendi il più possibile confortevole la camera da letto: lenzuola fresche e pulite e comodi cuscini sono un invito ad addormentarsi. Mantieni una temperatura gradevole, avendo cura di cambiare l’aria più volte nella giornata.
  • Desisti dalla tentazione dei sonnellini diurni. Se è vero che un breve sonnellino pomeridiano può essere rilassante, in chi ha problemi di insonnia rischia di essere un ulteriore fonte di sfasamento dei ritmi sonno-veglia.

Se i tuoi problemi di insonnia persistono e stanno peggiorando la tua qualità della vita consultati con uno specialista. Sapevi che esiste un protocollo psicologico ( non farmacologico) per il suo trattamento? Possiamo utilizzarlo anche a distanza:  per ulteriori informazioni  e/o per prenotare un appuntamento telefonico o tramite videochiamata puoi contattarmi ai recapiti presenti in questa pagina.

Se si potesse parlar d’altro

WordPress mi ricorda la lista di bozze che ho in rampa di lancio da qualche tempo. I miei appunti cartacei traboccano di spunti e idee. Eppure , al momento di selezionarne una per farla diventare articolo del blog…ho avuto un blocco. Non quello da “pagina bianca”, bensì qualcosa di nuovo e surreale.

Non so se ho il diritto di parlare d’altro che non sia la pandemia in atto, o se viceversa sia giusto fare il contrario per distrarci un po’ tutti , anche solo per il tempo di una breve lettura. Non so se sia più giusto parlare di ansia in generale o se declinarla al momento storico particolare. Non riesco a comprendere se abbia ancora senso scrivere di un argomento a prescindere da ciò che succede fuori dalla mia finestra. Forse il “fuori” generico è diventato un “dentro” collettivo, condiviso.

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Photo by Volodymyr Hryshchenko on Unsplash

In queste giornate ho imparato una nuova parola: infodemia ( NB, Proporrei di coniare una definizione anche per quel fenomeno per cui, in un sito che vende dolci pasquali come uova e colombe sono anche in vendita gel disinfettanti e mascherine). Nei miei consigli sull’ansia ai tempi del coronavirus  ho dedicato non a caso il primo punto alla disconnessione dal continuo flusso di informazioni. Se ne parla sempre, a qualunque ora, su qualunque mezzo. E quando finalmente spegni la tv o chiudi il pc, ti arriva il solito messaggio su WhatsApp in cui ti annunciano una catastrofe imminente o una cura rivoluzionaria.

Probabilmente noi terapeuti dovremo cambiare il mondo con cui fino ad oggi abbiamo considerato l’ansia e gli altri disturbi; non sapremo ancora cosa succederà. Affronteremo anche questo cambiamento, dopo quello che ci ha visti migrare dallo studio a Skype. Voglio anche stavolta provare a cercare il lato positivo: magari qualcuno che non sarebbe mai andato dallo psicologo si è deciso a fissare un colloquio online, magari rassicurato dalla presenza di uno schermo.

Quando penso a tutto questo, mi rispondo che parlare d’altro non solo è un mio diritto: forse rappresenta anche un mio dovere. Questo blog non rappresenta che una percentuale infinitesimale della rete: una goccia in un oceano virtuale. Ma se con questa goccia posso contribuire a calmare le onde e a rendere l’oceano navigabile, lo farò.

Ti ricordo che la mia attività professionale continua anche a distanza. Se vuoi prenotare con me un appuntamento telefonico o tramite videochiamata puoi contattarmi ai recapiti presenti in questa pagina.

La smania di fare

Ho tanto tempo a disposizione. Potrei approfittarne per imparare a cucinare il pane con quella ricetta che ho salvato, infornare un ciambellone e mentre aspetto preparare il tiramisù. Dopo invece potrei farmi una maschera per il viso e nel frattempo guardare un tutorial di pettinature…e perché no anche fare un impacco ristrutturante per le doppie punte, avevo salvato la ricetta di un intruglio da Pinterest. E poi nei 30 minuti di posa ci starebbe giusta una puntata di quella serie. E anche una piccola manicure.
Devo anche darmi da fare quindi mi iscrivo a un paio di seminari online , aspetta però ho anche la diretta YouTube da seguire alla stessa ora, fammi vedere gli orari. Sì potrebbe andare, giusto in tempo per l’inizio del workout quotidiano su Instagram. A proposito, oggi seguo gag o pilates?!
Finalmente posso dedicarmi a quella pila di libri , è giunta l’ora di smaltirla e poi chissà che non trovi l’ispirazione per finire quello che sto scrivendo io. Già che accendo il pc sarebbe il caso di riordinare le cartelle, archiviare un po’ di file ed editare le foto delle vacanze che sono ancora lì. Magari le organizzo in un fotolibro e me lo faccio spedire e già che ci sono ordino un altro paio di cose, sempre che ci siano finestre di consegna.
Suona il telefono, ho una videocall di gruppo  ma sono ancora in pigiama,  butto giù, corro verso il bagno e mi rendo presentabile perlomeno dalla vita in su! Mamma mia come passano le ore, sono qui da stamattina e non ho fatto ancora nulla… com’è possibile che il tempo non basti mai?!

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Respira.

Vi siete ritrovati nell’esempio che ho appena descritto? Tranquilli, siete in buona compagnia.
Nelle ultime settimane è capitato che diverse persone – pazienti o amici – mi raccontassero di questa nuova forma di pressione sociale : devo fare qualcosa per ottimizzare il tempo durante la “quarantena”. Tanto più siamo (virtualmente) circondati da persone che svolgono attività 24/7, tanto più ne avvertiamo il peso.

Non siamo obbligati a occupare il tempo. Non è una gara a chi fa di più.
Semmai, utilizziamo questo tempo per ritrovare il contatto con noi stessi e individuare i nostri obiettivi, tralasciando ciò che i social media si aspettano da noi.

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Le abbuffate in quarantena: se le conosci le eviti

L’entrata in vigore delle misure di contenimento della diffusione del covid-19 ha dato avvio a quella che nel linguaggio comune è diventata impropriamente una “quarantena collettiva”.

Il comune denominatore di questo distanziamento sociale sembra essere diventato il cibo. Se per alcuni può essere l’opportunità per imparare a cucinare  e trovare tempo per dedicarsi ai fornelli, per chi ha un rapporto problematico con l’alimentazione tutto questo tempo in casa rischia di diventare un incubo.

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Vediamo insieme alcuni fattori scatenanti delle “abbuffate da quarantena”:

  • La paura della perdita di controllo (su se stessi , sui comportamenti degli altri e sul futuro in generale) è un tema ricorrente in chi soffre di un disturbo del comportamento alimentare. L’isolamento è qualcosa di imposto dall’esterno – seppur con motivazioni sanitarie – e interrompe una serie di abitudini normalmente rassicuranti.
  • La presenza in casa di ingenti scorte alimentari. Potendo uscire solo per reali e comprovate necessità, mediamente in dispensa è presente molto più cibo del solito: per alcuni può essere una condizione che aggrava il pericolo di abbuffate.
  • L’impossibilità di svolgere esercizio fisico fuori casa. Non potendo andare a correre, camminare, nuotare in piscina e svolgere esercizio in palestra può nascere il timore di ingrassare.
  • La noia e la frustrazione derivanti dall’avere tanto ( troppo) tempo a disposizione. Non avere nulla da fare nel corso della giornata è difficile, si combatte con la sensazione di sprecare giornate e opportunità.
  • Le preoccupazioni riguardanti l’epidemia.
  • Lo stretto contatto con la famiglia e i conviventi. Il dovere essere in casa tutti insieme 24 ore su 24 può generare insofferenza e accentuare problematiche preesistenti.

Cosa fare? Ecco alcune strategie:

Infine, ti ricordo che la mia attività professionale continua anche a distanza. Se vuoi prenotare con me un appuntamento telefonico o tramite videochiamata puoi contattarmi ai recapiti presenti in questa pagina.

#1cosabella : campagna social per ritrovare il bello della vita

Dal mio ultimo post sul blog sono cambiate molte cose. Credo che nessuno di noi  avrebbe mai immaginato che ci saremmo trovati nel pieno di una pandemia. Per il bene di tutti ci è stato chiesto di restare nelle nostre case, uscendo solo se strettamente necessario.

Strano, vero? Una società che ci impone(va) di essere veloci, sempre sul pezzo, pronti a correre ovunque e comunque. Guai a restare indietro, chi si ferma è perduto, non voltarti mai, testa sempre rivolta al futuro.
Respirare? Quasi una perdita di tempo. Impresa difficile poi, con tutto questo smog.

Questa stessa società adesso si è vista letteralmente togliere il respiro dal coronavirus (SARS-CoV-2 per essere tecnici). L’imperativo categorico è diventato fermarsi.
Ci ritroviamo improvvisamente con un sacco di tempo libero, noi che prima non sapevamo nemmeno cosa fosse. Eppure lo viviamo male perché ci è stato “imposto” . Siamo smarriti, improvvisamente disconnessi da ciò che ci circondava quando uscivamo di casa. Abbiamo perso le nostre piccole abitudini, dal caffè al bar alla chiacchierata con il panettiere (qualche giorno fa su facebook ho descritto il mio status di terapeuta a distanza) , dalla cena fuori al ritrovo in casa di amici.

Siamo dovuti diventare tutti più smart: formazione, lavoro, intrattenimento e socialità forzatamente online. Abbiamo riscoperto la piccola manualità casalinga: cuciniamo, puliamo, riordiniamo. Ci ricordiamo di avere libri da leggere, lampadine da cambiare e calzini da rammendare.

All’esterno delle nostre mura domestiche sta succedendo qualcosa che non possiamo controllare direttamente. Abbiamo fame di certezze, ora più che mai.

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C’è un altro contagio su cui vorrei soffermarmi: le brutte notizie.
Parto dal presupposto che un’informazione corretta sia utile e doverosa. Cittadini consapevoli mettono in atto comportamenti altrettanto consapevoli.
Eppure in questo momento non c’è un canale tv che non parli continuamente di coronavirus, per non parlare dei social, dove siamo appetibili prede per gli sciacalli delle fake news. Che cosa dire dei gruppi WhatsApp? C’è sempre qualcuno che condivide una “bufala” a tinte fosche: cospirazioni mondiali (meglio ancora aliene), falsi sistemi di autodiagnosi, audio terrificanti di presunti operatori sanitari.

…e se tutti insieme provassimo a fare qualcosa?

  • Seguiamo le norme di sicurezza, a tutela della salute nostra e altrui;
  • Teniamoci aggiornati tramite i canali istituzionali;
  • Riflettiamo prima di condividere una notizia negativa, domandandoci se possa essere utile;
  • Verifichiamo tutte le fonti ( suggerisco l’ottimo bufale.net ) ;
  • Impegniamoci,  almeno una volta al giorno, a trovare e condividere qualcosa di bello che ci è successo, abbiamo visto, etc…

Ho lanciato la campagna social #1cosabella con l’idea di aiutarci a ritrovare il bello della vita di tutti i giorni. Ripeto, nessuno dice di dimenticare ciò che sta succedendo, né di rifugiarci nel mondo delle fiabe: dobbiamo continuare ad essere consapevoli e attenti. Ma abbiamo bisogno di ricordarci che “positività” non è solo un termine negativo legato a una malattia: una mente che si nutre di emozioni negative precipita in una spirale di negatività ulteriore.

Per partecipare :

  • cerca #1cosabella della tua giornata, anche se ti sembra banale o poco rilevante non importa. Astieniti dal giudizio;
  • condividila online con l’hashtag #1cosabella ;
  • diffondila anche offline: raccontala a qualcuno per telefono, cantala sotto la doccia, disegnala su un cartellone,…;
  • fai passaparola!

Ti ricordo che la mia attività professionale è momentaneamente solo a distanza , cioè via telefono o videoconsulenza. Per prenotare il tuo appuntamento puoi contattarmi ai recapiti presenti in questa pagina.