Il peso del 2020, ovvero del perché non sto aggiornando il blog

“Perché non stai più scrivendo sul tuo blog? “
Me lo hanno chiesto gli altri ma soprattutto me lo sono chiesto io. La prima risposta è sempre la solita: non ho un piano editoriale vero e proprio. Mi prefiggo dei macrotemi da affrontare, spesso scrivo di getto sull’onda di qualche vento o suggestione emersa in seduta con i pazienti. Ogni volta che mi sono prefissa una tabella vera e propria non mi è riuscito di seguirla per diversi motivi quindi ho abbandonato questa strategia, principalmente per evitare di andare incontro a frustrazioni Gli esperti di marketing digitale e non storceranno il naso, ma tant’è. Non ho intenzione di pagare qualcuno affinché scriva articoli acchiappaclick e attirapazienti ) perché questo è e sarà sempre il mio contenitore di idee 🙂

La seconda risposta è questa: ultimamente faccio una fatica enorme a scrivere. Un po’ per questioni di tempo “oggettivo”, un po’ per mancanza di tempo “soggettivo”. Significa che pur sentendo la voglia e l’urgenza di dire qualcosa, il processo da idea a scrittura mi risulta davvero faticoso. Ho bisogno di distrarmi, di fare altro.
Compiendo un’autoriflessione ho preso consapevolezza di quanto questo fatidico anno 2020 stia lasciando in me una grossa pesantezza, che si traduce appunto in difficoltà nel fare alcune cose. Mi sono detta che va bene così, ogni tanto è giusto mettersi in modalità risparmio energetico e lavorare per priorità, ripromettendosi di incrementare le attività appena le energie si saranno ricaricate.

Abbiamo il diritto di rallentare, di mettere qualche progetto in standby e avere cura della nostra interiorità. Forse è una delle poche cose che ci lascerà questo periodo.
Ai miei pazienti chiedo sempre di trovare qualche insegnamento in ogni esperienza di vita, anche la più sofferente. Dico la verità, avrei preferito non vivere nessuna pandemia e continuare a imparare dalla mia quotidianità. Ma siamo qui, inutile fare gli struzzi: guardiamoci intorno e proviamo a fare qualcosa di buono, ognuno a suo modo.

Ti ricordo che la mia attività in Studio prosegue e non vi sono attualmente limitazioni di orario per gli appuntamenti. Puoi prenotare il tuo colloquio contattandomi attraverso i recapiti presenti in questa pagina. Potrai scegliere liberamente se prendere un appuntamento in Studio o da remoto.

Gestire l’ansia post-quarantena

In un post di qualche settimana fa avevamo parlato della Sindrome della capanna, cioè quell’insieme di ansia e disorientamento che alcune persone hanno provato ( e provano tuttora) all’idea di potere e dovere nuovamente uscire di casa.

Ho ritenuto fosse il caso di tornare sull’argomento per due ordini di motivazioni:

  • mi è stato chiesto – in ambito lavorativo e amicale – come affrontare nella pratica questo problema;
  • l’ansia non riguarda solo l’uscita dalla “capanna” ma anche ambiti più estesi ( es. paura del futuro a lungo termine.

Dottoressa, mi piacerebbe tanto tornare da lei in studio ma preferirei vederci ancora in videochiamata“, ” Mi piacerebbe tanto prendere un caffè al bar ma vado in palla solo all’idea” , ” Alla fine stare in casa non è poi così male” ,… parliamone.

Photo by Tonik on Unsplash

Una “nuova” normalità
Se ne parla tanto , va bene, ma credo sia la miglior definizione che possiamo adottare. Saremmo ingenui a fingere che sia tutto come prima, e stolti nell’ignorare ciò che è tuttora in corso. Abbiamo bisogno di ricreare abitudini – al cervello piace avere degli schemi con cui orientarsi – alla luce di questa attualità. Ci sono attività che non possiamo svolgere come prima. Ad esempio, nei colloqui in studio sia io che il paziente dobbiamo indossare la mascherina e osservare il distanziamento: questa norma ci fa “perdere” una serie di espressioni facciali ma ci fa “guadagnare” in sicurezza reciproca e ci consente di svolgere il nostro lavoro in presenza.

Focus sul presente
Nessuno di noi, nemmeno gli esperti, possiede elementi a sufficienza per fare previsioni sul futuro: perché sprecare energie cognitive ed emotive per prefigurarsi scenari che potrebbero non verificarsi mai? Quando ti accorgi di ruminare su questo genere di pensieri, cerca di distoglierti tornando al qui ed ora. Dedicati a un passatempo, all’attività sportiva o a pratiche di meditazione e yoga: ti aiuteranno a focalizzarti sul presente e non far galoppare la mente in un futuro remoto.

Atteggiamenti proattivi, un passo per volta
L’ansia ha un grosso carburante che si chiama immobilità. Più rimani fermo, più hai paura di muoverti: è un circolo vizioso.
Stila una lista di attività che desideri riprendere ( in condizioni di sicurezza), ordinandole per livello di difficoltà “emotiva”. Evita la trappola del tutto e subito: privilegia la gradualità.


Allontanati dalle energie negative
In contesti reali o virtuali può capitare di finire coinvolti in conversazioni e dibattiti sul nostro futuro, su un’eventuale seconda ondata del covid-19 , su numeri e aggiornamenti vari…spesso con toni foschi e ansiogeni.
Nessuno ti obbliga a prendere parte in questi contesti: in maniera cordiale ma assertiva al tempo stesso puoi dire che desideri cambiare argomento.

Chiedi aiuto
L’ansia non è una scelta, né un capriccio. Se diventa pervasiva della tua quotidianità e ti impedisce di vivere la vita che vorresti, considera l’idea di chiedere un aiuto specialistico contattandomi attraverso i recapiti presenti in questa pagina. Potrai scegliere liberamente se prendere un appuntamento in Studio o da remoto.

Perché ho scelto questo lavoro ( e perché continuo a farlo)

Oggi, in occasione della Festa dei lavoratori, voglio raccontarvi che cosa mi ha portato a scegliere questo mestiere e perché continuo a svolgerlo.

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Non so se scegliere sia il verbo giusto: avrei desiderato altro? Tranne un momento dell’adolescenza in cui avevo pensato di fare la veterinaria ( finché mi resi conto che la mia inclinazione per la chimica era inversamente proporzionale al mio amore per gli animali) non ricordo di aver mai preso in considerazione altre opzioni.
Il problema è che già da bambina alla domanda “Che cosa vuoi fare da grande?” rispondevo già “La psicologa!” . Erano vani i tentativi della maestra di farmi scegliere un lavoro “più normale”. Un paio di volte per farla contenta risposi gelataia e cantante ( ero già intonata come un citofono in tenera età) e la tranquillizzai una volta per tutte. Come sia realmente iniziata questa fantasia diventata realtà davvero non lo so, probabilmente mi aveva incuriosito la figura di una psicologa scolastica durante un progetto alle elementari: lascio agli amici di matrice freudiana l’ardua sentenza 🙂

Ho sempre trovato interessanti le vite degli altri: provavo a mettermi al loro posto, immaginando cosa avrei provato/sentito io. Alcune volte avrò anche dato dei consigli non richiesti, molte di più me ne hanno chiesti senza che io desiderassi darne. Ero la compagna di banco prediletta, sia perché lasciavo copiare sia perché ascoltavo per ore le pene d’amore altrui. Entrambe le richieste di consulenza mi giungevano spesso in forma di richiesta scritta.

Dall’Università in poi ho scelto la mia formazione specialistica sulla base di ciò che suscitava in me maggiore passione: così oggi sono una terapeuta a orientamento sistemico relazionale. Mi è sempre piaciuta l’idea di vedere la persona come un soggetto attivo che si muove in diversi contesti di vita, li influenza e ne viene influenzato a sua volta in una combinazione unica, nel bene e nel male, nella salute e nella sofferenza. Amo integrare ciò che apprendo nei miei diversi ambiti ( ad esempio il teatro) per migliorare la mia valigetta degli attrezzi lavorativi; sono fermamente convinta che fare rete con altre professionalità non possa che generare una grande ricchezza umana.
In quanto figlia unica la prospettiva di lavorare con le famiglie, specie se allargate e complesse è stata un irresistibile richiamo. Non so cosa voglia dire avere un fratello o una sorella però posso provare ad aiutare le fratrie a stare meglio insieme.

La carriera del terapeuta non è tutta rose e fiori. Si studia tanto ( anche Statistica!) e ci si aggiorna sempre. Non siamo ricchi sfondati come nell’immaginario collettivo di alcuni; spesso bisogna lottare per affermare la propria dignità professionale legittimando la richiesta di compenso. Sono una professionista e in quanto tale il mio lavoro deve esser retribuito, sono io a scegliere se e come fare volontariato. Purtroppo tocca scontrarsi con persone che identificano le professioni di aiuto in toto come un gigantesco ente no profit. “Come fai a chiedere denaro per ascoltare le persone? Perché non le aiuti gratis?“: aspetta che vado un attimo al supermercato e chiedo se mi lasciano una spesa gratis, così mi aiutano a mettere in tavola la cena.

Nella vita privata si cammina sulle uova lungo il confine del “non sto lavorando, non sei il mio caso clinico, ti ascolto ma mi fermo prima di parlare troppo, anzi no ti dico quello che vuoi sentirti dire finché non cambi idea“. Ogni volta che mi presentano una persona nuova – a un compleanno, tra amici,… – c’è quel misto di paura ( “non vorrai farmi la diagnosi eh!”) e curiosità personali ( stanotte ho sognato…). In treno devo fare attenzione alle letture; una sola volta ho commesso l’errore di portarmi gli atti di un convegno e il passeggero accanto si è sentito in dovere di raccontarmi tutta la sua vita. Molto meglio leggere un thriller, meglio se cruento.

Per questi motivi e altri che occuperebbero una Treccani “Siamo tutti un po’ psicologi” è una delle frasi che più riesce a darmi sui nervi. Sentite, mentre sto scrivendo ho messo a lievitare il pan brioche ma non per questo mi reputo pasticcera. Magari nella prossima vita ci faccio un pensierino.

Perché invece continuo a fare questo lavoro? Non trovo miglior risposta di questa citazione dell’immensa Mara Selvini Palazzoli:

Noi come psicoterapeuti, siamo pagati perché la nostra preparazione, i nostri studi, i
nostri abbonamenti, il nostro ambulatorio, costano.
Ma ciò che scambiamo, sul piano dell’incontro, con i nostri pazienti, è impagabile e
ineffabile.
Né ben si sa chi dei due debba essere riconoscente nel senso tradizionale della
parola. Forse entrambi, forse né l’uno né l’altro.

Buon Primo Maggio!

Verde come l’invidia, verde come un giardino

Il post di oggi nasce da una riflessione estemporanea avvenuta dopo una chiacchierata di qualche settimana fa. Il tema era l’invidia: quel sentimento astioso e di malanimo che proviamo nei riguardi dell’altrui benessere.
Diciamo la verità, a tutti ( me inclusa) è capitato e sempre capiterà di provare una punta di invidia per qualcuno e per motivi perlopiù futili. Esiste però un tipo di invidia particolarmente intensa e difficile da spiegare, quella che ” ti fa diventate verde”.

Perché proprio verde? Quando siamo arrabbiati abbiamo un incremento della produzione di bile, secrezione dal colore giallo-verdognolo ( infatti in Germania e nei paesi arabi si usa dire “giallo di invidia”).

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L’emblema dell’invidia : la Matrigna di Biancaneve

Tintometri a parte, cosa ce ne facciamo di questa emozione negativa?

…Fingere che non esista? No!
Bene, abbiamo avvertito un pizzico di invidia e lo abbiamo subito negato. Per l’orgoglio non è facile accertarne l’esistenza perché significa riconoscere che 1) avvertiamo una mancanza 2) essa è pienamente risolta e soddisfatta in un altro individuo ( peggio ancora se ci stava già antipatico).
Continuare a fingere di non essere invidiosi ci condurrà a un logoramento sotterraneo e strisciante. Metaforicamente saremo sempre più verdognoli e corrucciati, intenti a guardare cosa hanno gli altri di più rispetto a noi, arrabbiati e insoddisfatti, incapaci di vedere ciò che abbiamo. Un invidioso infatti è sempre un po’ ingrato perché a forza di tenere il suo sguardo sulle altrui gesta non riesce ad apprezzare ciò che la vita gli sta già riservando.

…Farsene una ragione e basta? Forse…
Prendere atto della propria invidia è un gesto non da poco: significa avere messo da parte per un attimo l’orgoglio , fare i conti con se stessi e ammettere  di essere usciti sconfitti da un confronto sociale. A questa consapevolezza si aggiungono vergogna e senso di colpa. Niente di buono sul lungo periodo, insomma.

…Prenderne atto e farne qualcosa? Si!
Mi piace ricordare che anche le emozioni negative hanno la loro dignità e pertanto sono meritevoli di ascolto ( come ci insegna molto bene il film Inside out ). Per quanto possa essere un’esperienza dolorosa, prendere contatto con il proprio “malanimo”  ci aiuta ad andare in profondità, cercandone le origini.
Sono invidioso di un bene materiale? Di uno stipendio? Del fatto che gli  altri siano in coppia mentre io sono single? Invidio una persona in particolare o tante in generale?

Indagare le cause dell’invidia ci dice qualcosa in più su noi stessi e su ciò che per noi conta davvero. Ad esempio, sono invidioso perché un collega ha idee più brillanti e mi batte sempre sul tempo, ricevendo gli elogi di tutti? Invidio di più la sua creatività o le gratificazioni ricevute? Questa risposta può fare la differenza.
Invidiare e basta non serve a nulla, se non a restare incagliati nella negatività e a spostare la nostra attenzione “sugli altri”.

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Tornando alle metafore cromatiche, utilizziamo nuovamente il verde stavolta con una connotazione positiva: un giardino in fiore. Paragoniamolo alla nostra mente e ci renderemo conto dell’importanza di coltivarlo e assisterlo dedicandogli cure e amore, anziché sbirciare dalla staccionata ciò che fanno i vicini. La loro erba è sempre più verde, come dice un altro proverbio? Impariamo a curare meglio la nostra; se proprio non riusciamo a far crescere un roseto magari scopriremo che siamo portati per i tulipani, e così via.
Solo riportando il focus su noi stessi possiamo mettere in luce le nostre risorse, potenziarci e migliorarci.

Vuoi intraprendere il tuo percorso di crescita personale e non sai come fare perché non puoi muoverti da casa? Ti ricordo che la mia attività professionale continua anche a distanza. Se vuoi prenotare con me un appuntamento telefonico o tramite videochiamata puoi contattarmi ai recapiti presenti in questa pagina.

Se si potesse parlar d’altro

WordPress mi ricorda la lista di bozze che ho in rampa di lancio da qualche tempo. I miei appunti cartacei traboccano di spunti e idee. Eppure , al momento di selezionarne una per farla diventare articolo del blog…ho avuto un blocco. Non quello da “pagina bianca”, bensì qualcosa di nuovo e surreale.

Non so se ho il diritto di parlare d’altro che non sia la pandemia in atto, o se viceversa sia giusto fare il contrario per distrarci un po’ tutti , anche solo per il tempo di una breve lettura. Non so se sia più giusto parlare di ansia in generale o se declinarla al momento storico particolare. Non riesco a comprendere se abbia ancora senso scrivere di un argomento a prescindere da ciò che succede fuori dalla mia finestra. Forse il “fuori” generico è diventato un “dentro” collettivo, condiviso.

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Photo by Volodymyr Hryshchenko on Unsplash

In queste giornate ho imparato una nuova parola: infodemia ( NB, Proporrei di coniare una definizione anche per quel fenomeno per cui, in un sito che vende dolci pasquali come uova e colombe sono anche in vendita gel disinfettanti e mascherine). Nei miei consigli sull’ansia ai tempi del coronavirus  ho dedicato non a caso il primo punto alla disconnessione dal continuo flusso di informazioni. Se ne parla sempre, a qualunque ora, su qualunque mezzo. E quando finalmente spegni la tv o chiudi il pc, ti arriva il solito messaggio su WhatsApp in cui ti annunciano una catastrofe imminente o una cura rivoluzionaria.

Probabilmente noi terapeuti dovremo cambiare il mondo con cui fino ad oggi abbiamo considerato l’ansia e gli altri disturbi; non sapremo ancora cosa succederà. Affronteremo anche questo cambiamento, dopo quello che ci ha visti migrare dallo studio a Skype. Voglio anche stavolta provare a cercare il lato positivo: magari qualcuno che non sarebbe mai andato dallo psicologo si è deciso a fissare un colloquio online, magari rassicurato dalla presenza di uno schermo.

Quando penso a tutto questo, mi rispondo che parlare d’altro non solo è un mio diritto: forse rappresenta anche un mio dovere. Questo blog non rappresenta che una percentuale infinitesimale della rete: una goccia in un oceano virtuale. Ma se con questa goccia posso contribuire a calmare le onde e a rendere l’oceano navigabile, lo farò.

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Sei un accanito tifoso di calcio? Attento allo stress!

Non c’è luogo al mondo in cui l’uomo è più felice che in uno stadio di calcio.
(Albert Camus)

…e anche più stressato!
Ebbene sì: i tifosi più accaniti durante la visione di una partita possono sperimentare livelli di stress così alti da essere a rischio di infarto.

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Una ricerca condotta dal Centre for the Study of Social Cohesion dell’Università di Oxford ha infatti misurato la saliva dei tifosi brasiliani durante la storica debacle con la Germania ai Mondiali di calcio 2014. I risultati hanno evidenziato livelli di cortisolo  (noto appunto come ormone dello stress) molto alti  e tali da aumentare la pressione sanguigna e di conseguenza affaticare il cuore. Ovviamente i ricercatori non avrebbero mai potuto immaginare che si sarebbe trattato di un match così catastrofico: la rilevazione si è svolta all’interno di un progetto più ampio in cui sono stati monitorati i medesimi valori in altre partite del torneo.
Non sono state riscontrate grosse differenze nei livelli di stress legate al sesso, sfatando l’antico preconcetto secondo cui gli uomini sarebbero tifosi più accaniti.
Anche i tifosi “occasionali” sarebbero a rischio, in maniera però più lieve rispetto a quelli più appassionati , in funzione del legame che vivono con la squadra del cuore.

Sembrerebbe che i tifosi più accaniti vivano le sconfitte della propria squadra con un vissuto di catastrofe imminente non solo a livello emotivo ma anche fisico: livelli così alti di cortisolo infatti si riscontrano nelle situazioni di forte angoscia e paura per la propria vita.

Questi dati potrebbero spingere le squadre ad adottare provvedimenti per stemperare la tensione nelle partite di cartello, ad esempio trasmettendo musica rilassante dopo la fine e mettendo a disposizione di unità di screening per i tifosi più a rischio, secondo quanto dichiarato dalla Dr.ssa Newson alla BBC.

Anche tu vivi le partite della tua squadra in maniera così intensa e stressante? Più in generale, vorresti conoscere e mettere in atto qualche tecnica di gestione dell’ansia e dello stress? Puoi chiedermi informazioni e/o fissare un colloquio ( in studio a Torino o, a seconda dei casi, in videoconsulenza), tramite i recapiti presenti in questa pagina

 

 

Innamorarsi di un narcisista: un articolo per Medicitalia

Qualche tempo fa, durante un viaggio in treno, una donna seduta accanto a me mi rivolse la seguente domanda : “Perché mi innamoro sempre di uomini narcisisti?”. NON ci eravamo ancora rivolte la parola, se non  un educato buongiorno; entrambe stavamo leggendo e lei aveva buttato un occhio al mio libro ( argomento: terapia di coppia), deducendo il mio abito lavorativo.

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Dopo il primo stupore iniziale, le avevo risposto per sommi capi: narcisista o meno, una persona ha la sua unicità e quindi caratteristiche intrinseche che ci predispongono all’innamoramento. Se sul lungo periodo ci rendiamo conto di innamorarci di tipologie di persone simili, probabilmente questa tendenza risponde a delle domande che ci portiamo dentro. La conversazione si era po diretta su temi più piacevoli, come mostre e musei della città di destinazione.
Conversazioni tra viaggiatori a parte, dal momento che questa domanda mi viene ciclicamente posta ho pensato di dedicarle un breve approfondimento per il portale Medicitalia: “Perché mi innamoro sempre di persone narcisiste?”.
Buona lettura!

Anche tu ti innamori sempre di persone narcisiste e/o vorresti migliorare la tua vita relazionale? Per chiedermi ulteriori informazioni e/o fissare un colloquio ( in studio a Torino o, a seconda dei casi, in videoconsulenza), puoi contattarmi tramite questa pagina.

I 7 nemici della felicità – 7 : la mortificazione della propria felicità

Ben ritrovati e buon 2019!
Con questo post concludiamo la rassegna dedicata ai 7 nemici della felicità, partendo dal una vignetta di Charlie Brown, famoso personaggio dei Peanuts di Charles Schulz:

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Queste poche battute rappresentano in pieno l’essenza della mortificazione della propria felicità. Charlie ha notoriamente paura di essere felice perché dopo qualcosa di positivo arriverà inevitabilmente un evento negativo; la felicità avrà sicuramente il suo prezzo da pagare…Questo timore è ciò che risulta bloccante per molte persone, come una zavorra che impedisce a una mongolfiera di librarsi in cielo. Meglio una nota e consolidata tristezza che un’innovativa e sconosciuta felicità.

Spesso ricordo – a costo di suonare retorica!- che già il solo fatto di svegliarci dopo aver dormito con un tetto sulla testa, alzarci e avere la disponibilità di cibo e acqua potabile dovrebbe renderci felici. Il nostro Charlie Brown ha intorno a sé una famiglia che lo ama (Snoopy incluso), amici e un certo benessere economico che gli permette di andare a scuola, vestirsi, lavarsi, alimentarsi…

Quando non siamo grati per ciò che abbiamo stiamo mortificando la nostra felicità. La sviliamo, rendendola un accessorio di serie B, qualcosa da appoggiare in un angolo e dimenticare subito dopo.

Quando è stata l’ultima volta che hai espresso gratitudine per uno o più aspetti della tua vita? Prendi un quaderno e ogni sera scrivi almeno 3 cose per cui sei grato/a nella tua vita; ripeti questa operazione per 10 giorni e se ti va, commenta qui sotto ( o in privato) come ti senti sentito/a.

Come detto all’inizio della serie, non ho ben chiara una definizione oggettiva di felicità, ammesso che esista. Ognuno in cuor suo ne ha una che gli risuona un po’ di più delle altre ed è giusto che rimanga personale. Ho individuato 7 macro categorie di nemici ma sicuramente potremmo aggiungerne altre: sarò ben lieta di leggere i vostri consigli.

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I 7 nemici della felicità – 6 : pensare di non essere mai abbastanza

Quante volte diciamo – o sentiamo dire da qualcuno – “Sono infelice perché non mi sento mai abbastanza” ? Tante, oserei dire troppe.

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Photo by Samuel Zeller on Unsplash

La sensazione di non essere mai abbastanza è riferita a una qualche caratteristica o competenza che reputiamo di non soddisfare ( bellezza, intelligenza, ricchezza, capacità di fare nuove amicizie,..) o a qualcosa che non riceviamo ( gratitudine, affetto, amore, rispetto,…). L’accento è sempre su quello che manca.

Chi stabilisce il livello minimo da soddisfare? Nella maggior parte dei casi siamo noi stessi, su parametri derivati dalla nostra esperienza. Ad esempio, dopo una storia d’amore finita male ( e ancor di più se tra i nostri amici fioriscono nuove coppie e perché no, annunci di matrimoni e gravidanze ) qualcuno potrà sentirsi di non essere abbastanza perché “tutti hanno trovato l’anima gemella e io no”. Poco importano contesto e soggettività: in questi casi “tutti” hanno più di noi, valgono di più e ottengono di più.

Una mentalità centrata sulle mancanze sarà sempre insoddisfatta e tesa al confronto (improduttivo) con gli altri. Non elabora strategie di crescita perché è troppo impegnata a compiangersi per ciò che non ha e che non avrà mai, arrendendosi in partenza.

La felicità non è una competizione: ogni persona proviene da un suo contesto di vita e ha obiettivi diversi. Finché ti paragoni agli altri troverai sempre qualcosa che non hai o che non sei, anziché pensare a quanto vali e a quanto sei fortunato/a per ciò che hai!
Non solo vali abbastanza: vali moltissimo e hai il diritto/dovere di usare al meglio le tue risorse.

C’è qualche ambito in cui pensi di valere meno rispetto a una persona che ammiri? Pensa a cosa puoi imparare, fissa un obiettivo realistico e le tappe per raggiungerlo, tenendo sempre a mente quanto vali.

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I 7 nemici della felicità – 5 : l’autopunizione eccessiva dopo un errore

Errare è umano, autopunirsi in maniera esagerata è diabolico: potremmo sintetizzare così il quinto nemico della felicità.

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Photo by Annie Spratt on Unsplash

Ciascuno di noi reagisce in modo differente dopo aver commesso un errore. Qualcuno trova insopportabile la sola idea di sbagliare e quindi fa finta di nulla, c’è chi si assume le sue responsabilità e tenta di rimediare e chi ancora si colpevolizza in maniera sproporzionata.

Il senso di colpa è ciò che ci dice che abbiamo sbagliato rispetto a un qualcosa di atteso o normato, socialmente o internamente. Non è necessario che ciò accada davanti a un pubblico ( come succede invece per il senso di vergogna, che si prova in relazione a qualcuno). Funziona un po’ come un avviso che ci spinge a riparare quanto fatto o non fatto; è la molla che ci spinge a chiedere scusa, a migliorarci e ad essere più attenti in futuro.

Se diventa sproporzionato in termini di tempo e intensità, questo avviso diventa un macigno che ci ostacola, spesso attraverso il rimuginio. Avremo paura del ripresentarsi di condizioni simili e il timore di sbagliare ancora ci impedirà di agire.
Mantenere il focus concentrato sui propri errori a lungo, senza spostarlo sulle azioni riparative è inoltre un dispendio di energie. Ha più senso piangersi addosso o provare a cercare una soluzione?

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