L’ansia: la ricerca di un leone invisibile

I disturbi di ansia rientrano a pieno titolo nella categoria delle motivazioni principali per cui ci si rivolge allo psicoterapeuta.  Spesso la persona ansiosa ha cercato di gestire il disturbo in maniera autonoma, arrivando a chiedere aiuto quando proprio non ce la fa più.

Ormai, come per depressione e stress, esiste il brutto vizio di usare la parola ansia come un ombrello sotto il quale far ricadere una serie di vissuti che con il disturbo c’entrano poco o nulla. Così, la persona ansiosa si sente dire che non ha nulla che altri non abbiano già risolto, che è normale essere ansiosi in un’epoca come la nostra, che è tutta suggestione, che si preoccupa troppo, che c’è di peggio al mondo e ci sono persone che stanno peggio, che basterebbe un po’ più di volontà e autocontrollo,…

Un po’ come dire a una persona con una gamba ingessata di andare a correre una staffetta alle Olimpiadi.

Avere l’ansia non è una scelta, non è un abito che si indossa al mattino.
Allo stesso tempo, un piccolo quantitativo di ansia “positiva” ci è utile nella quotidianità: ci fa fiutare il pericolo e agire di conseguenza.
Quando il livello di ansia sale, è come se vivessimo in una percezione di costante pericolo. Spesso in terapia uso questa metafora: è come se ci guardassimo intorno alla ricerca di un leone pronto ad assalirci. Il leone non esiste, se non nella nostra testa.
Con una mente orientata verso la catastrofe, anche il corpo assumerà uno stato di tensione: tachicardia, sudorazione, respirazione affannata…e tanta, tanta stanchezza subito dopo.

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Photo by Andrew Rice on Unsplash

La buona notizia è che l’ansia può essere affrontata, lavorando insieme al professionista sulle cause scatenanti e individuando insieme modalità adattive (cioè più sane) per imparare a gestirla. Si tratta di un percorso che ha tempistiche variabili a seconda della situazione; a volte si crea il paradosso per cui si ha l’ansia di voler risolvere subito l’ansia! Bisogna disabituarsi alla ricerca automatica del leone…

 

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Avere uno scopo nella vita aiuta a vivere (e dormire) meglio

Nei periodi in cui siamo maggiormente stressati, disorientati e pensierosi, la qualità del sonno tende a peggiorare: per qualcuno si tratterà di insonnia, per altri di sonno disturbato da frequenti risvegli, altri ancora faranno incubi per cui si risveglieranno più stanchi di prima (per alcuni suggerimenti su come addormentarsi meglio vi rimando a un precedente articolo)

Parafrasando un celebre personaggio della televisione italiana, potremmo viceversa affermare che i sogni aiutino a vivere e a dormire meglio. Infatti, secondo quanto emerso da una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Sleep science and practice , avere uno scopo nella vita agevolerebbe la qualità del sonno. In particolare, nello studio sono emersi miglioramenti in coloro che soffrivano di insonnia.

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Photo by Willian Justen de Vasconcellos on Unsplash

Avere un obiettivo ci rende entusiasti, indipendentemente dal suo valore oggettivo. I  traguardi che ci prefissiamo, siano essi “grandi” o “piccoli”, ci fanno sentire vivi, focalizzati, energici. Possono riguardare l’ambito personale, lavorativo, familiare, relazionale,… l’importante è che abbiano per noi stessi un significato. Si tratta di avere una luce guida, una stella polare.

Spesso mi sento dire che non è così immediato trovare uno scopo nella vita: alcune persone, specie nei momenti di maggior sofferenza, mi dicono che la loro intera esistenza appare priva di senso. In questi casi il mio consiglio è di partire da un obiettivo, anche piccolo, della quotidianità e che magari era stato accantonato in precedenza, come ad esempio:

  • riprendere o cominciare un nuovo hobby: leggere, scrivere, cucinare, disegnare, scattare fotografie, coltivare una pianta,… l’importante è che si tratti di un’attività che generi  in noi gioia nel momento in cui la eseguiamo, indipendentemente dalla performance raggiunta. Dipingere con gli acquerelli vi fa sentire felici anche il risultato è esteticamente brutto? Avete un manoscritto che non vedrà mai la luce fuori dal cassetto del vostro comodino? Riprendete queste attività e immergetevi nelle emozioni positive che vi fanno provare.
  • avere cura di sé: a chi è già in terapia, ricordo che questa scelta rappresenta una pietra miliare in questa categoria e che il resto verrà quasi in automatico! Molte persone, soprattutto donne, mi dicono di vergognarsi anche solo a pensare di mettersi lo smalto alle unghie in un momento di così tale sconforto. Invece è proprio nei momenti peggiori che dobbiamo imparare ad amarci e a volerci bene, mentalmente, spiritualmente e fisicamente, quindi ben venga la cura del proprio aspetto: un nuovo taglio di capelli, un bagno caldo e profumato a casa, un vestito colorato,…
  • riscoprire la socialità offline: in un’epoca in cui ci basta un clic per contattare tutto il mondo, molte persone rinunciano a interazioni sociali reali perché non hanno persone disponibili oltre lo schermo. Sono tutte quelle situazioni in cui pensiamo: “c’è questo concerto/spettacolo/mostra interessante ma non trovo nessuno che voglia venire con me…”. Se è pur vero che non possiamo pretendere di avere sempre qualcuno con i nostri stessi identici gusti, è importante imparare a fare ciò che ci piace, senza il timore di essere giudicati perché ci rechiamo da soli a un evento. C’è la presentazione di un libro interessante? Partecipate, potrebbe essere un ottimo contesto in cui incontrare persone nuove, unite dalla vostra stessa passione.

Man mano che la nostra vita si riempe di questi micro-obiettivi, possiamo (ri)cominciare a ragionare anche in termini di macro-obiettivi , cioè quei progetti più a lungo termine e che richiedono maggiore investimento emotivo, temporale e anche di risorse. Rientrano in questo gruppo l’inizio di un nuovo percorso di studi, la ricerca di lavoro, l’acquisto di una casa etc.
Per individuare il nostro scopo nella vita dobbiamo prima farci alcune domande:

  • che cosa mi appassiona?
  • che cosa mi da energia?
  • quali sacrifici sono disposto/a a fare per raggiungere il mio scopo?
  • a quali risultati (realistici) voglio aspirare?

Una volta delineato il nostro obiettivo, sarà importante crearci una rete di sostegno, cioè l’insieme di quelle persone che hanno fiducia in noi e ci sosteranno nel nostro cammino, anche dicendoci cose che non vorremmo sentire ma di cui abbiamo bisogno.
Altra categoria di persone importanti sono gli ispiratori, ovvero coloro che prima di noi hanno raggiunto un obiettivo simile e che possiamo prendere come esempio (che non vuol dire copiare in maniera acritica!), anche se non li conosciamo in maniera diretta.

Bene, il mio obiettivo di oggi era scrivere questo articolo e sistematizzare un insieme di pensieri che aspettavano di trovare una sistemazione. E chissà che queste parole non abbiano innescato una piccola scintilla a voi che leggete: attendo i commenti con i vostri micro/macro obiettivi! 🙂

Sei in una fase di indecisione della tua vita? Senti la necessità di un cambiamento? Puoi prenotare un colloquio presso il mio studio telefonando al numero 3454551671 o compilando questo modulo.

Imparare a gestire la rabbia

Ah, la rabbia! Quanti di noi vorrebbero farne a meno?
La verità è che della rabbia non possiamo/dobbiamo farne a meno: semmai ciò a cui dovremmo aspirare è a una gestione corretta della rabbia, un po’ come disse Aristotele:

Tutti sono in grado di arrabbiarsi, è facile…ma arrabbiarsi con la persona giusta, con la giusta intensità, nel modo giusto, nel momento giusto e per un giusto motivo, non è nella facoltà di tutti e non è un compito facile.

Ma cosa vuol dire arrabbiarsi in modo giusto?

Il primo passo è sicuramente riconoscere che la rabbia esiste. Si tratta di un’emozione cosiddetta primaria, che proviamo sin dalla tenera età e che da un punto di vista evolutivo rappresenta una risposta alla frustrazione proveniente dall’ambiente circostante. La rabbia ci dice che non siamo d’accordo; reprimerla significa negare una parte dei nostri vissuti, cosa che potrebbe avere ripercussioni anche a livello fisico (per es. i classici mal di pancia!) o a lungo andare sul piano emotivo. Un po’ come quando mettiamo un coperchio su una pentola che bolle, anziché abbassare la fiamma: prima o poi il contenuto uscirà fuori di colpo, bollente e ingestibile.

La rabbia va poi contestualizzata : uno dei rischi principali, quando siamo arrabbiati, consiste nel riversare questa emozione in situazioni ( e quindi su persone) del tutto estranee alle circostanze in cui è scaturita. Ad esempio, se ci siamo arrabbiati al lavoro potremmo prendercela senza motivo con i nostri cari, o viceversa. Riuscire a ridefinirne i contorni è una tappa cruciale per gestirla in maniera appropriata.

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Dal celebre film Disney Pixar “Inside out”

Infine, è importante riuscire a rintracciare i fattori scatenanti e capire se e come possiamo gestirli. Se ho un rapporto difficile con un collega e questo mi fa arrabbiare, c’è qualcosa che posso fare per alleggerire la situazione (e quindi il mio vissuto emotivo)? Si tratta di qualcosa su cui posso intervenire, o esula dal mio raggio d’azione? Nel secondo caso, non sarebbe meglio imparare ad accettare che alcune cose non possano cambiare? Ricordiamo che ciò che ci fa arrabbiare ci dice qualcosa di più su noi stessi, sui nostri limiti e sulle nostre opportunità.

La rabbia non è necessariamente negativa, perché come abbiamo visto può essere il motore che ci spinge al cambiamento e alla ricerca di soluzioni costruttive. Se repressa, può provocare conseguenze emotive e fisiche sul lungo periodo: in questo caso è bene rivolgersi a un professionista. Puoi prenotare un colloquio presso il mio studio telefonando al numero 3454551671 o compilando questo modulo.

Briciole d’amore

L’amore, sotto varie forme, è una delle forze che animano la nostra vita. Nel bene e nel male, nella buona e nella cattiva sorte.
Ognuno di noi dentro di sé ha una sua definizione di “amore” che contempla ciò che si è disposti ad accettare e a donare. Questi parametri sono passibili di modifiche nel corso del tempo, per esigenze interne e/o esterne. Del resto, per il buon funzionamento di una coppia bisogna imparare a pensarsi in due, pur mantenendo la propria individualità. Limitando gli egoismi ma anche le simbiosi.
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Credits: Lanty
In terapia uso spesso la metafora della relazione d’amore come torta. Si cerca una ricetta priva di allergeni per entrambi e dal gusto condivisibile. Ci si dividono i compiti secondo le proprie inclinazioni e capacità e si collabora per aggiungere gli strati. Le decorazioni non saranno perfettamente simmetriche, affinché ciascuno si ricordi di avere una propria individualità. Ciascun partner proverà ad assaggiare i dettagli preferiti dall’altro, riconoscendo che esistono differenze che arricchiscono anche quando non condivise.
Restando in pasticceria, pensiamo a cosa succede se la torta è completamente decisa da uno dei due. Può capitare di trovarsi una torta già confezionata, in cui non si viene coinvolti in nessuna parte del processo. Una torta che non piace, come gusto o come estetica. O ancora, una torta bellissima ma che non può essere assaggiata perché contiene allergeni.
Infine, un’altra sgradevole situazione: un vassoio pieno di briciole.  Quelle che io chiamo briciole d’amore.
Fin qui, la metafora. In pratica, queste le situazioni più tipiche:
La relazione parallela. Non può/vuole terminare la relazione già in essere. Spesso ci sono dei figli di mezzo o un/a compagno/a che soffrirebbe troppo per la separazione. Vengono addotte anche motivazioni economiche, case da dividere, imprese di famiglia,…
Il trauma dell’ex. Uno dei due sta ancora spalando le macerie di una relazione precedente, occupazione tale per cui non può ancora riservare altro tempo e spazio per una nuova persona. Il fantasma dell’ex aleggia continuamente e viene utilizzato come metro di paragone con cui valutare le intenzioni future.
Ancora troppo figlio/a per essere partner. Questo è il caso in cui la persona è talmente invischiata con la sua famiglia di origine da non riuscire a vedersi come individuo in grado di avere una vita  propria. Le sue decisioni sono influenzate, più o meno esplicitamente, dal parere dei genitori.
Non rinuncio alla mia vita. Ci sono persone che temono che iniziare una relazione significhi in automatico venire completamente privati dei propri spazi, delle abitudini, degli hobby, degli amici,… forse in passato hanno faticato a mantenere un proprio spazio, forse hanno visto qualcuno fare così e hanno deciso di diventare l’opposto.
Queste quattro categorie ovviamente non sono esaustive della complessità umana ma sono utili per esemplificare il concetto. Non è detto che siano sempre in mala fede, anzi. La realtà dei fatti spesso però ci dice che non riescono a dare all’altro nulla in più che una manciata di queste briciole. Come affrontare una situazione del genere?
Parto sempre dal presupposto che, a meno di particolari problematiche, l’essere umano sia in grado di scegliere. Potrebbero quindi esserci casi in cui al partner le briciole stiano bene e non c’è null’altro che desideri. Pertanto, cercherò di fare riferimento a quei casi in cui si vorrebbe altro.
Possiamo agire il cambiamento sui noi stessi, difficilmente gli altri cambiano se non lo vogliono. Quindi, se avete a che fare con un dispenser di briciole, mettetevi l’anima in pace: se gli/le sta bene così, difficilmente farà diversamente. Certo, ci sono casi in cui la questione si sblocca con il tempo e l’instaurarsi della fiducia reciproca. Quanto siete disposti ad aspettare? 
Bisogna sì distinguere l’amore idealizzato da quello reale, ma nemmeno rinunciare alle proprie idee. Su cosa sentite di non poter ritrattare in alcun modo?
Tornando alla metafora iniziale: se l’amore è una torta, è pur vero che non tutte le torte riescono bene. Alcune crollano, altre hanno un gusto orribile: sono comunque frutto di un tentativo. Quanto sforzo vi richiede questa situazione? Vi sembra ricambiato?
E se le briciole non vi bastano più, alzatevi dal tavolo.
Spesso l’accontentarsi delle briciole d’amore nasconde un problema con radici più profonde, meritevole di un approfondimento. Se questa situazione si ripete nel tempo, rischia di diventare una costante della propria vita (non solo sentimentale, ma anche lavorativa, sociale,…) e di minare profondamente l’autostima. Per fissare un colloquio presso il mio studio a Torino ( o, a seconda dei casi, in videoconsulenza) telefonare al numero 3454551671 o compilare questo  modulo.

Il senso del tempo

A volte sembra non passare mai, altre ci sfugge dalle mani.
Ci sono momenti in cui ci sembra troppo, altri troppo poco.
In certi casi è nostro alleato, in altri lo viviamo come un nemico.
Forse è proprio questa la bellezza del tempo: non è mai uguale a se stesso.

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“La persistenza delle memoria” o “Gli orologi molli” di Salvador Dalì

Sull’uso che facciamo del tempo si potrebbero scrivere un’infinità di parole: sarebbe tempo sprecato o investito?
Perché quando parliamo del fluire delle lancette dell’orologio non possiamo fare a meno di dare uno sguardo alla sua qualità e quindi di domandarci che uso ne stiamo facendo.
Molti dei nostri malesseri sono strettamente connessi alla nostra percezione del tempo: nei disturbi d’ansia sembra essere troppo poco, in quelli depressivi è una componente di quell’ombra nera che non vuole saperne di dissolversi.

E cosa dire invece del tempo trascorso insieme ad altri?
Se si tratta di condividerlo con un figlio facciamo di tutto affinché sia costruttivo e di qualità; analogamente cerchiamo di far fruttare al meglio quello che ci resta con una persona cara anziana o malata. Rimpiangiamo quello che non abbiamo vissuto con coloro che non ci sono più.
Al termine di una relazione capita di pentirci per averlo sprecato con una persona che in realtà non lo meritava. Proviamo a ribaltare questo pensiero in maniera costruttiva: ci è servito a capire quali errori non ripetere (o non subire) per la prossima volta.

Tempo significa anche attesa.
Talvolta è necessaria ed è bene imparare a gestirla, insieme alle frustrazioni che possono derivarne. In altre circostanze la usiamo come alibi per non agire. Quante occasioni ci sfuggono tra le mani? Quante di esse sono destinate a tornare e quali invece no?

Diceva Thomas Mann: Il tempo è un dono prezioso, datoci affinché in esso diventiamo migliori, più saggi, più maturi, più perfetti.
Usiamolo.