Che cos’è la sindrome della capanna

L’avvio della fase 2 del lockdown ha significato per molti di noi una graduale ripresa delle attività: pensiamo agli uffici che hanno ripreso con il lavoro in presenza o alle fabbriche che hanno riavviato la produzione. Possiamo vederci ( seppur mantenendo le precauzioni del caso) con i nostri “congiunti” e svolgere attività fisica oltre i 200 metri; in alcune regioni si può passeggiare sul lungomare, in altre andare per funghi.

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Photo by Dimitry B on Unsplash

Eppure non per tutti questa novità è stata accolta con sollievo, anzi. Qualcuno sta sperimentando un’intensa sensazione di angoscia all’idea di poter uscire con meno restrizioni , insieme a vissuti di ansia e smarrimento. Cosa sta succedendo?
Una possibile ipotesi è quella proposta da Timanfaya Hernández del Collegio Ufficiale degli Psicologi di Madrid: “Stiamo percependo un numero maggiore di persone in difficoltà all’idea di uscire di nuovo. Abbiamo stabilito un perimetro di sicurezza e ora dobbiamo abbandonarlo in un clima di incertezza… Viviamo nella società del fare: fare sempre cose, produrre sempre.” ( Fonte: El Pais). Saremmo dunque di fronte alla Sindrome della capanna  ( o del prigioniero) : coniata ai primi del ‘900, definiva la condizione di disadattamento delle popolazioni dell’estremo Nord America. Durante i mesi invernali infatti la rigidità del clima imponeva a costoro un vero e proprio isolamento nelle proprie case ( o capanne, appunto) ; al sopraggiungere della bella stagione venivano colti da disorientamento e paura all’idea di potersi nuovamente interfacciare con l’ambiente esterno.

In letteratura non esiste una casistica tale per una vera e propria diagnosi in senso tecnico. Possiamo comunque prendere spunto da questa definizione per cercare di capire meglio cosa stia succedendo in chi in questi giorni riferisce un vissuto di malessere all’idea di dover/potere nuovamente uscire di casa.

Ci è stato descritto un “fuori” fonte di pericoli, tant’è che siamo rimasti nel “dentro” per la sicurezza nostra e altrui. Allo stesso modo, anche la socialità rappresenta un fattore cruciale per la diffusione del virus. La nostra quotidianità è stata stravolta: abbiamo capito quante piccole-grandi cose davamo per scontate, come un caffè al bar con un amico.

La fase 2 rappresenta una prima tappa nella direzione della riapertura. Non è – e nemmeno sarà – come prima. La nostra vita frenetica ha dovuto tirare bruscamente il freno a mano e riprendere la marcia non è così scontato. Proprio come accade dopo uno spavento automobilistico, rimettersi in moto può presentare qualche difficoltà: spavento, paura, smarrimento o rabbia. Ci siamo (ri)scoperti vulnerabili e insicuri.

Come tenere a bada tutte queste emozioni? Innanzitutto, accettandole nella loro dignità di esistenza. Siamo esseri umani e abbiamo tutto il diritto di provarle; rifuggiamo dal cliché che ci vorrebbe sempre pimpanti e pronti a tutto.
Facciamo un passo alla volta, letteralmente, come se fosse una riabilitazione emotiva. Trasformiamo la paura in senso di responsabilità, ricominciamo a uscire pian piano seguendo le direttive igienico-sanitarie. Una buona strategia può essere quella di incrementare la distanza percorsa ad ogni uscita per riabituarsi gradualmente al mondo esterno e alle emozioni del “fuori”.

Questi periodo di isolamento ti ha psicologicamente affaticato e vorresti un supporto? Senti che l’ansia del “fuori” potrebbe sovrastarti? Contattami per un colloquio: puoi scegliere liberamente se svolgerlo da remoto ( telefonata, videoconsulenza,..) o se recarti presso il mio Studio, nel pieno rispetto delle norme igienico-sanitarie vigenti. Per informazioni e/o prenotazioni puoi contattarmi attraverso i recapiti presenti in questa pagina.

 

 

Per tentativi ed errori. Storie di croissant ( e di vita quotidiana)

Come tanti italiani ho dedicato parte della mia permanenza casalinga a impastare e infornare. Dopo le ondate di pane e pizza, la scorsa settimana ha preso piede la moda del croissant autoprodotto.
Cosa ci vuole? Mi sono detta. Li hanno fatti tutti , Facebook è pieno di foto. Gente che fino a ieri non sapeva sbattere un uovo senza si è riscoperta pasticcera , se mi ci metto io li faccio anche a occhi chiusi , puff!
Prendo la ricetta che stava girando in quel momento sui social, quella perfetta dal successo garantito. Croissant belli e buoni come al bar, dicevano. Non ne farai più a meno, anche quando i bar saranno riaperti, dicevano. Te li chiederanno amici e parenti, dicevano.
Ecco il  tristissimo risultato:

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Il primo tentativo di croissant: un mignon in cemento con spolverata di  zucchero a velo.

Non so che bar frequentassero gli autori della ricetta…forse una ferramenta? Sono venuti fuori dei mignon di cemento amato: per pudore non ho fotografato l’interno. I più esperti mi hanno detto che probabilmente la lievitazione non è partita. Tipo i treni regionali che quando arrivi in stazione scopri essere stati soppressi? Più o meno. Avevo seguito la ricetta pedissequamente ma non era bastato.
Forse era un segno del destino o il karma riservato ai terapeuti dei disturbi del comportamento alimentare?

Avevo dinanzi a me una scelta: mettere definitivamente una croce sui tentativi presenti e futuri di qualunque-cosa-come-al-bar oppure riprovare.

Secondo risultato:

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Questo sì che mi ricorda il “mio” bar: si vedono anche le sfoglie! E sì, mi piace lo zucchero a velo ( mea culpa!)

Che cosa mi ha insegnato questa esperienza di vita domestica?

  1. Anche se una ricetta funziona con il 99% della popolazione, tu potresti rientrare nel residuo 1%. Vale dentro e fuori la cucina: lavoro, vita, relazioni,…
  2. Evita di darti per sconfitto/a se appartieni a quella minoranza. Puoi controllare le cose fino a un certo punto, come per la lievitazione.
  3. Ritenta, semmai cambiando ricette, contesti, ingredienti, persone,…
  4. Alcune cose a prima vista possono sembrare difficili: vai oltre la prima impressione.
  5. Il punto 4 vale anche viceversa.
  6. Quando ci riesci, la soddisfazione è impagabile.
  7. Il concetto di “croissant” come al bar non è uguale per tutti!

 

Nelle prossime settimane riprenderò gradualmente l’attività in Studio, compatibilmente con le normative vigenti. Attualmente rimane attiva l’opzione di prenotare una consulenza telefonica o in videoconsulenza. Per informazioni sulla data di riapertura e per prenotare il tuo colloquio, scrivimi tramite i recapiti presenti in  questa pagina.

7 motivi che rendono le videochiamate stressanti

Tra smart working, teledidattica o semplici chiaccherate, si sta moltiplicando il nostro utilizzo di app e piattaforme di videoconferenza: Zoom, Hangout, WhatsApp, Skype, … SI tratta di mezzi utili ad accorciare virtualmente le distanze ma  per alcuni possono rappresentare una grande fonte di stress. Vediamo insieme alcune possibili spiegazioni, attraverso una delle mie tanto amate liste 🙂

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Gli umani non sono gli unici alle prese con lo smart working…

1.Siamo insieme virtualmente ma distanti fisicamente

Unire un gruppo di persone su uno schermo  non è come radunarle nella medesima stanza. Ci si trova mentalmente in un posto ma fisicamente in un altro, ciascuno per conto proprio. In alcune circostanze questo scollamento può risultare emotivamente difficile, pensiamo ad esempio a una maestra e ai suoi piccoli alunni o a un gruppo di colleghi abituati a vedersi tutti i giorni e a condividere piccoli rituali come la pausa caffè.

2. La tecnologia ci mette del suo ( non sempre in meglio)

Ebbene sì, siamo nel 2020 ma la tecnologia non funziona sempre come vorremmo. Soprattutto nelle fasce orarie di maggior saturazione delle reti telematiche, è esperienza comune e diffusa avvertire rallentamenti o blocchi di voce/immagine durante la videochiamata. Può capitare a noi o ai nostri interlocutori; se succede più volte diventa estremamente frustrante portare avanti una conversazione. Inoltre, non tutti hanno a disposizione connessioni e supporti idonei, tant’è che in questi giorni si sta dibattendo sulla scuola in teledidattica come ulteriore marcatore della divisione tra classi sociali più o meno abbienti.

3. Ci sentiamo osservati

Collegarsi da casa significa rivelare una parte di sé agli interlocutori: è il nostro habitat e non tutti abbiamo il piacere di condividerlo. Provare imbarazzo nel mostrare una piccola porzione di casa è legittimo, soprattutto se siamo connessi con persone semisconosciute ( es. un collega di un’altra sede) o delle quali temiamo un giudizio ( es. professore universitario durante un esame); non si ha tempo o voglia di ordinare tutto accuratamente e ci si preoccupa di ciò che si vede nell’inquadratura. C’è chi rimedia ponendo un telo bianco ( lenzuolo) alle sue spalle, chi utilizza la funzione di offuscamento/sostituzione dello sfondo.

4. La gestione delle pause e dei silenzi

Nel corso di una conversazione di gruppo le pause sono la norma: accade dal vivo, perché non dovrebbe essere lo stesso online? La differenza sta nel significato che viene attribuito al silenzio in questa seconda circostanza. Un eventuale moderatore potrebbe avere la funzione di assegnare dei turni di parola e smistare gli interventi, riducendo i tempi morti. Online diventa più difficile perché il silenzio potrebbe essere dovuto a un problema tecnico, a un rallentamento della comunicazione o semplicemente a un momento di imbarazzo.

5. La fatica fisica

Stare seduti davanti a un pc per molte ore non è proprio il massimo. Una postura errata può provocare a lungo andare dolori ( es. mal di schiena, cervicalgia,..) e gli occhi si affaticano a forza di fissare lo schermo. Anche se non si dispone in casa di una postazione ergonomica è importante stare seduti correttamente.

6. La complessità della comunicazione

Durante una conversazione mettiamo insieme più elementi, verbali e non . Nel formato virtuale abbiamo una voce che può arrivare più o meno distorta e una gestualità limitata dall’inquadratura; il contatto oculare inoltre è mediato dalla webcam: se guardiamo l’obiettivo non guardiamo gli occhi del nostro interlocutore e viceversa.

7. Non sempre abbiamo voglia

Chi ha detto che solo le videochiamate di lavoro possono risultare stressanti? Anche vedersi online con amici e parenti può essere altrettanto faticoso. Se nel primo caso abbiamo un obbligo di tipo “istituzionale”, a volte accettiamo di partecipare all’ennesimo aperitivo su Zoom solo per non dare un dispiacere agli altri. Il senso di colpa ci dice: coraggio, hai sopportato per 4 ore il tuo capo in video, perché non dovresti voler vedere i tuoi amici? In realtà abbiamo tutto il diritto di declinare l’invito se non abbiamo voglia, anziché sottoporci all’ennesimo stress della giornata. Chi ci vuol bene capirà.

Per concludere…

Le videochiamate sono molto utili ma come abbiamo visto possono anche essere causa di stress. Proprio per questi motivi sarebbe bene limitarle e partecipare a quelle strettamente necessarie o che ci riempono di emozioni positive. Se vogliamo sentire qualcuno possiamo fare una semplice telefonata, senza doverci per forza vedere in video ( e magari restare comodamente in pigiama e bigodini!). Evitiamo di farci fagocitare dagli schermi, anche televisivi, dedicandoci maggiormente alla cura di noi stessi.

 

Un altro settore che ha visto un trasloco da spazio fisico a online è quello della psicoterapia. Possono esserci alcune delle difficoltà che ho appena elencato, è innegabile. Da parte mia mi sto impegnando a limitarle al minimo, ad esempio tarando la durata delle sedute in modo da non renderle “tecnologicamente stressanti” per il prossimo. Se desideri avere ulteriori informazioni, capire come funziona o prenotare un colloquio  puoi contattarmi ai recapiti presenti in questa pagina.

 

Perché ho scelto questo lavoro ( e perché continuo a farlo)

Oggi, in occasione della Festa dei lavoratori, voglio raccontarvi che cosa mi ha portato a scegliere questo mestiere e perché continuo a svolgerlo.

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Non so se scegliere sia il verbo giusto: avrei desiderato altro? Tranne un momento dell’adolescenza in cui avevo pensato di fare la veterinaria ( finché mi resi conto che la mia inclinazione per la chimica era inversamente proporzionale al mio amore per gli animali) non ricordo di aver mai preso in considerazione altre opzioni.
Il problema è che già da bambina alla domanda “Che cosa vuoi fare da grande?” rispondevo già “La psicologa!” . Erano vani i tentativi della maestra di farmi scegliere un lavoro “più normale”. Un paio di volte per farla contenta risposi gelataia e cantante ( ero già intonata come un citofono in tenera età) e la tranquillizzai una volta per tutte. Come sia realmente iniziata questa fantasia diventata realtà davvero non lo so, probabilmente mi aveva incuriosito la figura di una psicologa scolastica durante un progetto alle elementari: lascio agli amici di matrice freudiana l’ardua sentenza 🙂

Ho sempre trovato interessanti le vite degli altri: provavo a mettermi al loro posto, immaginando cosa avrei provato/sentito io. Alcune volte avrò anche dato dei consigli non richiesti, molte di più me ne hanno chiesti senza che io desiderassi darne. Ero la compagna di banco prediletta, sia perché lasciavo copiare sia perché ascoltavo per ore le pene d’amore altrui. Entrambe le richieste di consulenza mi giungevano spesso in forma di richiesta scritta.

Dall’Università in poi ho scelto la mia formazione specialistica sulla base di ciò che suscitava in me maggiore passione: così oggi sono una terapeuta a orientamento sistemico relazionale. Mi è sempre piaciuta l’idea di vedere la persona come un soggetto attivo che si muove in diversi contesti di vita, li influenza e ne viene influenzato a sua volta in una combinazione unica, nel bene e nel male, nella salute e nella sofferenza. Amo integrare ciò che apprendo nei miei diversi ambiti ( ad esempio il teatro) per migliorare la mia valigetta degli attrezzi lavorativi; sono fermamente convinta che fare rete con altre professionalità non possa che generare una grande ricchezza umana.
In quanto figlia unica la prospettiva di lavorare con le famiglie, specie se allargate e complesse è stata un irresistibile richiamo. Non so cosa voglia dire avere un fratello o una sorella però posso provare ad aiutare le fratrie a stare meglio insieme.

La carriera del terapeuta non è tutta rose e fiori. Si studia tanto ( anche Statistica!) e ci si aggiorna sempre. Non siamo ricchi sfondati come nell’immaginario collettivo di alcuni; spesso bisogna lottare per affermare la propria dignità professionale legittimando la richiesta di compenso. Sono una professionista e in quanto tale il mio lavoro deve esser retribuito, sono io a scegliere se e come fare volontariato. Purtroppo tocca scontrarsi con persone che identificano le professioni di aiuto in toto come un gigantesco ente no profit. “Come fai a chiedere denaro per ascoltare le persone? Perché non le aiuti gratis?“: aspetta che vado un attimo al supermercato e chiedo se mi lasciano una spesa gratis, così mi aiutano a mettere in tavola la cena.

Nella vita privata si cammina sulle uova lungo il confine del “non sto lavorando, non sei il mio caso clinico, ti ascolto ma mi fermo prima di parlare troppo, anzi no ti dico quello che vuoi sentirti dire finché non cambi idea“. Ogni volta che mi presentano una persona nuova – a un compleanno, tra amici,… – c’è quel misto di paura ( “non vorrai farmi la diagnosi eh!”) e curiosità personali ( stanotte ho sognato…). In treno devo fare attenzione alle letture; una sola volta ho commesso l’errore di portarmi gli atti di un convegno e il passeggero accanto si è sentito in dovere di raccontarmi tutta la sua vita. Molto meglio leggere un thriller, meglio se cruento.

Per questi motivi e altri che occuperebbero una Treccani “Siamo tutti un po’ psicologi” è una delle frasi che più riesce a darmi sui nervi. Sentite, mentre sto scrivendo ho messo a lievitare il pan brioche ma non per questo mi reputo pasticcera. Magari nella prossima vita ci faccio un pensierino.

Perché invece continuo a fare questo lavoro? Non trovo miglior risposta di questa citazione dell’immensa Mara Selvini Palazzoli:

Noi come psicoterapeuti, siamo pagati perché la nostra preparazione, i nostri studi, i
nostri abbonamenti, il nostro ambulatorio, costano.
Ma ciò che scambiamo, sul piano dell’incontro, con i nostri pazienti, è impagabile e
ineffabile.
Né ben si sa chi dei due debba essere riconoscente nel senso tradizionale della
parola. Forse entrambi, forse né l’uno né l’altro.

Buon Primo Maggio!

Non riuscire a leggere durante la quarantena

Quanti di voi si erano prefissi di leggere un pila di libri durante questo periodo di distanziamento sociale e si sono resi conto di non riuscirci? Tranquilli, siete in buona compagnia.

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Il tempo a disposizione è solo una delle variabili che entrano in campo quando ci si accinge a immergerci in una lettura ( vecchia o nuova che sia). Quella che molti lamentano in questo periodo è una scarsa concentrazione: le pagine vanno avanti in maniera meccanica e spesso c’è bisogno di riprenderle da capo per capirci qualcosa. Un blocco quasi analogo alla “sindrome da pagina bianca” che attanaglia gli scrittori.

La lettura è un viaggio dell’anima e possiamo partire solo se ben disposti. Adesso ci sentiamo in dovere di compiere svariate attività ogni giorno: desiderio di produttività, confronto social(e), senso del dovere…tutte zavorre che non ci fanno partire. Questo scenario ricorda in parte le assegnazioni di letture a scuola: quanti libri abbiamo mal digerito solo perché imposti?

( Piccola digressione personale: non sono mai riuscita a finire “Il nome della rosa”. Nulla  contro Umberto Eco, anzi. Riconosco il valore di capolavoro mondiale al suo scritto, eppure nella mia storia di studentessa assume un significato totalmente negativo. Una professoressa di Lettere ce ne impose la lettura d’ufficio, essendo il suo libro preferito. Purtroppo questa trasmissione valoriale avvenne con interrogazioni – anche a sorpresa –  su dettagli infinitesimali che richiesero uno studio quasi mnemonico. Ecco, posso affermare di avere odiato quel libro! Nei  successivi 20 anni ho sviluppato una sana indifferenza…chissà, forse un giorno riuscirò a finirlo. )

Il punto è questo: se la lettura deve essere un obbligo, meglio lasciar perdere, a maggior ragione in questo periodo storico. Non abbiamo bisogno di dimostrare niente a nessuno: se non ci va di leggere, stop.

E se invece desiderassi ardentemente leggere?

Giustamente qualcuno potrebbe porre questa obiezione: ho una lista di libri mia, nessuno mi ha imposto nulla eppure non riesco a leggere lo stesso. Cosa sta succedendo?

Stiamo vivendo durante una pandemia e ciò ci “regala” una discreta quota di ansia giornaliera. Siamo in allerta, tesi a captare notizie e segnali; la socialità si è ridotta a comunicazioni virtuali. Chi lavora o studia in modalità “smart” passa molte ore davanti allo schermo e qui se ne va buona parte della concentrazione giornaliera
In definitiva, la nostra anima è troppo appesantita per poter viaggiare sulle ali della fantasia. 

Come tornare alla piacevolezza della lettura? Dubito fortemente che possa esistere una ricetta universale, piuttosto ognuno può trovare la sua mescolando questi ingredienti:

  • l’accettazione di sé, delle proprie paure e delle proprie performance;
  • la pratica di attività quali rilassamento, yoga e meditazione per alleviare il senso di allerta;
  • la libertà di non proseguire un libro se non si riesce, così come quella di cominciarne un altro;
  • diffidare dalle liste di libri ” da leggere” solo perché vanno di moda;
  • lasciarsi ispirare , anche telefonando al proprio libraio di fiducia.

 

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La tombola dell’autostima

“Nessuno può farti sentire inferiore senza il tuo consenso”
– Eleanor Roosvelt

Semplice a dirsi, meno a farsi: quando abbiamo una scarsa autostima , ci sentiamo inferiori a prescindere. Le persone care possono ripeterci fino allo sfinimento quanto valiamo ma ogni parola ci sembra vana retorica.

L’autostima è il valore che attribuiamo a noi stessi confrontando ciò che vorremmo essere con ciò che realmente siamo , sulla base di parametri interni e sociali.
Se questa discrepanza tra “Sé ideale” e “Sé reale” è marcata, siamo in presenza di bassa autostima.

La buona notizia è che su questa discrepanza si può lavorare, in maniera più o meno intensiva a seconda dei casi.
Ho pensato a una raccolta di consigli in forma di gioco: nasce così l’idea della Tombola dell’autostima. Ogni settimana sulla mia pagina Facebooksvelerò una casella diversa; intanto potete salvare il tabellone anche qui sotto:

White Self-care Bingo Advocacy Interactive Instagram Story
Scarica e condividi la tua Tombola dell’Autostima!

 

Vorresti lavorare sulla tua autostima? Ti ricordo che la mia attività professionale continua anche a distanza. Se vuoi prenotare con me un appuntamento telefonico o tramite videochiamata puoi contattarmi ai recapiti presenti in questa pagina.

L’insonnia in quarantena

Oltrepassato il mese di lockdown in Italia stiamo iniziando a rilevare i primi effetti dell’isolamento sociale anche in termini di ricadute psicologiche. Tra queste , le più marcate al momento riguardano ansia e insonnia.

Non riesco a dormire” è una delle frasi che sento maggiormente ripetere nel corso delle (tele)sedute che sto conducendo in questo periodo. Qualcuno, già alle prese con problemi del sonno, ha rilevato un acuirsi dell’insonnia; per altri invece si tratta di una novità. Da che cosa dipende? Come riuscire a dormire in un momento storico di così forte preoccupazione? Un buon riposo è importante per ristorare il corpo e la mente, ora come non mai.

Le nostre giornate sono state stravolte
Le scuole e le università sono chiuse, si lavora da casa, non possiamo spostarci se non per cause di necessità: le nostre routine giornaliere sono cambiate completamente da un giorno all’altro. In assenza di questi “punti di ancoraggio” è come se non avessimo più un orologio sottomano: rischiamo di perdere la cognizione del tempo.

Chi vive da solo può sentire ancora di più lo stress del distanziamento sociale; chi coabita con familiari, partner o inquilini al contrario può avvertire il peso della mancanza di uno spazio fisico e mentale tutto per sé.

Lavorare o studiare da casa può essere comunque molto faticoso, in virtù della mole di ore passate davanti allo schermo e al telefono. Manca quel distacco fisico e mentale casa-lavoro/scuola per cui si rischia di sentirsi sovrastati, soprattutto per coloro i quali lo smart working ha significato un aumento delle incombenze.

A tutto questo aggiungiamo la carenza di luce naturale, fondamentale per la regolazione dei nostri ritmi sonno-veglia: è ciò che succede quando abbiamo sonnolenza di giorno e difficoltà a dormire durante la notte.

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Photo by Matthew Henry on Unsplash

Linee guida per una buona igiene del sonno

Stabilisci una routine giornaliera

  • Imposta una sveglia mattutina e alzati senza posticiparla;
  • Lavati e vestiti, non restare in pigiama;
  • Cerca di mangiare a ogni giorno alla stessa ora. Evita cibi pesanti e l’assunzione di alcool e caffeina soprattutto nel pomeriggio/sera;
  • Prevedi degli spazi giornalieri in cui dedicarti all’attività fisica nel corso della giornata.Va benissimo anche una blanda attività, senza strafare;
  • Stabilisci un orario serale in cui rilassarti e prepararti ad andare a dormire, indossando il pigiama come se fosse un rituale;
  • Se dopo circa 20 minuti non hai preso sonno, alzati e vai in un’altra stanza. Dedicati a un’attività rilassante ( es. tecniche di respirazione , lettura) e riprova più tardi.

Inoltre:

  • Limita l’utilizzo dei dispositivi elettronici dopo cena: la luce blu emessa dagli schermi è un segnale di “veglia” per il cervello. Puoi filtrarla tramite app e funzionalità apposite; ad ogni modo evita di utilizzare smartphone & co. un’ora prima di andare a dormire.
  • Cerca di far entrare quanta più luce naturale in casa;
  • Crea una connessione mentale tra letto e sonno. La camera da letto dovrebbe restare tale e non diventate una succursale del tuo ufficio o del salotto di casa.
  • Rendi il più possibile confortevole la camera da letto: lenzuola fresche e pulite e comodi cuscini sono un invito ad addormentarsi. Mantieni una temperatura gradevole, avendo cura di cambiare l’aria più volte nella giornata.
  • Desisti dalla tentazione dei sonnellini diurni. Se è vero che un breve sonnellino pomeridiano può essere rilassante, in chi ha problemi di insonnia rischia di essere un ulteriore fonte di sfasamento dei ritmi sonno-veglia.

Se i tuoi problemi di insonnia persistono e stanno peggiorando la tua qualità della vita consultati con uno specialista. Sapevi che esiste un protocollo psicologico ( non farmacologico) per il suo trattamento? Possiamo utilizzarlo anche a distanza:  per ulteriori informazioni  e/o per prenotare un appuntamento telefonico o tramite videochiamata puoi contattarmi ai recapiti presenti in questa pagina.

Verde come l’invidia, verde come un giardino

Il post di oggi nasce da una riflessione estemporanea avvenuta dopo una chiacchierata di qualche settimana fa. Il tema era l’invidia: quel sentimento astioso e di malanimo che proviamo nei riguardi dell’altrui benessere.
Diciamo la verità, a tutti ( me inclusa) è capitato e sempre capiterà di provare una punta di invidia per qualcuno e per motivi perlopiù futili. Esiste però un tipo di invidia particolarmente intensa e difficile da spiegare, quella che ” ti fa diventate verde”.

Perché proprio verde? Quando siamo arrabbiati abbiamo un incremento della produzione di bile, secrezione dal colore giallo-verdognolo ( infatti in Germania e nei paesi arabi si usa dire “giallo di invidia”).

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L’emblema dell’invidia : la Matrigna di Biancaneve

Tintometri a parte, cosa ce ne facciamo di questa emozione negativa?

…Fingere che non esista? No!
Bene, abbiamo avvertito un pizzico di invidia e lo abbiamo subito negato. Per l’orgoglio non è facile accertarne l’esistenza perché significa riconoscere che 1) avvertiamo una mancanza 2) essa è pienamente risolta e soddisfatta in un altro individuo ( peggio ancora se ci stava già antipatico).
Continuare a fingere di non essere invidiosi ci condurrà a un logoramento sotterraneo e strisciante. Metaforicamente saremo sempre più verdognoli e corrucciati, intenti a guardare cosa hanno gli altri di più rispetto a noi, arrabbiati e insoddisfatti, incapaci di vedere ciò che abbiamo. Un invidioso infatti è sempre un po’ ingrato perché a forza di tenere il suo sguardo sulle altrui gesta non riesce ad apprezzare ciò che la vita gli sta già riservando.

…Farsene una ragione e basta? Forse…
Prendere atto della propria invidia è un gesto non da poco: significa avere messo da parte per un attimo l’orgoglio , fare i conti con se stessi e ammettere  di essere usciti sconfitti da un confronto sociale. A questa consapevolezza si aggiungono vergogna e senso di colpa. Niente di buono sul lungo periodo, insomma.

…Prenderne atto e farne qualcosa? Si!
Mi piace ricordare che anche le emozioni negative hanno la loro dignità e pertanto sono meritevoli di ascolto ( come ci insegna molto bene il film Inside out ). Per quanto possa essere un’esperienza dolorosa, prendere contatto con il proprio “malanimo”  ci aiuta ad andare in profondità, cercandone le origini.
Sono invidioso di un bene materiale? Di uno stipendio? Del fatto che gli  altri siano in coppia mentre io sono single? Invidio una persona in particolare o tante in generale?

Indagare le cause dell’invidia ci dice qualcosa in più su noi stessi e su ciò che per noi conta davvero. Ad esempio, sono invidioso perché un collega ha idee più brillanti e mi batte sempre sul tempo, ricevendo gli elogi di tutti? Invidio di più la sua creatività o le gratificazioni ricevute? Questa risposta può fare la differenza.
Invidiare e basta non serve a nulla, se non a restare incagliati nella negatività e a spostare la nostra attenzione “sugli altri”.

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Tornando alle metafore cromatiche, utilizziamo nuovamente il verde stavolta con una connotazione positiva: un giardino in fiore. Paragoniamolo alla nostra mente e ci renderemo conto dell’importanza di coltivarlo e assisterlo dedicandogli cure e amore, anziché sbirciare dalla staccionata ciò che fanno i vicini. La loro erba è sempre più verde, come dice un altro proverbio? Impariamo a curare meglio la nostra; se proprio non riusciamo a far crescere un roseto magari scopriremo che siamo portati per i tulipani, e così via.
Solo riportando il focus su noi stessi possiamo mettere in luce le nostre risorse, potenziarci e migliorarci.

Vuoi intraprendere il tuo percorso di crescita personale e non sai come fare perché non puoi muoverti da casa? Ti ricordo che la mia attività professionale continua anche a distanza. Se vuoi prenotare con me un appuntamento telefonico o tramite videochiamata puoi contattarmi ai recapiti presenti in questa pagina.

Se si potesse parlar d’altro

WordPress mi ricorda la lista di bozze che ho in rampa di lancio da qualche tempo. I miei appunti cartacei traboccano di spunti e idee. Eppure , al momento di selezionarne una per farla diventare articolo del blog…ho avuto un blocco. Non quello da “pagina bianca”, bensì qualcosa di nuovo e surreale.

Non so se ho il diritto di parlare d’altro che non sia la pandemia in atto, o se viceversa sia giusto fare il contrario per distrarci un po’ tutti , anche solo per il tempo di una breve lettura. Non so se sia più giusto parlare di ansia in generale o se declinarla al momento storico particolare. Non riesco a comprendere se abbia ancora senso scrivere di un argomento a prescindere da ciò che succede fuori dalla mia finestra. Forse il “fuori” generico è diventato un “dentro” collettivo, condiviso.

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Photo by Volodymyr Hryshchenko on Unsplash

In queste giornate ho imparato una nuova parola: infodemia ( NB, Proporrei di coniare una definizione anche per quel fenomeno per cui, in un sito che vende dolci pasquali come uova e colombe sono anche in vendita gel disinfettanti e mascherine). Nei miei consigli sull’ansia ai tempi del coronavirus  ho dedicato non a caso il primo punto alla disconnessione dal continuo flusso di informazioni. Se ne parla sempre, a qualunque ora, su qualunque mezzo. E quando finalmente spegni la tv o chiudi il pc, ti arriva il solito messaggio su WhatsApp in cui ti annunciano una catastrofe imminente o una cura rivoluzionaria.

Probabilmente noi terapeuti dovremo cambiare il mondo con cui fino ad oggi abbiamo considerato l’ansia e gli altri disturbi; non sapremo ancora cosa succederà. Affronteremo anche questo cambiamento, dopo quello che ci ha visti migrare dallo studio a Skype. Voglio anche stavolta provare a cercare il lato positivo: magari qualcuno che non sarebbe mai andato dallo psicologo si è deciso a fissare un colloquio online, magari rassicurato dalla presenza di uno schermo.

Quando penso a tutto questo, mi rispondo che parlare d’altro non solo è un mio diritto: forse rappresenta anche un mio dovere. Questo blog non rappresenta che una percentuale infinitesimale della rete: una goccia in un oceano virtuale. Ma se con questa goccia posso contribuire a calmare le onde e a rendere l’oceano navigabile, lo farò.

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La smania di fare

Ho tanto tempo a disposizione. Potrei approfittarne per imparare a cucinare il pane con quella ricetta che ho salvato, infornare un ciambellone e mentre aspetto preparare il tiramisù. Dopo invece potrei farmi una maschera per il viso e nel frattempo guardare un tutorial di pettinature…e perché no anche fare un impacco ristrutturante per le doppie punte, avevo salvato la ricetta di un intruglio da Pinterest. E poi nei 30 minuti di posa ci starebbe giusta una puntata di quella serie. E anche una piccola manicure.
Devo anche darmi da fare quindi mi iscrivo a un paio di seminari online , aspetta però ho anche la diretta YouTube da seguire alla stessa ora, fammi vedere gli orari. Sì potrebbe andare, giusto in tempo per l’inizio del workout quotidiano su Instagram. A proposito, oggi seguo gag o pilates?!
Finalmente posso dedicarmi a quella pila di libri , è giunta l’ora di smaltirla e poi chissà che non trovi l’ispirazione per finire quello che sto scrivendo io. Già che accendo il pc sarebbe il caso di riordinare le cartelle, archiviare un po’ di file ed editare le foto delle vacanze che sono ancora lì. Magari le organizzo in un fotolibro e me lo faccio spedire e già che ci sono ordino un altro paio di cose, sempre che ci siano finestre di consegna.
Suona il telefono, ho una videocall di gruppo  ma sono ancora in pigiama,  butto giù, corro verso il bagno e mi rendo presentabile perlomeno dalla vita in su! Mamma mia come passano le ore, sono qui da stamattina e non ho fatto ancora nulla… com’è possibile che il tempo non basti mai?!

Breathe-Full-No-Date

Respira.

Vi siete ritrovati nell’esempio che ho appena descritto? Tranquilli, siete in buona compagnia.
Nelle ultime settimane è capitato che diverse persone – pazienti o amici – mi raccontassero di questa nuova forma di pressione sociale : devo fare qualcosa per ottimizzare il tempo durante la “quarantena”. Tanto più siamo (virtualmente) circondati da persone che svolgono attività 24/7, tanto più ne avvertiamo il peso.

Non siamo obbligati a occupare il tempo. Non è una gara a chi fa di più.
Semmai, utilizziamo questo tempo per ritrovare il contatto con noi stessi e individuare i nostri obiettivi, tralasciando ciò che i social media si aspettano da noi.

Ti ricordo che la mia attività professionale continua anche a distanza. Se vuoi prenotare con me un appuntamento telefonico o tramite videochiamata puoi contattarmi ai recapiti presenti in questa pagina.