2 colleghe, 1 videochiamata e 3 riflessioni sulla psicoterapia in pandemia

Qualche giorno fa sono stata contattata dall’amica e collega Michela Roccello , anche lei autrice di un blog che si intitola Redazioni Terapeutiche. Mi ha proposto di intervistarci a vicenda e di dialogare insieme sull’impatto che la pandemia ha e avrà sul nostro lavoro. Trovate l’intervista a questo indirizzo.

pavan-trikutam-71CjSSB83Wo-unsplash (1)
Photo by Pavan Trikutam on Unsplash

Come spesso accade, una chiacchierata con un collega mette in moto una serie di riflessioni, soprattutto se alla base ci sono già stima e rispetto reciproci. Ahimè spesso nelle libere professioni si fa fatica a concedersi momenti di questo tipo, un po’ per la mancanza di tempo e un po’ perché si vive in una dimensione settoriale e ripiegata su se stessa.

Il 2020 sarà l’anno degli psicologi?
Ho letto questa affermazione in un paio di meme spiritosi , insieme ad altri riferiti agli avvocati divorzisti. Ci sarà più bisogno di noi? Credo sarà probabile; non significa però che avremo un’impennata di richieste, a mio avviso.
La domanda di  psicoterapia passa per una presa di consapevolezza ( ho bisogno di aiuto perché…) alla quale segue l’atto pratico di contattare un professionista: servono tempo, denaro e energie da investire. Come potranno chiedere aiuto coloro i quali hanno perso il lavoro e/o attendono un sostegno economico? Dove troverà il tempo per recarsi in studio una donna e mamma lavoratrice in smartworking con i figli a casa da scuola?
Per quanto siano lodevoli, trovo poco efficaci le iniziative gratuite : questa pandemia dovrebbe averci insegnato a pensare a una sanità efficace ed efficiente sul lungo periodo, non ad un sistema che si improvvisa sulla spinta dell’emergenza. Ti offro un colloquio gratis, e poi? La salute non si cura con le offerte promozionali.

Le nuove tecnologie
Il setting terapeutico si è arricchito in questi mesi di una prospettiva digitale: abbiamo continuato le sedute tramite telefono e videochiamate di vario tipo. Abbiamo installato app, combattendo contro i disguidi tecnici e i rallentamenti di linea. Quella che prima era un’ eccezione riservata a coloro i quali non potevano materialmente recarsi in studio ( italiani all’estero, trasfertisti, studenti fuorisede di rientro) è diventata la normalità.
Dovendo rispettare il distanziamento fisico tutte queste opzioni si sono rivelate utilissime: ovviamente non possono sostituire in pieno ciò che avviene nella stanza di terapia. Ad esempio, viene a mancare una parte di comportamento non verbale e anche il contatto oculare è mediato da un occhio tecnologico. Esistono dei tempi tecnici per cui la voce può arrivare in ritardo o leggermente deformata.
Continuerò a usare queste opportunità, ritenendole un complemento e non un’alternativa alla seduta classica.

I doni della pandemia
Michela, con un’arguta domanda, mi ha fatto pensare ai vantaggi derivanti dal lockdown. Non per tutti infatti si è trattato di un evento negativo: per alcuni è stata una vera e propria opportunità per continuare a procrastinare  o tornare alle care vecchie abitudini. Certo, l’attuazione primal’allentamento poi delle misure di distanziamento può aver causato un aumento dei livelli di ansia; restando a un livello più ampio però quanti di noi hanno lasciato qualcosa in sospeso con l’alibi della pandemia? In cuor nostro, quanto siamo stati sollevati all’idea di non poter fare una determinata cosa?
E ancora: che cosa abbiamo scoperto restando a casa per tutto questo tempo?

Grazie ancora a Michela ( e al suo gatto) per questa interessantissima intervista!

Contattami per un colloquio: puoi scegliere liberamente se svolgerlo da remoto ( telefonata, videoconsulenza,..) o se recarti presso il mio Studio, nel pieno rispetto delle norme igienico-sanitarie vigenti. Per informazioni e/o prenotazioni puoi contattarmi attraverso i recapiti presenti in questa pagina.

 

Bazinga! Che cosa mi ha insegnato The big bang theory

Ammetto di non essere una grande appassionata di serie tv: sono poche quelle che riesco a seguire nel tempo e con un certo interesse. Questo  fa sì che a volte non capisca alcuni meme  o citazioni ispirati alle serie del momento  ( meno male che c’è Google)…

poster-head-new

La mia preferita è sicuramente The big bang theory. L’ho amata al punto da non riuscire a guardare le ultime puntate…non voglio che finisca! Nel frattempo ho iniziato The young Shedon 😉
Ad avermi tenuta pressoché incollata allo schermo per quasi 300 episodi sono state la qualità della sceneggiatura e la bravura degli interpreti ma anche e soprattutto i valori e i messaggi trasmessi. Dei veri e propri insegnamenti di vita: ne ho selezionati alcuni…senza spoiler.

1. Il valore dell’amicizia
The big bang theory è una storia fatta di amicizie che si intrecciano, evolvono e si consolidano nel tempo. I personaggi litigano ( spesso ingigantendo questioni ridicole) eppure trovano un modo per andare oltre, anteponendo la forza dei legami alle questioni personali.

2. La diversità produce ricchezza
Con il progredire delle stagioni fanno la loro comparsa nuovi personaggi ( soprattutto femminili) che si inseriranno pian piano nei ritmi abitudinari già in essere. Le loro diverse modalità di funzionamento portano scompiglio nell’ “ecosistema” preesistente, in un interscambio reciproco e arricchente per tutti i componenti.

3. L’utilità della logica…
Avere una mente dal funzionamento scientifico può tornare utile quando si deve prendere una scelta tra più opzioni. Una disamina razionale dei pro e contro arriva dritta al punto, tralasciando orpelli e titubanze. I protagonisti si avvalgono spesso di diagrammi e tabelle quando si trovano di fronte a un dilemma: l’importante è non esagerare!

4. …e l’importanza delle emozioni
I protagonisti maschili sono i tipici nerd, bravissimi nello studio ma decisamente meno nelle relazioni interpersonali. Con il trascorrere delle stagioni vanno incontro a una vera e propria alfabetizzazione emotiva, stimolata anche dagli incontri con le future fidanzate e mogli. Persino Sheldon ( personaggio dai marcati tratti autistici) arriva a prendere contatto con il suo mondo interiore.

5. Chiedere aiuto 
I personaggi della serie attraversano a turno dei momenti di difficoltà lavorativa o personale. Pur con le loro differenze caratteriali, ci insegnano a chiedere a aiuto e a non farsi vincere dalla vergogna o dai timori reverenziali.

6. Le persone possono stupirci ( in bene )
I momenti emotivamente più intensi della serie vedono al centro i personaggi paradossalmente più granitici e freddi. Come succede nella vita reale, spesso le persone che ci stupiscono positivamente sono le ultime dalle quali ci saremmo aspettati qualcosa.

7. L’importanza delle proprie origini
Nella serie fanno capolino genitori, nonni e fratelli dei diversi personaggi. Alcuni si presentano all’improvviso creando imbarazzo, altri arrivano dopo essere stati chiamati in soccorso. Osservando i loro comportamenti riusciamo a spiegarci meglio quelli dei loro cari, un po’ come in una sessione di terapia familiare.

E voi, cosa avete imparato da una serie tv?

Contattami per un colloquio: puoi scegliere liberamente se svolgerlo da remoto ( telefonata, videoconsulenza,..) o se recarti presso il mio Studio, nel pieno rispetto delle norme igienico-sanitarie vigenti. Per informazioni e/o prenotazioni puoi contattarmi attraverso i recapiti presenti in questa pagina.

 

 

 

 

 

 

Per tentativi ed errori. Storie di croissant ( e di vita quotidiana)

Come tanti italiani ho dedicato parte della mia permanenza casalinga a impastare e infornare. Dopo le ondate di pane e pizza, la scorsa settimana ha preso piede la moda del croissant autoprodotto.
Cosa ci vuole? Mi sono detta. Li hanno fatti tutti , Facebook è pieno di foto. Gente che fino a ieri non sapeva sbattere un uovo senza si è riscoperta pasticcera , se mi ci metto io li faccio anche a occhi chiusi , puff!
Prendo la ricetta che stava girando in quel momento sui social, quella perfetta dal successo garantito. Croissant belli e buoni come al bar, dicevano. Non ne farai più a meno, anche quando i bar saranno riaperti, dicevano. Te li chiederanno amici e parenti, dicevano.
Ecco il  tristissimo risultato:

IMG_20200501_085316
Il primo tentativo di croissant: un mignon in cemento con spolverata di  zucchero a velo.

Non so che bar frequentassero gli autori della ricetta…forse una ferramenta? Sono venuti fuori dei mignon di cemento amato: per pudore non ho fotografato l’interno. I più esperti mi hanno detto che probabilmente la lievitazione non è partita. Tipo i treni regionali che quando arrivi in stazione scopri essere stati soppressi? Più o meno. Avevo seguito la ricetta pedissequamente ma non era bastato.
Forse era un segno del destino o il karma riservato ai terapeuti dei disturbi del comportamento alimentare?

Avevo dinanzi a me una scelta: mettere definitivamente una croce sui tentativi presenti e futuri di qualunque-cosa-come-al-bar oppure riprovare.

Secondo risultato:

IMG_20200502_082818
Questo sì che mi ricorda il “mio” bar: si vedono anche le sfoglie! E sì, mi piace lo zucchero a velo ( mea culpa!)

Che cosa mi ha insegnato questa esperienza di vita domestica?

  1. Anche se una ricetta funziona con il 99% della popolazione, tu potresti rientrare nel residuo 1%. Vale dentro e fuori la cucina: lavoro, vita, relazioni,…
  2. Evita di darti per sconfitto/a se appartieni a quella minoranza. Puoi controllare le cose fino a un certo punto, come per la lievitazione.
  3. Ritenta, semmai cambiando ricette, contesti, ingredienti, persone,…
  4. Alcune cose a prima vista possono sembrare difficili: vai oltre la prima impressione.
  5. Il punto 4 vale anche viceversa.
  6. Quando ci riesci, la soddisfazione è impagabile.
  7. Il concetto di “croissant” come al bar non è uguale per tutti!

 

Nelle prossime settimane riprenderò gradualmente l’attività in Studio, compatibilmente con le normative vigenti. Attualmente rimane attiva l’opzione di prenotare una consulenza telefonica o in videoconsulenza. Per informazioni sulla data di riapertura e per prenotare il tuo colloquio, scrivimi tramite i recapiti presenti in  questa pagina.

Perché ho scelto questo lavoro ( e perché continuo a farlo)

Oggi, in occasione della Festa dei lavoratori, voglio raccontarvi che cosa mi ha portato a scegliere questo mestiere e perché continuo a svolgerlo.

david-pisnoy-46juD4zY1XA-unsplash

Non so se scegliere sia il verbo giusto: avrei desiderato altro? Tranne un momento dell’adolescenza in cui avevo pensato di fare la veterinaria ( finché mi resi conto che la mia inclinazione per la chimica era inversamente proporzionale al mio amore per gli animali) non ricordo di aver mai preso in considerazione altre opzioni.
Il problema è che già da bambina alla domanda “Che cosa vuoi fare da grande?” rispondevo già “La psicologa!” . Erano vani i tentativi della maestra di farmi scegliere un lavoro “più normale”. Un paio di volte per farla contenta risposi gelataia e cantante ( ero già intonata come un citofono in tenera età) e la tranquillizzai una volta per tutte. Come sia realmente iniziata questa fantasia diventata realtà davvero non lo so, probabilmente mi aveva incuriosito la figura di una psicologa scolastica durante un progetto alle elementari: lascio agli amici di matrice freudiana l’ardua sentenza 🙂

Ho sempre trovato interessanti le vite degli altri: provavo a mettermi al loro posto, immaginando cosa avrei provato/sentito io. Alcune volte avrò anche dato dei consigli non richiesti, molte di più me ne hanno chiesti senza che io desiderassi darne. Ero la compagna di banco prediletta, sia perché lasciavo copiare sia perché ascoltavo per ore le pene d’amore altrui. Entrambe le richieste di consulenza mi giungevano spesso in forma di richiesta scritta.

Dall’Università in poi ho scelto la mia formazione specialistica sulla base di ciò che suscitava in me maggiore passione: così oggi sono una terapeuta a orientamento sistemico relazionale. Mi è sempre piaciuta l’idea di vedere la persona come un soggetto attivo che si muove in diversi contesti di vita, li influenza e ne viene influenzato a sua volta in una combinazione unica, nel bene e nel male, nella salute e nella sofferenza. Amo integrare ciò che apprendo nei miei diversi ambiti ( ad esempio il teatro) per migliorare la mia valigetta degli attrezzi lavorativi; sono fermamente convinta che fare rete con altre professionalità non possa che generare una grande ricchezza umana.
In quanto figlia unica la prospettiva di lavorare con le famiglie, specie se allargate e complesse è stata un irresistibile richiamo. Non so cosa voglia dire avere un fratello o una sorella però posso provare ad aiutare le fratrie a stare meglio insieme.

La carriera del terapeuta non è tutta rose e fiori. Si studia tanto ( anche Statistica!) e ci si aggiorna sempre. Non siamo ricchi sfondati come nell’immaginario collettivo di alcuni; spesso bisogna lottare per affermare la propria dignità professionale legittimando la richiesta di compenso. Sono una professionista e in quanto tale il mio lavoro deve esser retribuito, sono io a scegliere se e come fare volontariato. Purtroppo tocca scontrarsi con persone che identificano le professioni di aiuto in toto come un gigantesco ente no profit. “Come fai a chiedere denaro per ascoltare le persone? Perché non le aiuti gratis?“: aspetta che vado un attimo al supermercato e chiedo se mi lasciano una spesa gratis, così mi aiutano a mettere in tavola la cena.

Nella vita privata si cammina sulle uova lungo il confine del “non sto lavorando, non sei il mio caso clinico, ti ascolto ma mi fermo prima di parlare troppo, anzi no ti dico quello che vuoi sentirti dire finché non cambi idea“. Ogni volta che mi presentano una persona nuova – a un compleanno, tra amici,… – c’è quel misto di paura ( “non vorrai farmi la diagnosi eh!”) e curiosità personali ( stanotte ho sognato…). In treno devo fare attenzione alle letture; una sola volta ho commesso l’errore di portarmi gli atti di un convegno e il passeggero accanto si è sentito in dovere di raccontarmi tutta la sua vita. Molto meglio leggere un thriller, meglio se cruento.

Per questi motivi e altri che occuperebbero una Treccani “Siamo tutti un po’ psicologi” è una delle frasi che più riesce a darmi sui nervi. Sentite, mentre sto scrivendo ho messo a lievitare il pan brioche ma non per questo mi reputo pasticcera. Magari nella prossima vita ci faccio un pensierino.

Perché invece continuo a fare questo lavoro? Non trovo miglior risposta di questa citazione dell’immensa Mara Selvini Palazzoli:

Noi come psicoterapeuti, siamo pagati perché la nostra preparazione, i nostri studi, i
nostri abbonamenti, il nostro ambulatorio, costano.
Ma ciò che scambiamo, sul piano dell’incontro, con i nostri pazienti, è impagabile e
ineffabile.
Né ben si sa chi dei due debba essere riconoscente nel senso tradizionale della
parola. Forse entrambi, forse né l’uno né l’altro.

Buon Primo Maggio!