La scrittura espressiva: carta e penna per dar voce alle emozioni

Quando si attraversa una situazione difficile (personale, familiare, lavorativa, di coppia,…) riflettere sull’accaduto può aiutarci a comprendere cosa stia succedendo e a trovare soluzioni più efficaci. Questo processo non è sempre immediato, anzi: può capitare che la riflessione diventi una vera e propria ruminazione. Il ricordo di quanto successo – o sta succedendo – si intromette tra i nostri pensieri e sembra prendere il sopravvento su qualunque altra attività. Non riusciamo a venirne a capo e più ci pensiamo più ci sembra impossibile trovare una via d’uscita.

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Un buon modo per porre fine alle ruminazioni è ” auto-distanziarsi”, cioè iniziare a osservare la situazione da fuori. Così facendo si ha un’ottica più ampia e oggettiva, non solo del problema ma anche delle possibili soluzioni.
Tra le tecniche di auto-distanziamento, la scrittura espressiva è una delle più efficaci e alla portata di tutti :  promuove una rielaborazione dell’esperienza, delle emozioni ad essa collegata e di nuove risposte più funzionali e adattive.
Non essendo un esercizio di “bravura” non sono richieste competenze specifiche;si differenzia della scrittura creativa dove si lavora invece per stimolare l’ingegno e la fantasia.

La scrittura espressiva è una delle tecniche che adopero nel lavoro terapeutico con i pazienti. Insieme abbiamo avuto modo di apprezzarne l’efficacia e la facilità d’uso: per questi motivi ho pensato di offrire, nell’ambito della crescita personale, un percorso dedicato a questa metodologia. La formula sarà quella del laboratorio individuale, articolato in 4 incontri settimanali della durata di 45 minuti ciascuno, in cui verranno affrontati i seguenti temi:

  • definizione del problema che genera sofferenza;
  • stesura di un primo elaborato di scrittura espressiva;
  • lettura e riflessioni sul primo elaborato;
  • redazione di un secondo elaborato, con criteri differenti;
  • lettura e riflessioni sul secondo elaborato;
  • riflessioni finali e chiusura.

Per iscrizioni e informazioni potete telefonarmi al numero 3454551671 oppure contattarmi attraverso questo modulo.
PS entro il 31 ottobre sarà applicata una tariffa promozionale di 180 euro per l’intero pacchetto (anziché 200 euro).

 

 

 

 

Briciole d’amore

L’amore, sotto varie forme, è una delle forze che animano la nostra vita. Nel bene e nel male, nella buona e nella cattiva sorte.
Ognuno di noi dentro di sé ha una sua definizione di “amore” che contempla ciò che si è disposti ad accettare e a donare. Questi parametri sono passibili di modifiche nel corso del tempo, per esigenze interne e/o esterne. Del resto, per il buon funzionamento di una coppia bisogna imparare a pensarsi in due, pur mantenendo la propria individualità. Limitando gli egoismi ma anche le simbiosi.
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Credits: Lanty
In terapia uso spesso la metafora della relazione d’amore come torta. Si cerca una ricetta priva di allergeni per entrambi e dal gusto condivisibile. Ci si dividono i compiti secondo le proprie inclinazioni e capacità e si collabora per aggiungere gli strati. Le decorazioni non saranno perfettamente simmetriche, affinché ciascuno si ricordi di avere una propria individualità. Ciascun partner proverà ad assaggiare i dettagli preferiti dall’altro, riconoscendo che esistono differenze che arricchiscono anche quando non condivise.
Restando in pasticceria, pensiamo a cosa succede se la torta è completamente decisa da uno dei due. Può capitare di trovarsi una torta già confezionata, in cui non si viene coinvolti in nessuna parte del processo. Una torta che non piace, come gusto o come estetica. O ancora, una torta bellissima ma che non può essere assaggiata perché contiene allergeni.
Infine, un’altra sgradevole situazione: un vassoio pieno di briciole.  Quelle che io chiamo briciole d’amore.
Fin qui, la metafora. In pratica, queste le situazioni più tipiche:
La relazione parallela. Non può/vuole terminare la relazione già in essere. Spesso ci sono dei figli di mezzo o un/a compagno/a che soffrirebbe troppo per la separazione. Vengono addotte anche motivazioni economiche, case da dividere, imprese di famiglia,…
Il trauma dell’ex. Uno dei due sta ancora spalando le macerie di una relazione precedente, occupazione tale per cui non può ancora riservare altro tempo e spazio per una nuova persona. Il fantasma dell’ex aleggia continuamente e viene utilizzato come metro di paragone con cui valutare le intenzioni future.
Ancora troppo figlio/a per essere partner. Questo è il caso in cui la persona è talmente invischiata con la sua famiglia di origine da non riuscire a vedersi come individuo in grado di avere una vita  propria. Le sue decisioni sono influenzate, più o meno esplicitamente, dal parere dei genitori.
Non rinuncio alla mia vita. Ci sono persone che temono che iniziare una relazione significhi in automatico venire completamente privati dei propri spazi, delle abitudini, degli hobby, degli amici,… forse in passato hanno faticato a mantenere un proprio spazio, forse hanno visto qualcuno fare così e hanno deciso di diventare l’opposto.
Queste quattro categorie ovviamente non sono esaustive della complessità umana ma sono utili per esemplificare il concetto. Non è detto che siano sempre in mala fede, anzi. La realtà dei fatti spesso però ci dice che non riescono a dare all’altro nulla in più che una manciata di queste briciole. Come affrontare una situazione del genere?
Parto sempre dal presupposto che, a meno di particolari problematiche, l’essere umano sia in grado di scegliere. Potrebbero quindi esserci casi in cui al partner le briciole stiano bene e non c’è null’altro che desideri. Pertanto, cercherò di fare riferimento a quei casi in cui si vorrebbe altro.
Possiamo agire il cambiamento sui noi stessi, difficilmente gli altri cambiano se non lo vogliono. Quindi, se avete a che fare con un dispenser di briciole, mettetevi l’anima in pace: se gli/le sta bene così, difficilmente farà diversamente. Certo, ci sono casi in cui la questione si sblocca con il tempo e l’instaurarsi della fiducia reciproca. Quanto siete disposti ad aspettare? 
Bisogna sì distinguere l’amore idealizzato da quello reale, ma nemmeno rinunciare alle proprie idee. Su cosa sentite di non poter ritrattare in alcun modo?
Tornando alla metafora iniziale: se l’amore è una torta, è pur vero che non tutte le torte riescono bene. Alcune crollano, altre hanno un gusto orribile: sono comunque frutto di un tentativo. Quanto sforzo vi richiede questa situazione? Vi sembra ricambiato?
E se le briciole non vi bastano più, alzatevi dal tavolo.
Spesso l’accontentarsi delle briciole d’amore nasconde un problema con radici più profonde, meritevole di un approfondimento. Se questa situazione si ripete nel tempo, rischia di diventare una costante della propria vita (non solo sentimentale, ma anche lavorativa, sociale,…) e di minare profondamente l’autostima. Per fissare un colloquio presso il mio studio a Torino ( o, a seconda dei casi, in videoconsulenza) telefonare al numero 3454551671 o compilare questo  modulo.

Emozioni Non Identificate

Da qualche tempo sto notando uno strano fenomeno, dentro e fuori dal mio studio: c’è una difficoltà a riconoscere le emozioni che si provano, in particolare quelle negative.

“Sto male”, ma in che senso? Sei triste, arrabbiato, confuso,…?
La mancata identificazione delle emozioni può portarci a  gestirle in maniera scorretta, ad esempio mangiando quando non abbiamo fame. Può causare uno sconfinamento del malessere anche in altri contesti di vita: se il mio stare indefinitamente male nasce in casa, è molto probabile che mi accompagni anche sul lavoro, a scuola e nelle relazioni interpersonali.
Si piangono lacrime di origine sconosciuta, si avvertono dolori fisici che non hanno cause organiche. La “colpa” non è (solo) della tecnologia o dei social network, ma più in generale di una mancanza di tempo da dedicare all’ascolto di noi stessi. Non siamo più abituati a essere connessi con i nostri stati interni.

Che fare?
Innanzitutto, fermiamoci un istante.
Ascoltiamo il malessere: si fa sentire nel corpo da qualche parte? Mi fa venire il mal di testa? Pesa sullo stomaco? Mi causa un nodo alla gola?
Da quanto tempo mi sento così? In quali luoghi o situazioni lo avverto di più?

Serve aiuto?
Uno studio del 2013 ha pubblicato i risultati di un esperimento condotto  su 700 persone alle quali è stato richiesto di riportare su una “mappa” dell’organismo dove sentivano una serie di emozioni precedentemente indotte.

 

 

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Se l’esperimento vi interessa, potete partecipare online da questo link.

Il mancato ascolto (o la confusione) delle nostre emozioni rischia di farci vivere in una condizione di malessere, anche fisico. Se stai attraversando questa condizione e stai cercando un supporto psicologico, contattami al numero 3454551671 o tramite il modulo presente in questa pagina.

La paura del dentista: tra genetica e odontofobia

Diciamoci la verità: andare dal dentista non è esattamente una delle gioie della vita; al tempo stesso è un importante appuntamento per la nostra salute. Che si tratti del controllo di routine o – ahinoi!- di un’emergenza , evitare di andarci potrebbe peggiorare la situazione. In molti casi la paura nasce da esperienze negative passate, ad esempio cure dentali cui siamo stati sottoposti durante l’infanzia.
Finché la situazione è comunque gestibile e , seppur di malavoglia, riusciamo ad andarci, ci limitiamo a parlare di paura.
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Secondo una recente ricerca, sembrerebbe che tale paura possa avere anche una causa genetica. Lo studio, a cura dei ricercatori della West Virgina University Cameron Randall e Daniel McNeil  dimostra che la paura del dolore, correlata ma separata dalla paura del dentista,  è ereditaria. Si tratta di una scoperta che potrebbe contribuire a una maggior consapevolezza da parte dei professionisti della salute dentale di ciò che fa più paura ai loro clienti e di cosa fare per poterli rassicurare maggiormente.
Esiste invece una fobia vera e propria, catalogata anche dall’ OMS, che si chiama odontofobia. Avere una fobia significa sperimentare un’intensa paura (anche con attacchi di panico) nei riguardi di una situazione, un oggetto, un evento specifico: in questo caso si tratta del dentista e tutto ciò che lo riguarda. Si stima che ne soffra circa il 15-20% della popolazione.
L’odontofobico razionalmente sa benissimo che la sua paura è sproporzionata ma non può fare a meno di angosciarsi e di mettere in atto una serie di strategie di evitamento quali:
  • rimandare le visite di controllo;
  • in caso di emergenza, evitare di prendere appuntamento tentando di automedicarsi (assumendo per esempio antidolorifici);
  • fissare l’appuntamento e non presentarsi;
  • abbandonare la sala d’aspetto prima del proprio turno;…
Questi comportamenti rischiano di far peggiorare il problema, con il rischio di provare ancora più dolore e andare incontro a complicazioni (pensiamo ad esempio a un’infezione trascurata nel tempo).
Se per cause di forza maggiore si trova lo stesso sulla poltrona del dentista, chi soffre di questa fobia potrà provare un’angoscia così forte da sentire sintomi fisici di una certa importanza come tachicardia, tremori, sudorazione, iperventilazione,… Non solo questo stato aumenta la percezione di allarme e quindi l’angoscia, ma può far sì che ogni manovra del professionista venga percepita come estremamente dolorosa. Ad esempio, si sentirà dolore al solo udire il rumore del trapano, anche se non si è stati nemmeno sfiorati; si avrà una rigidità muscolare tale da rendere più difficile il trattamento, e  così via…
Per affrontare la paura del dentista possono essere messe in atto alcune strategie:
  • affidarsi a un dentista di fiducia con cui condividere le proprie paure;
  • porre domande sulle varie fasi del trattamento, chiedendo che tipo di sensazione sarà avvertita ( stringere, premere,…)
  • programmare, laddove possibile, le sedute con un certo anticipo e farsi spiegare bene cosa verrà fatto e come;
  • informarsi con lo specialista sulle tecniche per diminuire il dolore e sulla possibilità e opportunità di usare anestesie a seconda del lavoro da svolgere;
  • farsi accompagnare da una persona cara all’appuntamento;
  • confrontarsi in maniera sana con chi ha già svolto trattamenti simili e può rassicurare, evitando i pareri di chi cerca solo di spaventare;
C’è da dire che ormai la gran parte dei dentisti ha una formazione specifica sulla gestione dell’ansia nei pazienti: non c’è nulla di vergognoso nel comunicargli le proprie paure, anzi! Un professionista adeguatamente formato descrive spontaneamente le caratteristiche di ogni cura, concordando col il paziente un segnale di “stop” con cui fermarsi immediatamente (di solito è un cenno della mano).
Se questi accorgimenti non bastano e/o si è in presenza di una vera e propria fobia, è opportuno considerare l’ipotesi di rivolgersi a uno psicologo. Insieme si lavorerà sulle origini del problema, sulle strategie per affrontarlo e sulle tecniche di rilassamento da praticare in prossimità della seduta dal dentista. Per prenotare un appuntamento presso il mio studio a Torino ( o per chi fosse impossibilitato, una consulenza online), potete telefonare al numero 3454551671 o scrivermi dal modulo presente in questa pagina.
Ho personalmente sperimentato per anni la paura del dentista, purtroppo a causa di brutte esperienze pregresse. Anche io mettevo in atto alcune delle strategie sopra citate, come saltare i controlli di routine (peggiorando sicuramente alcuni problemi che sarebbero stati di lieve entità se trattati in tempo!!).
Da qualche mese a questa parte sto seguendo un ciclo di cure presso un centro con professionisti preparati, comprensivi e molto empatici. Quasi ridendo li ho messi al corrente dei miei timori, credendo di fare brutta figura proprio in virtù della mia professione! Invece non solo sono stata accolta, ma sono stata rassicurata e in ogni seduta so già cosa succederà e che in caso di disagio posso chiedere una pausa.
Non solo le mie paure sono praticamente scomparse, ma in un paio di sedute ho persino rischiato di addormentarmi sulla poltrona, tale era la mia condizione di rilassamento!
…sconfiggere le proprie paure è un’esperienza bellissima e rinvigorente 🙂

Vuoi farcela? Sii il tuo primo supporter

Quante volte affrontiamo una prova (sportiva, scolastica, lavorativa,…) pensando “non ce la farò mai”? Quanto spesso ci rendiamo conto che questo atteggiamento negativo può influenzare l’effettiva riuscita del nostro compito? Finiamo così per darci, ahimè, ragione.
Questo autodialogo interno in psicologia viene chiamato self-talk. La buona notizia è che, oltre alla versione negativa, siamo perfettamente in grado di produrne una positiva. Non è così immediato riuscirci, soprattutto se abbiamo qualche problema di autostima, però possiamo imparare

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Un recente studio pubblicato su Frontiers in Psychology ha dimostrato che il self talk positivo è tra le più efficaci abilità motivazionali.
I ricercatori, in collaborazione con il BBC Lab UK, hanno sottoposto oltre 44mila persone a un esperimento per indagare l’efficacia di diverse strategie auto-motivazionali. I partecipanti hanno preso parte ad un gioco online e il loro punteggi venivano monitorati e confrontati. Altre abilità analizzate sono state l’immaginazione (visualizzarsi nella situazione futura) e il pensiero ipotetico (pianificazione del tipo “se…poi”).
Coloro che dicevano a se stessi frasi quali “posso migliorare il mio punteggio“, “la prossima volta farò meglio” hanno effettivamente conseguito risultati più alti rispetto a coloro i quali adottavano le altre strategie.

Posta in questi termini, la questione rischia di essere banalizzata.
Voglio ribadire (come speso faccio con i miei giovani pazienti!) che non si può pensare di superare un esame senza aprire il libro, né vincere una gara senza allenamento. Il self-talk non è una bacchetta magica che fa scendere su di noi la scienza infusa. Nell’avvicinarci a una prova non possiamo prescindere da impegno, dedizione e costanza. La motivazione ha bisogno di solide basi.
In quest’ottica il self-talk assume il ruolo di supporter interno: se non siamo i primi tifosi di noi stessi, perché dovrebbero esserlo gli altri?!

 

Perché stai urlando?

La nostra voce non veicola solo parole. Basta modificarne volume e intonazione per trasmettere, a parità di parole, emozioni completamente opposte. Spesso sono questi ultimi aspetti a restarci più impressi e a influenzare i nostri stati d’animo.

Cosa succede quando durante una discussione si inizia a urlare?
Chi alza troppo il volume della voce sta cercando di prendere il controllo della situazione, dominare l’altro, imporre le sue idee. Anche il linguaggio del corpo trasmette aggressività: ci si avvicina all’interlocutore invadendo il suo spazio personale, rimarcando la propria superiorità.
L’interlocutore può reagire in modi diversi: sentirsi minacciato, prepararsi a chiudere l’interazione al più presto, sentirsi sovrastato, pensare al contrattacco, trovare nuove modalità per riprendere il controllo. Tutto, tranne ascoltare realmente.

Qual è stata l’ultima volta in cui hai urlato?
Con chi?
Come stavi durante?
Come sei stato/a dopo?
Come pensi sia stato/a il tuo interlocutore?pablo (21).png

Dietro l’aggressività verbale può nascondersi un problema di autostima: non ho abbastanza fiducia nelle mie idee perciò “distraggo” il mio interlocutore dal contenuto cercando di sovrastarlo. Urlare non serve a farsi ascoltare; peggiora solo la qualità della comunicazione e della relazione nel suo complesso.

Per imparare a farsi ascoltare e a comunicare in una maniera rispettosa di sé e degli altri si può lavorare sulle tecniche di comunicazione assertiva