Emozioni Non Identificate

Da qualche tempo sto notando uno strano fenomeno, dentro e fuori dal mio studio: c’è una difficoltà a riconoscere le emozioni che si provano, in particolare quelle negative.

“Sto male”, ma in che senso? Sei triste, arrabbiato, confuso,…?
La mancata identificazione delle emozioni può portarci a  gestirle in maniera scorretta, ad esempio mangiando quando non abbiamo fame. Può causare uno sconfinamento del malessere anche in altri contesti di vita: se il mio stare indefinitamente male nasce in casa, è molto probabile che mi accompagni anche sul lavoro, a scuola e nelle relazioni interpersonali.
Si piangono lacrime di origine sconosciuta, si avvertono dolori fisici che non hanno cause organiche. La “colpa” non è (solo) della tecnologia o dei social network, ma più in generale di una mancanza di tempo da dedicare all’ascolto di noi stessi. Non siamo più abituati a essere connessi con i nostri stati interni.

Che fare?
Innanzitutto, fermiamoci un istante.
Ascoltiamo il malessere: si fa sentire nel corpo da qualche parte? Mi fa venire il mal di testa? Pesa sullo stomaco? Mi causa un nodo alla gola?
Da quanto tempo mi sento così? In quali luoghi o situazioni lo avverto di più?

Serve aiuto?
Uno studio del 2013 ha pubblicato i risultati di un esperimento condotto  su 700 persone alle quali è stato richiesto di riportare su una “mappa” dell’organismo dove sentivano una serie di emozioni precedentemente indotte.

 

 

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Se l’esperimento vi interessa, potete partecipare online da questo link.

Il mancato ascolto (o la confusione) delle nostre emozioni rischia di farci vivere in una condizione di malessere, anche fisico. Se stai attraversando questa condizione e stai cercando un supporto psicologico, contattami al numero 3454551671 o tramite il modulo presente in questa pagina.

Un nuovo approccio per la perdita di peso: accetta la sfida!

Chi è stato a dieta almeno una volta nella vita se ne sarà già accorto: spesso è più facile perdere  i kg in eccesso che mantenere il peso forma raggiunto nel tempo. Questo è dovuto a un misto di perdita di motivazione, difficoltà a trovare nuovi stimoli e  mancanza di alternative con cui fronteggiare gli stimoli che invogliano a un cattivo stile di vita.

Secondo un nuovo studio pubblicato sulla rivista Obesity esisterebbe una nuova strategia per affrontare queste insidie: un trattamento che, oltre alle indicazioni su dieta e attività fisica, permetta alla persona di “agganciare” la perdita di peso al conseguimento di un obiettivo personale più forte e importante.

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Questo approccio si chiama Acceptance-based behavioral therapy e si basa appunto sull’accettazione di una serie di piccoli- grandi traguardi rilevanti per l’individuo. Alcuni esempi sono il  poter indossare un certo abito per una festa, raggiungere il proprio appartamento utilizzando le scale al posto dell’ascensore, mantenersi sani e attivi per poter essere dei nonni presenti per i propri nipoti.

Una volta individuata la “sfida”, è fondamentale lavorare sulla consapevolezza delle difficoltà che verranno. I comportamenti necessari alla perdita di peso – dieta, esercizio fisico,…- inevitabilmente producono un iniziale malessere. Si tratta di rinunciare all’urgenza di mangiare quel dolce che avrebbe funzione consolatori, trovare il tempo e la voglia di fare attività anziché starsene sul divano a guardare un telefilm, affrontare le sensazione di deprivazione, stanchezza, rabbia, sfiducia.

Il terzo punto riguarda l’apprendimento di nuove strategie per comprendere quali siano gli stimoli che possono potenzialmente innescare un comportamento malsano, come ad esempio mangiare una vaschetta intera di gelato per contrastare la tristezza. Individuati i fattori scatenanti, insieme al terapeuta si cercano nuove soluzioni più sane per imparare a gestirli.

Stai cercando un supporto psicoterapeutico da affiancare al tuo percorso di perdita di peso? Vuoi imparare a gestire le emozioni non più con il cibo? Prenota un colloquio presso il mio Studio a Torino telefonando al numero 3454551671 oppure scrivendo da questo modulo.

Buona Pasqua

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Vuoi un cervello più giovane? Fai le scale!

 

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Uno dei poster della campagna “Take the stairs!” – Fai le scale!

In uno studio di recente pubblicazione è stato scoperto che il cervello si mantiene più “giovane” in coloro che hanno frequentato la scuola più a lungo e fanno più frequentemente le scale a piedi. In particolare, i ricercatori hanno riscontrato che l’età cerebrale diminuisce di 0,95 anni per ogni anno di istruzione e di 0,58 per ogni sessione giornaliera di scale a piedi (per esempio due piani di rampe). Questi dati sono stati raccolti  utilizzando l’imaging a risonanza magnetica (MRI) su 331 adulti tra i 19 e i 79 anni.

” Questo studio dimostra che l’istruzione e l’attività fisica influenzano la differenza tra una previsione fisiologica di età ed età cronologica , e che le persone sono attivamente in grado di fare qualcosa per aiutare i loro cervelli a restare giovani “, affermano i ricercatori.
” In confronto a molte altre forme di attività fisica , fare le scale è qualcosa che la maggior parte degli adulti più anziani può già fare almeno una volta al giorno , a differenza di forme vigorose di attività fisica. Questo è incoraggiante perché dimostra che una cosa semplice come salire le scale ha un grande potenziale come strumento di intervento per promuovere la salute del cervello.”

Se non siete ancora convinti dei benefici del fare le scale, in questa infografica ne trovatae altri: vi bastano? 😉

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PsicoLinee è anche un gruppo su Google+

Da oggi, oltre che una pagina Facebook, PsicoLinee ha anche un gruppo su Google+.
Si tratta di un esperimento (devo ancora capire bene come funziona!) per aumentare le modalità di interazione con chi frequenta questo spazio.

Per iscrivervi clicccate QUI o fate copia-incolla nella barra degli indirizzi di questo link:
https://plus.google.com/u/0/communities/113383388321510743415

Le regole sono poche e semplici, improntate a una pacifica convivenza virtuale.
Come sempre, se volete porre domande su situazioni specifiche vi invito a contattarmi meglio in privato così ne parliamo meglio ed eventualmente- se vivete a Torino e dintorni- possiamo fissare un appuntamento.

Buon gruppo a tutti!
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L’autocriticismo: come silenziare il “piccolo critico” dentro di noi

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Qualche giorno fa è uscito su Psicologi Online un mio articolo intitolato “Il piccolo critico dentro di noi”. Parlo dell’autocriticismo, cioè quella tendenza ad assecondare quella parte di noi che ci ripete sempre quanto siamo inadeguati, incapaci, brutti,difettosi,…
Avere la capacità di mettersi in discussione e valutare se stessi e il proprio operato è una buona qualità, ma il problema di questo “piccolo critico” è che vuole avere sempre ragione a prescindere. Questo lo rende uno dei peggiori ostacoli al cambiamento, soprattutto quello auspicato da chi intraprende una psicoterapia.

Per l’identikit del piccolo critico vi rimando all’articolo: qui vedremo invece una strategia per combatterlo…e metterlo a tacere.

  1. Ascoltatelo.
    Mettetevi a quattr’occhi e ascoltate che cosa abbia da dirvi il vostro autocriticismo. Fate un elenco di ciò che dice, senza ripetizioni.
  2. Leggete l’elenco e iniziate a confutarne i punti uno alla volta, annotando le prove che potete portar a vostro favore. Se ad esempio, uno dei punti è “non sei capace a fare nulla”, annotate tutti traguardi che avete raggiunto, anche quelli che vi sembrano insignificanti.
  3. Se per un punto non trovate prove a vostro favore, trasformate la frase in maniera propositiva. Ad esempio: “Sul lavoro nessuno si accorge di te” potrebbe diventare “Cosa posso fare per migliorare la mia presenza lavorativa?”. Rivolgetevi a voi stessi come fareste con un bambino: incoraggiatevi, datevi spunti per crescere.
  4. Razionalizzate le energie. Dare ascolto al piccolo critico vi distoglie da cose molto più importanti nella vita, tra le quali gli obiettivi che in questo momento sentite di non raggiungere.
  5. Niente alibi.
    L’autocriticismo negativo è spesso una scusa in cui ci trastulliamo per non mettere in atto un vero cambiamento. Le novità spaventano perché non sappiamo cosa aspettarci e in certi casi è più “sicuro” (con tante virgolette) restare ancorati alle negatività note.

 

A questo punto è giunto il momento di congedare il piccolo critico: prendete un bel foglio di carta e iniziate a scrivergli un avviso di sfratto, con tanto di luogo e data. Non avete bisogno dei servigi di un personaggio che passa le sue giornate a blaterarvi cattiverie e a buttarvi giù di morale. Uno che giudica soltanto e non fa nulla di produttivo. Un coinquilino che si è autoinvitato in casa vostra, non aiuta con le spese o con i lavori di casa e anzi vi rimprovera in tutto ciò che fate. Un abusivo che sta rubando il posto alla parte di voi che potrebbe sostenervi in ciò che fate, darvi la carica e aiutarvi a potenziare in maniera positiva ciò che sentite come carente.

Se il vostro autocriticismo è davvero imponente, pervasivo della vostra vita e si riflette negativamente sulla qualità delle vostre relazioni, provate a considerare l’idea di consultarvi con uno psicologo. Il vostro disagio potrebbe avere radici più profonde nel tempo e necessitare di un lavoro specifico. Non è detto che vi serva un percorso molto lungo, né che abbiate qualcosa di grave! Chiedere aiuto è il primo passo per sentirsi – e diventare – più forti.

L’ansia mette in ombra i tuoi lati positivi

Queste due vignette (comprensibili anche da chi non conosce bene l’inglese) esprimono n maniera efficace come l’ansia riesca a mettere in ombra le nostre caratteristiche positive.

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( fonte: elena-the-alter-ego.tumblr.com)

Per misurare il tuo livello di ansia, QUI trovi la Scala di Autovalutazione di Zung (NB, non è un strumento diagnostico!).

PS: disegni vignette simili a quella postata e ti piacerebbe pubblicarle gratuitamente sul mio blog? Scrivimi attraverso i recapiti presenti nella sezione contatti 🙂

Se di bullismo si parla solo quando è in prima pagina

Bullismo-conseguenze

In queste ore il bullismo è tornato di nuovo tra le notizie di cronaca: una ragazza dodicenne di Pordenone si è lanciata dal balcone di casa, lasciando delle lettere a spiegazione del suo gesto (fortunatamente, mentre scrivo questo articolo, è fuori pericolo).

Si sta verificando l’ormai ben nota prassi per cui, quando avviene un fatto di cronaca del genere, si parla di lotta al bullismo con tanti bei proclami, si fanno dibattiti con fior di esperti in tv e i politici dei diversi schiarimenti spolverano proposte di legge. Lo stesso fenomeno che si verifica quando una donna viene uccisa dal suo (ex) compagno.

Cosa succederà tra qualche settimana?
Il nulla, ahimè.
La nostra attenzione sarà catalizzata da altri eventi: si dibatterà di immigrazione clandestina, lotta al terrorismo, divorzi vip.

Ogni volta mi sembra di rivivere la scoperta dell’acqua calda: il bullismo non se lo sono inventato i ragazzini di oggi. Certo, ora viaggia di pari passo con le evoluzioni tecnologiche tant’è che parliamo anche di cyber-bullismo.

Sui criteri di definizione del fenomeno sono stati scritti molti libri (a mio avviso, uno dei migliori rimane il testo di Ada Fonzi), pertanto mi sembra superfluo tediarvi con una dissertazione accademica.

Piuttosto, vorrei raccontarvi com’è che ci sente in una situazione simile.
Non hai più un nome e cognome: la tua identità si riassume tutta in un epiteto, un’ingiuria, un soprannome di pessimo gusto. A seconda dei casi diventi “grassone”, “terrona”, “befana”, “secchione”, “lecchina”…eccetera eccetera. Ovviamente se nessuno prova a farti capire che tu sei ben altro, più passa il tempo e più ti convinci che i tuoi pari hanno ragione. La maggioranza si è espressa e il tuo parere non conta nulla.
Vieni preso di mira: ti svuotano il portapenne nell’immondizia, ti tagliano i capelli di nascosto, ti versano delle colla nelle tasche del giubbotto. Ti prendono il diario e scarabocchiano come fosse loro, ritagliano la tua foto dall’annuario perché non hai dignità alcuna di apparirvi.
Se c’è da calendarizzare un’interrogazione, ti fanno capire senza troppi giri di parole che o passi per primo, o passi per primo. Poco importa se dovrai fare nottata per ripassare tutto: non hai il diritto di disporre del tuo tempo come meglio credi.
All’uscita da scuola ti spintonano per le scale come un birillo e continuano sul piazzale fino a farti cadere in una pozzanghera. Le vessazioni continuano se avete la sfortuna di prendere lo stesso autobus.

Diventi sempre più insicuro.
La ciliegina sulla torta arriva quando provi a rivolgerti a un insegnante e la cosa migliore che ti senti rispondere è “porta pazienza, l’anno prossimo la scuola finisce” oppure “ignorali e fai finta di nulla“. A quel punto capisci che non servirebbe a nulla raccontarlo a casa, faresti solo preoccupare tutti per una cosa che “tanto sta per finire” e che “succede in tutte le classi“, “mica solo a te, anche a noi professori ce ne fanno di ogni“.

Pazienza un emerito cavolo.
Perché il bullismo non è un raffreddore che devi aspettare passi da sé!
Si tratta di un trauma che si ripercuote anche in futuro. Ormai lo abbiamo capito: basta proclami, basta progetti a spot, basta giovani vittime, basta tornare sempre punto e capo.

Ci decidiamo a fare qualcosa di SERIO e STRUTTURATO nel tempo??? Rivolgo questo appello a tutti: istituzioni, scuola, famiglie, educatori, psicologi,…

Ps nell’esempio qui sopra non ho citato né i social, né internet in generale. Sapete, 15 anni fa non erano ancora diffusi. Perché questo esempio è una storia vera, la mia.

(Se sei arrivato/a su questa pagina perché stai cercando un sostegno psicologico mirato, contattami. Ti ricordo che nel caso in cui tu sia minorenne ho bisogno del consenso dei tuoi genitori o tutori legali per poterti prendere in carico!)