7 motivi che rendono le videochiamate stressanti

Tra smart working, teledidattica o semplici chiaccherate, si sta moltiplicando il nostro utilizzo di app e piattaforme di videoconferenza: Zoom, Hangout, WhatsApp, Skype, … SI tratta di mezzi utili ad accorciare virtualmente le distanze ma  per alcuni possono rappresentare una grande fonte di stress. Vediamo insieme alcune possibili spiegazioni, attraverso una delle mie tanto amate liste 🙂

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Gli umani non sono gli unici alle prese con lo smart working…

1.Siamo insieme virtualmente ma distanti fisicamente

Unire un gruppo di persone su uno schermo  non è come radunarle nella medesima stanza. Ci si trova mentalmente in un posto ma fisicamente in un altro, ciascuno per conto proprio. In alcune circostanze questo scollamento può risultare emotivamente difficile, pensiamo ad esempio a una maestra e ai suoi piccoli alunni o a un gruppo di colleghi abituati a vedersi tutti i giorni e a condividere piccoli rituali come la pausa caffè.

2. La tecnologia ci mette del suo ( non sempre in meglio)

Ebbene sì, siamo nel 2020 ma la tecnologia non funziona sempre come vorremmo. Soprattutto nelle fasce orarie di maggior saturazione delle reti telematiche, è esperienza comune e diffusa avvertire rallentamenti o blocchi di voce/immagine durante la videochiamata. Può capitare a noi o ai nostri interlocutori; se succede più volte diventa estremamente frustrante portare avanti una conversazione. Inoltre, non tutti hanno a disposizione connessioni e supporti idonei, tant’è che in questi giorni si sta dibattendo sulla scuola in teledidattica come ulteriore marcatore della divisione tra classi sociali più o meno abbienti.

3. Ci sentiamo osservati

Collegarsi da casa significa rivelare una parte di sé agli interlocutori: è il nostro habitat e non tutti abbiamo il piacere di condividerlo. Provare imbarazzo nel mostrare una piccola porzione di casa è legittimo, soprattutto se siamo connessi con persone semisconosciute ( es. un collega di un’altra sede) o delle quali temiamo un giudizio ( es. professore universitario durante un esame); non si ha tempo o voglia di ordinare tutto accuratamente e ci si preoccupa di ciò che si vede nell’inquadratura. C’è chi rimedia ponendo un telo bianco ( lenzuolo) alle sue spalle, chi utilizza la funzione di offuscamento/sostituzione dello sfondo.

4. La gestione delle pause e dei silenzi

Nel corso di una conversazione di gruppo le pause sono la norma: accade dal vivo, perché non dovrebbe essere lo stesso online? La differenza sta nel significato che viene attribuito al silenzio in questa seconda circostanza. Un eventuale moderatore potrebbe avere la funzione di assegnare dei turni di parola e smistare gli interventi, riducendo i tempi morti. Online diventa più difficile perché il silenzio potrebbe essere dovuto a un problema tecnico, a un rallentamento della comunicazione o semplicemente a un momento di imbarazzo.

5. La fatica fisica

Stare seduti davanti a un pc per molte ore non è proprio il massimo. Una postura errata può provocare a lungo andare dolori ( es. mal di schiena, cervicalgia,..) e gli occhi si affaticano a forza di fissare lo schermo. Anche se non si dispone in casa di una postazione ergonomica è importante stare seduti correttamente.

6. La complessità della comunicazione

Durante una conversazione mettiamo insieme più elementi, verbali e non . Nel formato virtuale abbiamo una voce che può arrivare più o meno distorta e una gestualità limitata dall’inquadratura; il contatto oculare inoltre è mediato dalla webcam: se guardiamo l’obiettivo non guardiamo gli occhi del nostro interlocutore e viceversa.

7. Non sempre abbiamo voglia

Chi ha detto che solo le videochiamate di lavoro possono risultare stressanti? Anche vedersi online con amici e parenti può essere altrettanto faticoso. Se nel primo caso abbiamo un obbligo di tipo “istituzionale”, a volte accettiamo di partecipare all’ennesimo aperitivo su Zoom solo per non dare un dispiacere agli altri. Il senso di colpa ci dice: coraggio, hai sopportato per 4 ore il tuo capo in video, perché non dovresti voler vedere i tuoi amici? In realtà abbiamo tutto il diritto di declinare l’invito se non abbiamo voglia, anziché sottoporci all’ennesimo stress della giornata. Chi ci vuol bene capirà.

Per concludere…

Le videochiamate sono molto utili ma come abbiamo visto possono anche essere causa di stress. Proprio per questi motivi sarebbe bene limitarle e partecipare a quelle strettamente necessarie o che ci riempono di emozioni positive. Se vogliamo sentire qualcuno possiamo fare una semplice telefonata, senza doverci per forza vedere in video ( e magari restare comodamente in pigiama e bigodini!). Evitiamo di farci fagocitare dagli schermi, anche televisivi, dedicandoci maggiormente alla cura di noi stessi.

 

Un altro settore che ha visto un trasloco da spazio fisico a online è quello della psicoterapia. Possono esserci alcune delle difficoltà che ho appena elencato, è innegabile. Da parte mia mi sto impegnando a limitarle al minimo, ad esempio tarando la durata delle sedute in modo da non renderle “tecnologicamente stressanti” per il prossimo. Se desideri avere ulteriori informazioni, capire come funziona o prenotare un colloquio  puoi contattarmi ai recapiti presenti in questa pagina.

 

La smania di fare

Ho tanto tempo a disposizione. Potrei approfittarne per imparare a cucinare il pane con quella ricetta che ho salvato, infornare un ciambellone e mentre aspetto preparare il tiramisù. Dopo invece potrei farmi una maschera per il viso e nel frattempo guardare un tutorial di pettinature…e perché no anche fare un impacco ristrutturante per le doppie punte, avevo salvato la ricetta di un intruglio da Pinterest. E poi nei 30 minuti di posa ci starebbe giusta una puntata di quella serie. E anche una piccola manicure.
Devo anche darmi da fare quindi mi iscrivo a un paio di seminari online , aspetta però ho anche la diretta YouTube da seguire alla stessa ora, fammi vedere gli orari. Sì potrebbe andare, giusto in tempo per l’inizio del workout quotidiano su Instagram. A proposito, oggi seguo gag o pilates?!
Finalmente posso dedicarmi a quella pila di libri , è giunta l’ora di smaltirla e poi chissà che non trovi l’ispirazione per finire quello che sto scrivendo io. Già che accendo il pc sarebbe il caso di riordinare le cartelle, archiviare un po’ di file ed editare le foto delle vacanze che sono ancora lì. Magari le organizzo in un fotolibro e me lo faccio spedire e già che ci sono ordino un altro paio di cose, sempre che ci siano finestre di consegna.
Suona il telefono, ho una videocall di gruppo  ma sono ancora in pigiama,  butto giù, corro verso il bagno e mi rendo presentabile perlomeno dalla vita in su! Mamma mia come passano le ore, sono qui da stamattina e non ho fatto ancora nulla… com’è possibile che il tempo non basti mai?!

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Respira.

Vi siete ritrovati nell’esempio che ho appena descritto? Tranquilli, siete in buona compagnia.
Nelle ultime settimane è capitato che diverse persone – pazienti o amici – mi raccontassero di questa nuova forma di pressione sociale : devo fare qualcosa per ottimizzare il tempo durante la “quarantena”. Tanto più siamo (virtualmente) circondati da persone che svolgono attività 24/7, tanto più ne avvertiamo il peso.

Non siamo obbligati a occupare il tempo. Non è una gara a chi fa di più.
Semmai, utilizziamo questo tempo per ritrovare il contatto con noi stessi e individuare i nostri obiettivi, tralasciando ciò che i social media si aspettano da noi.

Ti ricordo che la mia attività professionale continua anche a distanza. Se vuoi prenotare con me un appuntamento telefonico o tramite videochiamata puoi contattarmi ai recapiti presenti in questa pagina.

Il paradosso del selfie

Per alcuni sono un modo creativo e divertente per tenersi in contatto con gli amici (reali o virtuali), per altri un esempio di narcisismo: comunque la si pensi, i selfie  sono ormai un fenomeno culturalmente significativo.
L’ Accademia della Crusca definisce il selfie come una  fotografia scattata a sé stessi, tipicamente senza l’ausilio della temporizzazione e destinata alla condivisione in rete.

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Sono sempre più numerosi gli studi psicologici a riguardo; il più recente è stato pubblicato sulla rivista  Frontiers in Psychology a cura di Sarah Diefenbach e Lara Christoforakos della  Ludwig-Maximilians-University Munich. Questa ricerca ha visto la somministrazione di un questionario online a 238 persone provenienti da Austria, Germania e Svizzera (questo potrebbe costituite un limite culturale, come puntualizzato dalle stesse autrici: sarebbe auspicabile una somministrazione su scala più vasta).
Il 77% dei partecipanti ha dichiarato di scattarsi regolarmente selfie (circa una volta al mese). La ragione principale dietro un autoscatto sembra essere la voglia di condividere parti positive di sé e della propria vita con gli altri, nella speranza di suscitarne simpatie e approvazioni. Allo stesso tempo però, oltre il 60% degli intervistati ha concordato con le possibili conseguenze negative di questo tipo di foto, ad esempio in termini di autostima.

L’aspetto che più mi ha colpito di questa ricerca è la discrepanza tra ciò che gli intervistati pensano dei propri selfie e cosa invece di quelli altrui. Le proprie foto vengono viste come divertenti, autoironiche e spontanee; quelle degli altri “finte”, costruite ad arte per attirare consensi, meno autoironiche: uno sfoggio di narcisismo. Inoltre, oltre l’80%  di chi ha dichiarato di condividere i propri autoscatti ha, contemporaneamente, affermato di voler vedere meno selfie sui social! Questo fenomeno è stato definito dalle autrici come paradosso del selfie.

E voi, che uso fate degli autoscatti? Cosa ne pensate di quelli altrui?

 

Usare troppo lo smartphone ci rende più insoddisfatti?

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Smartphone e tecnologie mobili occupano un ruolo molto importante nelle nostre vite quotidiane, ma quali potrebbero essere le conseguenze di un utilizzo via via sempre più pesante?

Un recente studio firmato da Wilmer e Chein per il Psychonomic Bulletin & Review ha provato a stabilire se chi dichiara di usare molto lo smartphone ha anche diverse tendenze, rispetto agli altri, nei riguardi delle gratificazioni immediate, del controllo degli impulsi e nella risposta alle ricompense.

Sono stati coinvolti 91 studenti universitari, cui è stata somministrata una serie di questionari e test cognitivi ed è stato anche chiesto quanto tempo trascorressero con il telefono (per usare  social media, per aggiornare gli stati pubblici e per un controllo del dispositivo in generale). Si è così osservato che chi dichiarava di usare molto lo smartphone era anche meno incline a posticipare le gratificazioni nel corso della giornata.

“Le abitudini connesse alla tecnologia mobile, come ad esempio il controllo frequente, sembrano essere guidate più fortemente da impulsi incontrollati e non dal desiderio di perseguire ricompense”, dichiara Wilmer. Inoltre, i risultati suggeriscono che all’aumento dell’uso dei dispositivi elettronici portatili è associato uno scarso controllo degli impulsi e una tendenza a svalutare  le ricompense ricevute in ritardo.
“I risultati forniscono importanti intuizioni riguardanti fattori di differenza individuali che riguardano il proprio coinvolgimento con la tecnologia”, aggiunge Chien. “Questi risultati sono in linea con la percezione comune che l’uso frequente di smartphone vada di pari passo con impazienza e impulsività.”