Che cos’è la sindrome della capanna

L’avvio della fase 2 del lockdown ha significato per molti di noi una graduale ripresa delle attività: pensiamo agli uffici che hanno ripreso con il lavoro in presenza o alle fabbriche che hanno riavviato la produzione. Possiamo vederci ( seppur mantenendo le precauzioni del caso) con i nostri “congiunti” e svolgere attività fisica oltre i 200 metri; in alcune regioni si può passeggiare sul lungomare, in altre andare per funghi.

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Photo by Dimitry B on Unsplash

Eppure non per tutti questa novità è stata accolta con sollievo, anzi. Qualcuno sta sperimentando un’intensa sensazione di angoscia all’idea di poter uscire con meno restrizioni , insieme a vissuti di ansia e smarrimento. Cosa sta succedendo?
Una possibile ipotesi è quella proposta da Timanfaya Hernández del Collegio Ufficiale degli Psicologi di Madrid: “Stiamo percependo un numero maggiore di persone in difficoltà all’idea di uscire di nuovo. Abbiamo stabilito un perimetro di sicurezza e ora dobbiamo abbandonarlo in un clima di incertezza… Viviamo nella società del fare: fare sempre cose, produrre sempre.” ( Fonte: El Pais). Saremmo dunque di fronte alla Sindrome della capanna  ( o del prigioniero) : coniata ai primi del ‘900, definiva la condizione di disadattamento delle popolazioni dell’estremo Nord America. Durante i mesi invernali infatti la rigidità del clima imponeva a costoro un vero e proprio isolamento nelle proprie case ( o capanne, appunto) ; al sopraggiungere della bella stagione venivano colti da disorientamento e paura all’idea di potersi nuovamente interfacciare con l’ambiente esterno.

In letteratura non esiste una casistica tale per una vera e propria diagnosi in senso tecnico. Possiamo comunque prendere spunto da questa definizione per cercare di capire meglio cosa stia succedendo in chi in questi giorni riferisce un vissuto di malessere all’idea di dover/potere nuovamente uscire di casa.

Ci è stato descritto un “fuori” fonte di pericoli, tant’è che siamo rimasti nel “dentro” per la sicurezza nostra e altrui. Allo stesso modo, anche la socialità rappresenta un fattore cruciale per la diffusione del virus. La nostra quotidianità è stata stravolta: abbiamo capito quante piccole-grandi cose davamo per scontate, come un caffè al bar con un amico.

La fase 2 rappresenta una prima tappa nella direzione della riapertura. Non è – e nemmeno sarà – come prima. La nostra vita frenetica ha dovuto tirare bruscamente il freno a mano e riprendere la marcia non è così scontato. Proprio come accade dopo uno spavento automobilistico, rimettersi in moto può presentare qualche difficoltà: spavento, paura, smarrimento o rabbia. Ci siamo (ri)scoperti vulnerabili e insicuri.

Come tenere a bada tutte queste emozioni? Innanzitutto, accettandole nella loro dignità di esistenza. Siamo esseri umani e abbiamo tutto il diritto di provarle; rifuggiamo dal cliché che ci vorrebbe sempre pimpanti e pronti a tutto.
Facciamo un passo alla volta, letteralmente, come se fosse una riabilitazione emotiva. Trasformiamo la paura in senso di responsabilità, ricominciamo a uscire pian piano seguendo le direttive igienico-sanitarie. Una buona strategia può essere quella di incrementare la distanza percorsa ad ogni uscita per riabituarsi gradualmente al mondo esterno e alle emozioni del “fuori”.

Questi periodo di isolamento ti ha psicologicamente affaticato e vorresti un supporto? Senti che l’ansia del “fuori” potrebbe sovrastarti? Contattami per un colloquio: puoi scegliere liberamente se svolgerlo da remoto ( telefonata, videoconsulenza,..) o se recarti presso il mio Studio, nel pieno rispetto delle norme igienico-sanitarie vigenti. Per informazioni e/o prenotazioni puoi contattarmi attraverso i recapiti presenti in questa pagina.

 

 

7 motivi che rendono le videochiamate stressanti

Tra smart working, teledidattica o semplici chiaccherate, si sta moltiplicando il nostro utilizzo di app e piattaforme di videoconferenza: Zoom, Hangout, WhatsApp, Skype, … SI tratta di mezzi utili ad accorciare virtualmente le distanze ma  per alcuni possono rappresentare una grande fonte di stress. Vediamo insieme alcune possibili spiegazioni, attraverso una delle mie tanto amate liste 🙂

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Gli umani non sono gli unici alle prese con lo smart working…

1.Siamo insieme virtualmente ma distanti fisicamente

Unire un gruppo di persone su uno schermo  non è come radunarle nella medesima stanza. Ci si trova mentalmente in un posto ma fisicamente in un altro, ciascuno per conto proprio. In alcune circostanze questo scollamento può risultare emotivamente difficile, pensiamo ad esempio a una maestra e ai suoi piccoli alunni o a un gruppo di colleghi abituati a vedersi tutti i giorni e a condividere piccoli rituali come la pausa caffè.

2. La tecnologia ci mette del suo ( non sempre in meglio)

Ebbene sì, siamo nel 2020 ma la tecnologia non funziona sempre come vorremmo. Soprattutto nelle fasce orarie di maggior saturazione delle reti telematiche, è esperienza comune e diffusa avvertire rallentamenti o blocchi di voce/immagine durante la videochiamata. Può capitare a noi o ai nostri interlocutori; se succede più volte diventa estremamente frustrante portare avanti una conversazione. Inoltre, non tutti hanno a disposizione connessioni e supporti idonei, tant’è che in questi giorni si sta dibattendo sulla scuola in teledidattica come ulteriore marcatore della divisione tra classi sociali più o meno abbienti.

3. Ci sentiamo osservati

Collegarsi da casa significa rivelare una parte di sé agli interlocutori: è il nostro habitat e non tutti abbiamo il piacere di condividerlo. Provare imbarazzo nel mostrare una piccola porzione di casa è legittimo, soprattutto se siamo connessi con persone semisconosciute ( es. un collega di un’altra sede) o delle quali temiamo un giudizio ( es. professore universitario durante un esame); non si ha tempo o voglia di ordinare tutto accuratamente e ci si preoccupa di ciò che si vede nell’inquadratura. C’è chi rimedia ponendo un telo bianco ( lenzuolo) alle sue spalle, chi utilizza la funzione di offuscamento/sostituzione dello sfondo.

4. La gestione delle pause e dei silenzi

Nel corso di una conversazione di gruppo le pause sono la norma: accade dal vivo, perché non dovrebbe essere lo stesso online? La differenza sta nel significato che viene attribuito al silenzio in questa seconda circostanza. Un eventuale moderatore potrebbe avere la funzione di assegnare dei turni di parola e smistare gli interventi, riducendo i tempi morti. Online diventa più difficile perché il silenzio potrebbe essere dovuto a un problema tecnico, a un rallentamento della comunicazione o semplicemente a un momento di imbarazzo.

5. La fatica fisica

Stare seduti davanti a un pc per molte ore non è proprio il massimo. Una postura errata può provocare a lungo andare dolori ( es. mal di schiena, cervicalgia,..) e gli occhi si affaticano a forza di fissare lo schermo. Anche se non si dispone in casa di una postazione ergonomica è importante stare seduti correttamente.

6. La complessità della comunicazione

Durante una conversazione mettiamo insieme più elementi, verbali e non . Nel formato virtuale abbiamo una voce che può arrivare più o meno distorta e una gestualità limitata dall’inquadratura; il contatto oculare inoltre è mediato dalla webcam: se guardiamo l’obiettivo non guardiamo gli occhi del nostro interlocutore e viceversa.

7. Non sempre abbiamo voglia

Chi ha detto che solo le videochiamate di lavoro possono risultare stressanti? Anche vedersi online con amici e parenti può essere altrettanto faticoso. Se nel primo caso abbiamo un obbligo di tipo “istituzionale”, a volte accettiamo di partecipare all’ennesimo aperitivo su Zoom solo per non dare un dispiacere agli altri. Il senso di colpa ci dice: coraggio, hai sopportato per 4 ore il tuo capo in video, perché non dovresti voler vedere i tuoi amici? In realtà abbiamo tutto il diritto di declinare l’invito se non abbiamo voglia, anziché sottoporci all’ennesimo stress della giornata. Chi ci vuol bene capirà.

Per concludere…

Le videochiamate sono molto utili ma come abbiamo visto possono anche essere causa di stress. Proprio per questi motivi sarebbe bene limitarle e partecipare a quelle strettamente necessarie o che ci riempono di emozioni positive. Se vogliamo sentire qualcuno possiamo fare una semplice telefonata, senza doverci per forza vedere in video ( e magari restare comodamente in pigiama e bigodini!). Evitiamo di farci fagocitare dagli schermi, anche televisivi, dedicandoci maggiormente alla cura di noi stessi.

 

Un altro settore che ha visto un trasloco da spazio fisico a online è quello della psicoterapia. Possono esserci alcune delle difficoltà che ho appena elencato, è innegabile. Da parte mia mi sto impegnando a limitarle al minimo, ad esempio tarando la durata delle sedute in modo da non renderle “tecnologicamente stressanti” per il prossimo. Se desideri avere ulteriori informazioni, capire come funziona o prenotare un colloquio  puoi contattarmi ai recapiti presenti in questa pagina.

 

Le abbuffate in quarantena: se le conosci le eviti

L’entrata in vigore delle misure di contenimento della diffusione del covid-19 ha dato avvio a quella che nel linguaggio comune è diventata impropriamente una “quarantena collettiva”.

Il comune denominatore di questo distanziamento sociale sembra essere diventato il cibo. Se per alcuni può essere l’opportunità per imparare a cucinare  e trovare tempo per dedicarsi ai fornelli, per chi ha un rapporto problematico con l’alimentazione tutto questo tempo in casa rischia di diventare un incubo.

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Vediamo insieme alcuni fattori scatenanti delle “abbuffate da quarantena”:

  • La paura della perdita di controllo (su se stessi , sui comportamenti degli altri e sul futuro in generale) è un tema ricorrente in chi soffre di un disturbo del comportamento alimentare. L’isolamento è qualcosa di imposto dall’esterno – seppur con motivazioni sanitarie – e interrompe una serie di abitudini normalmente rassicuranti.
  • La presenza in casa di ingenti scorte alimentari. Potendo uscire solo per reali e comprovate necessità, mediamente in dispensa è presente molto più cibo del solito: per alcuni può essere una condizione che aggrava il pericolo di abbuffate.
  • L’impossibilità di svolgere esercizio fisico fuori casa. Non potendo andare a correre, camminare, nuotare in piscina e svolgere esercizio in palestra può nascere il timore di ingrassare.
  • La noia e la frustrazione derivanti dall’avere tanto ( troppo) tempo a disposizione. Non avere nulla da fare nel corso della giornata è difficile, si combatte con la sensazione di sprecare giornate e opportunità.
  • Le preoccupazioni riguardanti l’epidemia.
  • Lo stretto contatto con la famiglia e i conviventi. Il dovere essere in casa tutti insieme 24 ore su 24 può generare insofferenza e accentuare problematiche preesistenti.

Cosa fare? Ecco alcune strategie:

Infine, ti ricordo che la mia attività professionale continua anche a distanza. Se vuoi prenotare con me un appuntamento telefonico o tramite videochiamata puoi contattarmi ai recapiti presenti in questa pagina.

Messaggiare di notte può peggiorare il rendimento scolastico

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Un nuovo studio pubblicato su Journal of Child Neurology afferma ciò che tanti genitori spesso ipotizzano: messaggiare di notte può incidere negativamente sul rendimento scolastico degli adolescenti. Le ragioni sono in parte intuitive: così facendo si prende sonno tardi, al mattino si avverte sonnolenza e i ritmi sonno-veglia si alterano.

Questa ricerca in particolare si è focalizzata sull’utilizzo di applicazioni di messaggistica istantanea. L’autrice Xue Ming si è interessata al tema dopo aver notato che molti dei suoi pazienti con disturbi del sonno riportavano l’abitudine di messaggiare fino a notte fonda. Ming ha così somministrato un questionario a 1537 ragazzi allievi di 3 high schools del New Jersey.

Si è osservato che chi spegneva lo smartphone/tablet usato per messaggiare in concomitanza con lo spegnimento delle luci della camera da letto, o che al massimo messaggiava per meno di mezz’ora , aveva un miglior rendimento scolastico rispetto a chi andava avanti oltre i 30 minuti. In particolare, le ragazze inviano molti più messaggi rispetto ai ragazzi, ma dimostrano meno sonnolenza notturna perché una volta andate a letto non continuano a scrivere fino a tardi.

Anche gli adulti avranno notato la difficoltà a prendere sonno dopo l’utilizzo di dispositivi elettronici: ciò è dovuto alla blue light degli schermi. In una stanza buia i suoi effetti sul rilascio della melatonina sono intensificati, rendendo difficile addormentarsi. In pratica, se durante la notte, nel buio della nostra stanza, il nostro smartphone si illumina per una notifica avviene un’interruzione della graduale transizione da veglia a sonno. A lungo andare questa consuetudine può incidere sul nostro ritmo circadiano.

I ragazzi dello studio mostravano un calo del rendimento perché l’utilizzo di smartphone e tablet durante la notte accorcia la fase del sonno R.E.M. , cruciale per l’apprendimento e il consolidamento della memoria.

Ming evidenzia l’utilità di promuovere un’educazione sul sonno come necessità biologica e non come lusso superfluo. Allo stesso tempo sottolinea i benefici della messaggistica nella prima serata: ad esempio facilita la collaborazione per i progetti scolastici e offre supporto emozionale.

Se hai difficoltà a prendere sonno, in un mio post di qualche tempo fa trovi altri consigli.
Mi raccomando: se stai leggendo questo post invece di dormire…spegni e continua domani! 😉