#1cosabella : campagna social per ritrovare il bello della vita

Dal mio ultimo post sul blog sono cambiate molte cose. Credo che nessuno di noi  avrebbe mai immaginato che ci saremmo trovati nel pieno di una pandemia. Per il bene di tutti ci è stato chiesto di restare nelle nostre case, uscendo solo se strettamente necessario.

Strano, vero? Una società che ci impone(va) di essere veloci, sempre sul pezzo, pronti a correre ovunque e comunque. Guai a restare indietro, chi si ferma è perduto, non voltarti mai, testa sempre rivolta al futuro.
Respirare? Quasi una perdita di tempo. Impresa difficile poi, con tutto questo smog.

Questa stessa società adesso si è vista letteralmente togliere il respiro dal coronavirus (SARS-CoV-2 per essere tecnici). L’imperativo categorico è diventato fermarsi.
Ci ritroviamo improvvisamente con un sacco di tempo libero, noi che prima non sapevamo nemmeno cosa fosse. Eppure lo viviamo male perché ci è stato “imposto” . Siamo smarriti, improvvisamente disconnessi da ciò che ci circondava quando uscivamo di casa. Abbiamo perso le nostre piccole abitudini, dal caffè al bar alla chiacchierata con il panettiere (qualche giorno fa su facebook ho descritto il mio status di terapeuta a distanza) , dalla cena fuori al ritrovo in casa di amici.

Siamo dovuti diventare tutti più smart: formazione, lavoro, intrattenimento e socialità forzatamente online. Abbiamo riscoperto la piccola manualità casalinga: cuciniamo, puliamo, riordiniamo. Ci ricordiamo di avere libri da leggere, lampadine da cambiare e calzini da rammendare.

All’esterno delle nostre mura domestiche sta succedendo qualcosa che non possiamo controllare direttamente. Abbiamo fame di certezze, ora più che mai.

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C’è un altro contagio su cui vorrei soffermarmi: le brutte notizie.
Parto dal presupposto che un’informazione corretta sia utile e doverosa. Cittadini consapevoli mettono in atto comportamenti altrettanto consapevoli.
Eppure in questo momento non c’è un canale tv che non parli continuamente di coronavirus, per non parlare dei social, dove siamo appetibili prede per gli sciacalli delle fake news. Che cosa dire dei gruppi WhatsApp? C’è sempre qualcuno che condivide una “bufala” a tinte fosche: cospirazioni mondiali (meglio ancora aliene), falsi sistemi di autodiagnosi, audio terrificanti di presunti operatori sanitari.

…e se tutti insieme provassimo a fare qualcosa?

  • Seguiamo le norme di sicurezza, a tutela della salute nostra e altrui;
  • Teniamoci aggiornati tramite i canali istituzionali;
  • Riflettiamo prima di condividere una notizia negativa, domandandoci se possa essere utile;
  • Verifichiamo tutte le fonti ( suggerisco l’ottimo bufale.net ) ;
  • Impegniamoci,  almeno una volta al giorno, a trovare e condividere qualcosa di bello che ci è successo, abbiamo visto, etc…

Ho lanciato la campagna social #1cosabella con l’idea di aiutarci a ritrovare il bello della vita di tutti i giorni. Ripeto, nessuno dice di dimenticare ciò che sta succedendo, né di rifugiarci nel mondo delle fiabe: dobbiamo continuare ad essere consapevoli e attenti. Ma abbiamo bisogno di ricordarci che “positività” non è solo un termine negativo legato a una malattia: una mente che si nutre di emozioni negative precipita in una spirale di negatività ulteriore.

Per partecipare :

  • cerca #1cosabella della tua giornata, anche se ti sembra banale o poco rilevante non importa. Astieniti dal giudizio;
  • condividila online con l’hashtag #1cosabella ;
  • diffondila anche offline: raccontala a qualcuno per telefono, cantala sotto la doccia, disegnala su un cartellone,…;
  • fai passaparola!

Ti ricordo che la mia attività professionale è momentaneamente solo a distanza , cioè via telefono o videoconsulenza. Per prenotare il tuo appuntamento puoi contattarmi ai recapiti presenti in questa pagina.

 

Il paradosso del selfie

Per alcuni sono un modo creativo e divertente per tenersi in contatto con gli amici (reali o virtuali), per altri un esempio di narcisismo: comunque la si pensi, i selfie  sono ormai un fenomeno culturalmente significativo.
L’ Accademia della Crusca definisce il selfie come una  fotografia scattata a sé stessi, tipicamente senza l’ausilio della temporizzazione e destinata alla condivisione in rete.

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Sono sempre più numerosi gli studi psicologici a riguardo; il più recente è stato pubblicato sulla rivista  Frontiers in Psychology a cura di Sarah Diefenbach e Lara Christoforakos della  Ludwig-Maximilians-University Munich. Questa ricerca ha visto la somministrazione di un questionario online a 238 persone provenienti da Austria, Germania e Svizzera (questo potrebbe costituite un limite culturale, come puntualizzato dalle stesse autrici: sarebbe auspicabile una somministrazione su scala più vasta).
Il 77% dei partecipanti ha dichiarato di scattarsi regolarmente selfie (circa una volta al mese). La ragione principale dietro un autoscatto sembra essere la voglia di condividere parti positive di sé e della propria vita con gli altri, nella speranza di suscitarne simpatie e approvazioni. Allo stesso tempo però, oltre il 60% degli intervistati ha concordato con le possibili conseguenze negative di questo tipo di foto, ad esempio in termini di autostima.

L’aspetto che più mi ha colpito di questa ricerca è la discrepanza tra ciò che gli intervistati pensano dei propri selfie e cosa invece di quelli altrui. Le proprie foto vengono viste come divertenti, autoironiche e spontanee; quelle degli altri “finte”, costruite ad arte per attirare consensi, meno autoironiche: uno sfoggio di narcisismo. Inoltre, oltre l’80%  di chi ha dichiarato di condividere i propri autoscatti ha, contemporaneamente, affermato di voler vedere meno selfie sui social! Questo fenomeno è stato definito dalle autrici come paradosso del selfie.

E voi, che uso fate degli autoscatti? Cosa ne pensate di quelli altrui?

 

FOMO : la paura di perdersi una vita al meglio

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Quante volte ci è capitato di controllare i social network e pensare che i vostri amici/ parenti/ conoscenti/ contatti stessero facendo qualcosa di meglio rispetto a noi? Una cena, un concerto, una vacanza…mentre noi siete in pantofole sul divano a guardare una replica in tv.
Fin qui nulla di strano.
Se però questo monitoraggio diventa costante ed è mosso dalla preoccupazione che gli altri stiano vivendo esperienze migliori delle nostre, potremmo essere alle prese con un fenomeno che si chiama FOMO. Tranquilli, non si tratta di un virus tropicale: è l’acronimo dell’espressione inglese fear of missing out, letteralmente paura di perdersi qualcosa. In questo caso la paura è quella che le persone con cui siamo in contatto (realmente o virtualmente) stiano vivendo una vita migliore della nostra, alla quale non possiamo aspirare per svariati motivi.
La definizione di FOMO si deve allo scienziato sociale Andrew Przybylski, che ne elenca così i punti salienti:

  • La FOMO è la forza che guida l’uso dei social media
  • I livelli di FOMO sono più alti nelle persone giovani e in particolare negli individui di sesso maschile
  • I livelli di FOMO sono influenzati dalle circostanze sociali. Bassi livelli di considerazione della propria vita coincidono con alti livelli di FOMO
  • La FOMO è legata ad un rapporto ambivalente con i social media
  • La FOMO è più alta in chi è spesso distratto
  • La FOMO è più alta negli studenti che usano i social media anche in classe.

Questa sigla nel 2013 è entrata a far parte dell’Oxford English Dictionary , a testimonianza del fatto che l’incremento della presenza dei social media nelle nostre vite ha contribuito a esacerbare il fenomeno. Per certi versi la FOMO esisteva anche prima: è una declinazione dell’ansia sociale di perdersi pezzi di vita che altri riescono ad esperire, temendo di essere giudicati inferiori per questo.

Sul sito ratemyfomo è possibile testare il proprio livello di FOMO (al momento è disponibile solo in inglese). Per un questionario di autovalutazione dell’ansia sociale in italiano  potete visitare questa pagina.

Come si può contrastare la FOMO?
Proviamo a cambiare punto di vista: a guardar troppo le vite degli altri, ci si perde la propria. Secondo un recente studio, la chiave è passare dalla FOMO alla YOLO: you only live once. Si vive una volta sola: perché sprecarla guardando costantemente cosa fanno gli altri?
Ci sarà sempre qualcuno che starà facendo qualcosa di più “figo”, divertente, bello, eccitante. Il confronto costante genera solo sofferenza: utilizziamo tempo e energie per arricchire la nostra vita di momenti che ci fanno stare bene.

Ti sei ritrovato in queste parole e senti di aver bisogno di parlarne con uno specialista? Prenota un colloquio: insieme capiremo cosa ti sta succedendo e quali tue risorse potenziare per stare meglio