La prima volta che ho messo gli occhiali

Quando mi chiedono a che cosa serva la psicoterapia, utilizzo un aneddoto della mia infanzia.

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Avevo iniziato le scuole elementari e faticavo a leggere alla lavagna. Le lettere (per quanto grandi) mi apparivano tutte un po’ sfuocate. Il mondo in generale non aveva contorni ben definiti: in parole povere, ero miope!
Ovviamente avevo raccontato ai miei genitori di questa difficoltà e prontamente ero stata portata da un oculista. Speravo tanto mi prescrivesse gli occhiali (ero piccola ma sapevo che servivano a vederci meglio) ma disse di aspettare qualche tempo, forse mi affaticavo a fare i compiti, forse tutto si sarebbe sistemato.
Intanto le cose e le persone non ne volevano proprio sapere di ritrovare i loro contorni. Se avessi potuto avrei preso un bel pennarello nero e li avrei tracciati io uno per uno.
Dopo qualche tempo tornai a controllo: ricordo che c’erano alcun lettere sul tabellone che erano davvero troppo piccole affinché potessi leggerle, eppure anche stavolta niente occhiali.
Così anno dopo anno, finché a un controllo in prossimità dell’inizio delle scuole medie fu emesso finalmente il verdetto: la mia miopia necessitava di occhiali!
Ricordo ancora la mia prima montatura, tonda e di tanti colori ( avevo e ho ancora un concetto molto variopinto della felicità). Soprattutto, ricordo il momento in cui indossai per la prima volta i miei occhiali: il mondo era magicamente diventato più nitido, vedevo i contorni, leggevo le lettere sui tabelloni. Evviva!
Mi sembrò di vedere il mondo per la prima volta.

Ecco, quando inizio una psicoterapia penso sempre che uno dei miei obiettivi è aiutare i miei pazienti a trovare il loro paio di lenti con cui guardare il mondo con occhi nuovi. Vorrei che guardassero alle loro risorse e non solo alle loro difficoltà. Vorrei che si guardassero dentro per poi vedersi meglio dal di fuori. Vorrei che imparassero a osservare e non solo a vedere ciò che gli scorre davanti.

Quando sento di riuscire a fare questo, mi sento felice proprio come quella bambina che vent’anni fa mise un paio di occhiali tutti colorati sul naso.

Grembiulini, bambini e identità

La scorsa settimana a Torino (e nel web) ha creato un certo scalpore l’abolizione del grembiulino presso le scuole dell’infanzia comunali.

Nel documento “Otto principi per ripartire” (a cura del Coordinamento Pedagogico) si legge al punto 1:

Ciascun bambino possiede una propria storia ed è riconosciuto nella sua identità individuale, nella sua unicità e nella sua differenza di genere e culture, di punti di forza e debolezza

Da cui consegue:

l’eliminazione dei grembiuli , a favore di un abbigliamento essenziale che garantisca l’autonomia

Sembrerebbe quindi che il grembiulino, in tutti questi anni, possa aver rappresentato un ostacolo alla differenziazione e alla ricerca di identità del bambino, una sorta di baby-omologazione. Negativo sarebbe anche l’effetto sullo sviluppo della creatività.
Non risponderebbe nemmeno più a un principio di praticità: impaccia i movimenti e c’è comunque bisogno di un adulto che aiuti il bambino ad allacciarne i bottoni.

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Senza nulla togliere al lavoro svolto dal gruppo di esperti del Comune, l’argomento dona alcuni spunti di riflessione.
Non ho mai reputato il grembiulino come il nemico dell’identità e della creatività,anzi. Si tratta di uno strumento estremamente democratico: parifica le differenze ricchi/poveri e per quanto possano essercene di più ricercati e di più economici, non favorisce quel tipo di ostentazione che si verifica con felpe e tshirt griffate.
Parificare non significa appiattire né soffocare l’identità culturale: le classi dello stesso colore trasmettono il senso del gruppo, di appartenenza e condivisione di caratteristiche comuni, e di differenze arricchenti.

La mente di un bambino ha potenzialità immense, che non si arrestano certo di fronte a cosa sta indossando. Mi sembra il tipico caso in cui si utilizza un pensiero adulto attribuendolo al bambino: se io mi sento poco creativo in giacca e cravatta dietro la scrivania del mio ufficio, anche mio figlio con l’uniforme da asilo seduto al tavolino si sentirà in questo stato.

Basterebbe chiedere alle mamme quanta creatività si trovano a dover lavar via dai grembiulini… 😉