Fame emotiva vs Fame fisiologica: un articolo per PsicologiOnline

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L’alimentazione non è un concetto solamente fisiologico: è esperienza comune mangiare anche per motivazioni di tipo emotivo.
Si mangia  per stress, per solitudine, per rabbia, per noia,…
Quando il cibo viene utilizzato per gestire un’emozione (positiva o negativa) possiamo parlare di fame emotiva. Gli episodi sporadici non rappresentano un grosso problema, mentre quando parliamo di un comportamento abitudinario e reiterato nel tempo è bene porre la dovuta attenzione. Gli attacchi di fame emotiva non solo non risolvono il motivo scatenante ma aggiungono sensi di colpa e vergogna, oltre a ripercussioni sul fisico e sull’organismo. Spesso i cibi preferiti in questi casi sono infatti ricchi di grassi e zuccheri.

Ho approfondito l’argomento in un articolo su PsicologiOnline: Fame emotiva VS Fame fisiologica.
(Se il link non funziona, copia e incolla nella barra del browser questo indirizzo: https://www.psicologionline.net/articoli-psicologia/articoli-alimentazione/864-fame-emotiva-vs-fame-fisiologica )

Se dopo aver letto l’articolo vorresti saperne di più, puoi contattarmi per richiedere informazioni e/o prenotare una consulenza.

Giornata Internazione per l’eliminazione della violenza sulle donne

In Italia una donna su tre , tra i 16 e i 60 anni, ha subito violenza fisica, sessuale o psicologica (dati Istat).
Gran parte i questi reati non vengono denunciati.
Paura, vergogna, sfiducia, impotenza: le motivazioni sono molte, troppe.

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#orangetheworld è la campagna lanciata dall’UN Women per accompagnare i 16 giorni di attivismo contro le violenze di genere

Oggi 25 novembre è la data scelta dalle Nazioni Unite come Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne e ha anche realizzato un’infografica per aiutarci a comprendere meglio i numeri di questo fenomeno (è in inglese ma facilmente comprensibile):infographic-violence-against-women-en

Come per tutte le Giornate Internazionali, mi piacerebbe che non si parlasse del tema solo un giorno all’anno.
Soprattutto quando parliamo di contrasto alla violenza, non possiamo pensare di risolvere il problema con un paio di conferenze e qualche speciale televisivo.
Si tratta di un lavoro lungo e complesso, perché ancora troppi uomini ( anche molto giovani) reputano “normale” essere violenti su una donna. E troppe donne ritengono ovvio non denunciare o non mostrare solidarietà a coloro che vengono maltrattate.
Personalmente non mi piace utilizzare il termine femminicidio: mi sembra che riduca la donna a un mero oggetto di genere femminile. Un po’ come dire “è stata ammazzata una femmina” e finisce lì. Come se dimenticassimo di evidenziare il rapporto con il suo carnefice: un compagno, un marito, un padre, un fratello, un corteggiatore respinto, un ex. I numeri infatti ci dicono chiaramente che gran parte delle violenze avviene tra le mura domestiche.
Più che neologismi, necessitiamo di leggi che vengano applicate e che tutelino le vittime.
Così come ci indigniamo (giustamente) per le stragi del terrorismo, dobbiamo indignarci anche per questo tipo di stragi più silenziose e quotidiane. Sì, dobbiamo perché è nostro dovere mostrarci umani: è ciò che lasceremo in eredità alle generazioni successive.

 

Colorare è un gioco da….grandi! Il coloring che rilassa gli adulti: ebook gratuito da scaricare

Colorare ( coloring in inglese) non è un’attività riservata ai bambini: per gli adulti può dimostrarsi un passatempo rilassante e distensivo.

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Ciò che conta non è il risultato finale perché non c’è nulla da dimostrare a nessuno, al contrario di una prova scolastica finalizzata a raggiungere un obiettivo in un tempo prestabilito.
Avere a disposizione degli spazi pre-stampati non è stressante perché la scelta dei colori rimane assolutamente personale e creativa. Le linee e gli spazi più che vincoli diventano stimoli per il cervello che si focalizza sui singoli aspetti e mette momentaneamente da parte le preoccupazioni, le richieste e gli stimoli che quotidianamente provengono da più fronti.
Si tratta di un’attività che coinvolge diverse abilità visive e motorie, stimolando i due emisferi cerebrali, ma soprattutto … è divertente!

In questo e-book sono raccolti alcuni disegni trovati sul web. Si tratta di risorse gratuite e prive di copyright che possono essere condivise e stampate liberamente a fini non lucrativi.

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spazi web, senza fini di lucro?
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Se davanti allo specchio non ti piaci…fai qualcosa di diverso! Articolo per Psicologi Online

Pablo Picasso - Ragazza davanti allo specchio
Pablo Picasso – Ragazza davanti allo specchio

Capita a tutti – donne e uomini, giovani e meno giovani – di avere una giornata “no”.

L’immagine che vediamo riflessa nello specchio non ci piace affatto: un rotolino qui, un difetto là, i capelli che non vogliono stare in ordine… Nessun vestito ci sta bene, vorremmo rintanarci sotto le coperte e non dovere uscire di casa ma purtroppo il dovere ci chiama.
Se qualcuno prova a consolarci, apriti cielo! Non solo ci vediamo brutti, ma ci convinciamo di esserlo realmente e ci comportiamo come tali, per esempio adottando un look scialbo o trascurando il nostro fisico.

Esiste un’alternativa? Certo che sì! Anzi, più di una.
Ho provato a riassumerle in una scaletta di 10 possibilità (ma scommetto che ognuno potrebbe trovarne altre, se ci pensa bene) e le ho elencate in un articolo per il portale Psicologi Online.

…buona lettura!

Il metodo di riordino di Marie Kondo: magia o marketing?

Il dubbio esposto nel titolo mi è venuto leggendo “Il magico potere del riordino. Il metodo giapponese che trasforma i vostri spazi e la vostra vita” di Marie Kondo. Si tratta di un libro che avrete senz’altro visto troneggiare nelle vetrine nelle librerie, o ancor meglio in prossimità delle casse (zona deputata agli “acquisti di impulso”). Che siate più o meno disordinati, la magica promessa di questo titolo è affascinante: riordinare tutta la vostra casa – e la vostra vita- una volta sola e per sempre.
La signora Kondo non fa che ripeterlo: il suo metodo ha una percentuale di successo sicura e una di ricaduta pressoché nulla. I partecipanti ai suoi corsi hanno dato una svolta alle loro vite e non sono più stati vittime dell'”effetto boomerang”.

Ho letto questo libro mossa dal duplice interesse personale e professionale; di magia però ne ho vista ben poca e vi spiego perché.

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Dall’ossessione al mestiere della vita

Marie Kondo narra come da sempre sia appassionata di riordino: sin da bambina non faceva che riordinare qualunque spazio le capitasse a tiro, casalingo o scolastico che fosse. Era una gran lettrice di riviste per casalinghe e si manteneva costantemente informata in materia di divisori e contenitori portaoggetti.
Seconda di tre figli, ha trascorso l’infanzia tra il desiderio di autonomia e quello di un riconoscimento da parte dei genitori. La piccola Marie infatti non voleva pesare sulle attenzioni genitoriali a discapito del primogenito e della sorella minore e ambiva ad essere gratificata e apprezzata per ciò che faceva. Verso la fine del libro racconta dei suoi problemi di autostima e delle difficoltà ad affidarsi e fidarsi. Poche righe  ma decisamente illuminanti per comprendere la genesi di questa sua passione e di come sia stata totalizzante nel corso della sua vita. Possiamo ridefinirla come ossessione? Credo di sì, se la rileggiamo come comportamento messo in atto per placare l’ansia. Sembra quasi di vederla, piccola piccola, nella sua stanzetta alle prese con gli spazi da ri-ordinare, ri-organizzare, ri-razionalizzare…fino all’ora di cena.
Non giocava mai? Le persone intorno a lei (casa, scuola,…) non hanno mai colto segni di disagio?

Buttare via il superfluo…e anche di più

Il “metodo Konmari” procede per categorie, prescrivendo di buttare via tutto ciò che non trasmette emozioni positive. Su questo, nulla da eccepire: siamo talmente circondati da oggetti da rischiare du esserne sopraffatti.
Le clienti della Kondo riempono decine di sacchi di oggetti che…vengono buttati via. Sui capi di vestiario si dice rapidamente di passarne qualcuno a una persona che sappiamo per certo potrebbe gradirli, ma in generale tutto finisce – indifferenziatamente?- in discarica.
Proprio perché viviamo in un mondo pieno di oggetti, non possiamo a mio avviso prenderci il lusso di buttare via il superfluo senza riciclare il riciclabile. Forse è un implicito che la Kondo non esplicita?
Il metodo prevede di buttare senza rimpianti, pensando che una cosa indispensabile potrà sempre essere ricomprata. Peccato che nel calderone, anzi nel sacco, finiscano anche documenti di vario tipo (per esempio le buste paga). Non so in Giappone ma in Italia capita di ricevere solleciti per pagamenti in realtà ottemperati a loro tempo: le ricevute sono fondamentali per dimostrare la nostra buona fede ed evitare un doppio esborso.
La parte su cui sono letteralmente inorridita è stata quella dei libri: non solo si dice di gettarli (senza accennare a donazioni a biblioteche o ad associazioni varie) ma persino di confinare i superstiti in un ripiano di un armadio, al chiuso. Il numero dei testi da tenere è molto risicato e nel corso della vita bisogna compiere via via una cernita. La Kondo racconta di quando decise di strappare ( sì, avete letto bene!) le pagine dai libri per conservarne solo le citazioni che avrebbe voluto tenere.

L’anima degli oggetti

Se ciò che decidiamo di tenere ci comunica emozioni positive, non significa che gli altri oggetti siano privi di una qualche “aura”: prima di congedarli vanno ringraziati per il lavoro svolto e lasciati liberi di andare (nella pattumiera).
Secondo lo stesso principio, dovremmo ogni giorno ringraziare gli oggetti che appartengono alla nostra vita: le scarpe che hanno sostenuto il nostro cammino, la borsa che ha contenuto i nostri effetti personali, l’abito che ci ha scaldato…
Ammetto di non essere una persona molto spirituale e faccio  fatica a comprendere perché dovrei mettermi a salutare la casa al mio rientro e a ringraziare i vestiti che indossavo.
Questa parte può essere spiegata ripensando a quanto le cose materiali abbiano riempito il cuore della piccola Marie, quando nessuno sembrava occuparsi della sua esistenza. Imporre alle sue clienti questa modalità appare come un’ulteriore forzatura che può essere riletta come “abbiate cura di ciò che adoperate”.
Sinceramente, se un paziente mi venisse a raccontare che si è messo a intavolare un discorso con un paio di scarpe mi preoccuperei non poco.

Ci sono spunti utili?

Sì: il libro contiene consigli molti sensati per ciò che riguarda l’organizzazione dei cassetti e degli spazi in generale. Ho sperimentato la disposizione in verticale delle calze in un cassetto e mi sono resa conto di essermi resa conto di averne più di quanto pensassi..
Procedere per categorie è altrettanto utile: mettere tutte le cose di uno stesso tipo tutte insieme aiuta l’occhio a vedere subito quante ne abbiamo; compiere una cernita diventa più facile.
Chi compra questo testo è perché da qualche parte sente di voler metter ordine; pur non volendo seguire il metodo in toto la lettura è di per sé stimolante.
Vivere in un ambiente che rispecchi i nostri gusti, interessi e passioni non può che farci del bene. Sta a ciascuno trovare la strada più congeniale per raggiungere lo stato desiderato e se il metodo Konmari può aiutare, ben venga. Non griderei però alla rivoluzione copernicano-giapponese, nè lo assumerei come dogma.

In conclusione, l’autrice sa “vendersi” molto bene: ha dei grossi numeri dalla sua parte e  ha ben donde di ribadire l’efficacia del suo metodo. Quanto è realmente intrinseco alla sua tecnica e quanto invece è figlio della sua fama, delle aspettative che le clienti nutrono e del carisma che trasmette in loro? Questa più che magia, può essere denominato marketing?

L’insicurezza nella vita di coppia: un articolo per PsicologiOnline

L’insicurezza è un nemico bello tosto: ci ricorda in ogni istante quanto siamo piccoli, imperfetti e insignificanti rispetto al mondo.
In una relazione sentimentale significa sentirsi sempre un passo indietro rispetto al partner, con un brusio di fondo del tipo:
” non capisco come possa volere stare con te che non vali nulla…”
” inutile comprarti quel bel vestito che stai fissando in vetrina, tanto ti starà male!”
” sono tutte/i più belle/i , affascinanti, intelligenti di te. Del resto ci vuole proprio poco!”
” prima o poi si stancherà e ti lascerà…”

A questo pesantissimo terzo incomodo ho dedicato un articolo pubblicato recentemente sul portale PsicologiOnline.net: potete leggerlo per intero QUI.

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Fonte: Pinterest

Sindrome da rientro? Anche no.

Oggi, primo settembre, Psicolinee torna per parlare di Lei.
Lei che sta per tornare in mezzo a noi.
Puntuale come il panettone a Natale.
Farà capolino al tg, nelle rubriche televisive e su internet.
Fior fior di opinionisti disserteranno sulle strategie per contrastarla e ci diranno se ignorarla o farci sopraffare aspettando che passi.
La famigerata Sindrome da rientro dalle vacanze.
Qualunque età e situazione lavorativa abbiate, ci sarà la Sindrome che farà per voi. Purtroppo di sindromi codificate dalla Scienza ne abbiamo già parecchie: che bisogno abbiamo di trovarne e affibbiarcene altre?
Ecco, questo mi sembra il tipico caso di “sindrome” mediatica.

 

Momenti di vuoto
Vacanza significa “sospensione temporanea del lavoro o dello studio, per riposarsi o per celebrare una ricorrenza; periodo di stacco dalle proprie ordinarie occupazioni” e “periodo trascorso per svago o riposo in un luogo diverso da quello dove si vive abitualmente” (cit. Garzanti Linguistica).

Qualche settimana fa Michele Serra ha dedicato una delle sue “amache” al tema:

Fare vuoto, appunto. Prendersi una pausa, staccare, sedersi, respirare, stare in silenzio.

Gradualità: a volte sì, a volte no

Il consiglio che spesso viene dato in questi casi è quello di approcciarsi gradualmente alla vita quotidiana. Ad esempio, rientrando un paio di giorni prima della fine delle ferie lavorative per avere il tempo di metabolizzare i cambiamenti oppure mantenendo qualche piccola abitudine maturata in vacanza.
Secondo me non è sempre vero: viceversa, esistono persone che hanno bisogno di ricominciare a pieni giri e trovano conforto nel ritrovare la routine di tutti i giorni.
Ciascuno di noi funziona in maniera differente e avrà bisogno di una sua strategia. Perché essere dogmatici? Sperimentar-si per credere.

A S C O L T I A M O C I
Premesso ciò, non sto affermando che il rientro alla quotidianità sia tutto rose e fiori. Anche io preferirei scrivervi questo post da una terrazza affacciata su un mare cristallino piuttosto che dalla mia scrivania nell’afosa Torino ( forse però, se fossi in una villa al mare mi farei una bella nuotata e non accenderei il pc… 🙂 ).
ll rientro dalle vacanze può comportare una serie di emozioni disturbanti ma allo stesso tempo ci lancia una sfida: ascoltiamole e proviamo a capire cosa ci dicono.
Siamo irritabili all’idea di tornare al lavoro? Interroghiamoci sugli aspetti che in questo momento ci infastidiscono e su cosa possiamo fare per cambiarli.
Sentiamo il carico della gestione della casa? Focalizziamoci su come alleggerirlo.
E via dicendo.
Diamo retta anche ai segnali del nostro corpo: non è più tempo di concedersi bagordi a tavola e notti brave. Regoliamo alimentazione e sonno e non allarmiamoci per i piccoli cali di attenzione e le difficoltà di concentrazione. Tempo al tempo e in breve non vi ricorderete nemmeno più di aver faticato a ingranare.
Fino al prossimo anno.

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NB questo post nasce in risposta ai numerosi articoli sulla Sindrome da rientro che ogni anno di questi tempi vengono rispolverati da differenti testate, online e non. Se il senso di disagio e le emozioni disturbanti provate sono più intense e protratte nel tempo, potrebbero essere la spia di un problema più profondo. In questi casi è bene consultarsi con uno specialista.

 

 

“Specchio”: i Subsonica cantano l’anoressia

Parlare di disturbi del comportamento alimentare non è mai facile: si rischia di essere prolissi, asettici, banalizzanti, enfatici, opportunisti, ipocriti, autoreferenziali… Cantarne è forse anche peggio.

I miei concittadini ( concedetemi un pizzico di campanilismo) Subsonica hanno scritto una canzone – Specchio – che parla di anoressia.

Specchio sii più gentile oggi se ce la fai
Ho l’anima fuori servizio e un vizio
Di forma di sostanza e non passa mai
Sai che lo so
Specchio due dita in gola e mi riconoscerai
potrei far meglio ma lo …

…Sai qui tutto si è ristretto
La gioia il tempo lo spazio il sentimento
sai non è tutto perfetto
si tira dritto sfiorando il precipizio.

Specchio questa mattina quanti anni mi dai
il cuore non mi parla spesso ha smesso
Spento e riacceso non funzionerà mai
Sai che lo so

…Sai qui tutto si è ristretto
La gioia il tempo lo spazio il sentimento
Sai non è tutto perfetto
Si tira dritto sfiorando il precipizio
Sai qui tutto si è ristretto
La gioia il tempo lo spazio il sentimento

Sai qui tutto si è ristretto
La gioia il tempo lo spazio il sentimento
Sai non è tutto perfetto
si tira dritto sfiorando il precipizio
Sai qui tutto si è ristretto
La gioia il tempo lo spazio il sentimento
Sai
qui tutto si è ristretto
si tira dritto
sfiorando il precipizio

Da questa canzone è nato un vero e proprio cortometraggio per la regia di Luca Pastore.
I testi sono a cura di una ragazza che ha conosciuto l’anoressia in prima persona, nel corpo e nella mente. Sono diretti, taglienti come pezzi di uno specchio infranto:

Questo progetto non ha la pretesa di insegnarci che cosa sia l’anoressia, né di indicarne le cause. Ha un grosso pregio: ne parla senza giri di parole, senza cercare ricette pronte all’uso. E se anche solo una ragazza (o un ragazzo, perché esistono anche anoressici maschi!) riuscirà a ricevere l’aiuto e il supporto che necessita, ne sarà valsa la pena.
Si parla di anoressia quando muore una modella famosa, quando sfila qualche ragazza “troppo magra” o quando qualche pubblicità mostra donne scheletriche. Se c’è spazio le si dedicano cinque minuti all’interno di qualche talk-show televisivo e il giorno dopo siamo punto e a capo.
Il messaggio che ne risulta è che le ragazze anoressiche diventano tali perché vogliono emulare le starlette presenti sulle copertine patinate. Si tratta ANCHE ma non solo di questo. Ridurre il discorso a questa affermazione significa voler vedere solo la punta dell’iceberg.

…Anoressia perché lo specchio deformante dentro di me mi dipinge sempre troppo grasso/a.
…Anoressia perché voglio sparire.
…Anoressia perché voglio che la mia evanescenza mi renda visibile.
…Anoressia perché sono cresciuto/a sentendomi dire che ero grasso/a
…Anoressia perché se non mangio vinco la lotta contro me stesso/a e la mia fame.
…Anoressia per farmi accettare.
…Anoressia perché per non farmi sfuggire la mia vita devo controllare qualcosa: il cibo.
….e ci sarebbero molte altre frasi.

Una cosa non sparisce dal mondo se togliamo il suo nome dal vocabolario.
Una malattia, ancora meno.

[Di anoressia ne ho già parlato più diffusamente QUI]